Don’t come knocking
è prima di tutto un atto d’amore nei confronti di un’immaginario, quello
del cinema western classico di fordiana memoria. Le sconfinate praterie e gli
ammassi rocciosi del Grand Canyon aprono la strada alla fuga di Howard, un
grandissimo Sam Shepard che ha deciso di interpretare, dopo averne scritto la
sceneggiatura a quattro mani con Wim Wenders, questo nuovo capitolo della
filmografia del grande regista tedesco. Che, come detto, ha un inizio da mettere
i brividi, sin dalla prima sequenza, dove compaiono due giganteschi occhi che,
in realtà, sono due cavità di una parete rocciosa stagliate contro il cielo,
ed accompagnano la lunga cavalcata di Howard, deciso ad abbandonare il set di un
film western del quale è protagonista. La fuga lo porterà, non si comprende
bene se volutamente oppure seguendo il caso, a ritrovare dapprincipio la madre,
e poi un figlio di cui ignorava l’esistenza. La produzione sguinzaglia un
investigatore che si mette immediatamente sulle sue traccie, interpretato da un
Tim Roth in versione molto “tarantiniana”, giacca e cravatta e sguardo da
duro. Ance se, in una delle sequenze più godibili, la madre di Howard lo
ingannerà con il terribile strumento dei biscotti fatti in casa! Inevitabile
che il viaggio si faccia metafora della
ricerca di se stesso. Howard lascia il
cavallo ad un ranchero barattando l’animale con dei vestiti più civili, vuole
spogliarsi di tutto iciò che riguarda il suo passato, straccia tutte le carte
di credito, distrugge il telefonino, noleggia un’auto ma si accorge che
anch’essa è un residuo della sua vecchia esistenza ed allora prende
l’autobus. Questo primo viaggio lo porterà alla ricongiunzione con la madre,
mentre il secondo, con la macchina del padre morto da oltre vent’anni, alla
ricerca di una famiglia che non aveva mai voluto e che non ne vuole sapere di
lui. Howard è veramente il cowboy spaccone che interpreta nei film, il suo
passato ci viene narrato da una raccolta di ritagli di giornali, ma anche l’Howard
del presente non è altro che un bambino cresciuto incapace di assumersi le
proprie responsabilità, facile al bicchiere, avvezzo al gioco d’azzardo ed al
sesso facile. Come detto, la seconda parte del film mette di fronte, per la
prima volta nella sua vita, il protagonista a delle scelte, a delle
considerazioni sugli sbagli che ha compiuto, alla consapevolezza di non essere
più un ragazzino. Lo scontro verbale con Doreen, la donna che gli ha dato un
bambino e interpretata da una ancora splendida Jessica Lange, è davvero
originale: Wenders ce lo mostra da dietro la vetrata di una palestra dove due
ignare ragazze stanno facendo ginnastica. Ma il momento cinematografico più
forte è quello che si svolge in strada dove il figlio di Howard ha scaraventato
tutto il suo arredamento, compreso un divano. Seduto sul divano in mezzo alla
strada, con una avvolgente panoramica circolare che tramuta il pomeriggio in
sera, poi in notte e poi di nuovo al mattino, il protagonista cercherà di
trovare la strada giusta per poter lasciarsi alle spalle il passato. Un film da
guardare, come suggerisce la prima inquadratura, perché il regista ritrova in
parte il suo afflato poetico. Semmai, il problema di Wenders è che è Wenders, nel senso che dal genio di Alice delle città e Nel corso
del tempo ci si aspetta sempre qualcosa di più, per cui anche da questo
film decisamente riuscito si esce con un po’ di amaro in bocca. Nota di merito
alla splendida colonna sonora sotto il segno del folk, del country e del blues,
con alcune inflessioni di leonina memoria, curata dal grande T-Bone Burnett.
VOTO:7
Mauro Tagliabue
E’ evidentissima l’influenza su questa ultima fatica di
Wim Wenders del pittore americano Edward Hopper, e il film ci restituisce una
fetta d’america struggente e malinconica (per chi non lo conoscesse è
consigliata vivamente una ricerca sul grande pittore statunitense).
In quest’apologia “post-western”, un divo del cinema yankee di frontiera,
interpretato da un magistrale Sam Shepard (Howard), che è anche coautore della
sceneggiatura, abbandona un set cinematografico e comincia un viaggio alla
ricerca di se stesso, di ciò che è stato e della sua “origine”; un viaggio
che lo porterà alla conoscenza della propria paternità, e, come un lontano
ricercatore che ha smarrito le proprie tracce, proverà a ritornare sui suoi
passi e di porre rimedio ai tanti errori, o forse no, neanche questo, ma invece
cercherà di capire dove e perché si sia smarrito, infatti neanche lui sa bene
come e perché si ritrova in viaggio, e poi in questa località remota del
Montana.
Jessica Lange che interpreta Doreen è brava nel ruolo della cameriera livida
che ha tirato su il figlio, un tipico individuo di un’america non newyorkese,
non losangelina, non post-moderna, ma arroccata nei suoi miti e tradizioni
country e rock, e la località del Montana è un classico esempio di cittadina
dei primissimi anni 60, immersa nei giorni d’oggi come un hot dog nella
senape; un america diversa e più autentica di quella che conosciamo
adesso.
C’è un America che mantiene quel tipo di fascino che si prova quando si va da
qualche negozio di modernariato al cui interno ci sono oggetti e mobili dei “sixties”.
E’ figlia primogenita di quel mondo la realtà che il film percorre; una realtà
comunque acquattata nella modernità di oggi, fatta di “credit cards”,
asettici computer, disagio metropolitano, ecc.
Ma gli Stati Uniti contemporanei fanno solo da contrappunto a quest’america
sospesa e ben radicata nei suoi costumi, e visivamente nella sua iconografica
tradizionale. Credo che non sia un caso che anche un film recente come “Dear
Wendy” attinga a questo humus, forse perché mai come adesso si è aperta una
riflessione sugli “States”, le loro origini, la loro “missione”, la loro
identità. E’ nato un cinema che si occupa di un “america senza tempo”,
anche se immersa nella contemporaneità, e chissà, forse è anche un modo per
celebrare e stigmatizzare una nazione in trasformazione nel mondo che a sua
volta cambia, magari per la sotterranea paura di evoluzioni diverse con
conseguente perdita di tutti i riferimenti positivi e negativi che hanno
caratterizzato la cultura occidentale dal dopoguerra in poi, e in ultimo ci
potrebbe essere anche una sorta di “operazione nostalgia”.
Sul regista cult Wim Wenders è stata sempre evidente l’influenza di mostri
sacri come Nicholas Ray, Howard Hawks e Douglas Sirk, ciò è palese nel suo
senso dello spazio, del viaggio, della frontiera e talvolta dei rapporti umani.
E’ ovvio poi che la personale poetica del regista tedesco si sia nutrita di
una visione personale e di un intimismo o cultura europei.
“Don’t come Knocking” ha però il difetto di voler ostentare la sua
“qualità d’autore”, quasi come fosse una marca o un pedigree, o meglio,
come se dovesse esibire per forza il suo impegno intellettuale attraverso
momenti forti che non devono deludere quel tipo di pubblico che non segue con
grande entusiasmo il cinema popolare, comunque è un difetto che si può
tranquillamente perdonare.
Il film ci regala alcuni monologhi intensi e delle battute veramente
emozionanti.
Dolce, tenera e determinata è Sarah Polley che interpreta Sky, mentre è
credibile Gabriel Mann nel ruolo del ribelle, inquieto e vigoroso Earl.
Il finale agrodolce ci offre nuovi spiragli e consapevolezze da parte di
tutti.
Tim Roth ci offre una misurata e funzionale interpretazione nel ruolo del
funzionario dell’assicurazione che ha il compito di riportare Howard sul set:
“Il Mondo è un brutto posto, e io ce lo voglio tenere fuori dalla mia vita il
più possibile”, ci dice, e, in fin dei conti, l’attempato attore-cowboy è
uno che il mondo che conta di più l’ha davvero tenuto fuori, a modo suo.
Gino Pitaro
newfilm@interfree.it
Esiste un solo modo di girare un film come Don’t
Come Knocking. Purtroppo non è quello in cui lo ha girato Wenders.
Non devi essere americano per raccontare l’America senza sembrare europeo. Lo
ha dimostrato Leone (C’era una volta in
America), Polanski (Chinatown),
autori meno presenti nei libri di storia come Sergio Corbucci (Il
Grande Silenzio). Europei raccontano la propria visione della Grande Terra.
Lo fanno bene, lo fanno meno bene, ma il mood
è quello giusto, di europeo resta una diversa professionalità, spesso
neanche quella. È una regola segreta consolidata, una questione di rispetto
verso un immaginario.
Wenders, invece, come al solito, piscia fuori dal vaso.
Prende quanto di più c’è di cool, deserticavalliselvaggidinersneonpaesaggidiprovincia e lo
distribuisce generosamente, in modo quasi femminile, senza farci mancare nulla.
Non un cartello stradale arrugginito, non un virtuosismo della cinepresa che si
possa permettere. Non rinuncia a nulla.
E qui il film fallisce. Un film che sarebbe potuto entrare negli annali, con I
Cancelli del Cielo, con Pat Garret
& Billy The Kid. Un soggetto da leccarsi le dita. Una sceneggiatura che
Wenders non avrebbe dovuto co-scrivere. Sam Shepard portava in sé tutto
l’immaginario che serviva. L’apporto di Wenders nella sceneggiatura,
ingombrante, rende lo zucchero melassa.
E’ l’esatto corrispettivo cinematografico del romanzo breve American
Dust di Richard Brautigan. Scritto negli anni ’80, fa per voi, se il film
vi è piaciuto. Sono due opere davvero affini. Due potenziali colonne della
cultura mondiale. Hanno fallito dove Micheal Cimino, Francio Ford Coppola,
Raymond Carver, John Fante hanno capito quello che andava capito.
Insomma, Don’t Come Knocking è come
uno di quei bambini che si compiace nel farti ridere una volta, e insiste a fare
il buffone a oltranza, mettendoti in imbarazzo.
A suo modo, disperato.
Stefano
Mutolo
E’ evidentissima l’influenza su questa ultima fatica di
Wim Wenders del pittore americano Edward Hopper, e il film ci restituisce una
fetta d’america struggente e malinconica (per chi non lo conoscesse è
consigliata vivamente una ricerca sul grande pittore statunitense).
In quest’apologia “post-western”, un divo del cinema yankee di frontiera,
interpretato da un magistrale Sam Shepard (Howard), che è anche coautore della
sceneggiatura, abbandona un set cinematografico e comincia un viaggio alla
ricerca di se stesso, di ciò che è stato e della sua “origine”; un viaggio
che lo porterà alla conoscenza della propria paternità, e, come un lontano
ricercatore che ha smarrito le proprie tracce, proverà a ritornare sui suoi
passi e di porre rimedio ai tanti errori, o forse no, neanche questo, ma invece
cercherà di capire dove e perché si sia smarrito, infatti neanche lui sa bene
come e perché si ritrova in viaggio, e poi in questa località remota del
Montana.
Jessica Lange che interpreta Doreen è brava nel ruolo della cameriera livida
che ha tirato su il figlio, un tipico individuo di un’america non newyorkese,
non losangelina, non post-moderna, ma arroccata nei suoi miti e tradizioni
country e rock, e la località del Montana è un classico esempio di cittadina
dei primissimi anni 60, immersa nei giorni d’oggi come un hot dog nella
senape; un america diversa e più autentica di quella che conosciamo
adesso.
C’è un America che mantiene quel tipo di fascino che si prova quando si va da
qualche negozio di modernariato al cui interno ci sono oggetti e mobili dei “sixties”.
E’ figlia primogenita di quel mondo la realtà che il film percorre; una realtà
comunque acquattata nella modernità di oggi, fatta di “credit cards”,
asettici computer, disagio metropolitano, ecc.
Ma gli Stati Uniti contemporanei fanno solo da contrappunto a quest’america
sospesa e ben radicata nei suoi costumi, e visivamente nella sua iconografica
tradizionale. Credo che non sia un caso che anche un film recente come “Dear
Wendy” attinga a questo humus, forse perché mai come adesso si è aperta una
riflessione sugli “States”, le loro origini, la loro “missione”, la loro
identità. E’ nato un cinema che si occupa di un “america senza tempo”,
anche se immersa nella contemporaneità, e chissà, forse è anche un modo per
celebrare e stigmatizzare una nazione in trasformazione nel mondo che a sua
volta cambia, magari per la sotterranea paura di evoluzioni diverse con
conseguente perdita di tutti i riferimenti positivi e negativi che hanno
caratterizzato la cultura occidentale dal dopoguerra in poi, e in ultimo ci
potrebbe essere anche una sorta di “operazione nostalgia”.
Sul regista cult Wim Wenders è stata sempre evidente l’influenza di mostri
sacri come Nicholas Ray, Howard Hawks e Douglas Sirk, ciò è palese nel suo
senso dello spazio, del viaggio, della frontiera e talvolta dei rapporti umani.
E’ ovvio poi che la personale poetica del regista tedesco si sia nutrita di
una visione personale e di un intimismo o cultura europei.
“Don’t come Knocking” ha però il difetto di voler ostentare la sua
“qualità d’autore”, quasi come fosse una marca o un pedigree, o meglio,
come se dovesse esibire per forza il suo impegno intellettuale attraverso
momenti forti che non devono deludere quel tipo di pubblico che non segue con
grande entusiasmo il cinema popolare, comunque è un difetto che si può
tranquillamente perdonare.
Il film ci regala alcuni monologhi intensi e delle battute veramente
emozionanti.
Dolce, tenera e determinata è Sarah Polley che interpreta Sky, mentre è
credibile Gabriel Mann nel ruolo del ribelle, inquieto e vigoroso Earl.
Il finale agrodolce ci offre nuovi spiragli e consapevolezze da parte di
tutti.
Tim Roth ci offre una misurata e funzionale interpretazione nel ruolo del
funzionario dell’assicurazione che ha il compito di riportare Howard sul set:
“Il Mondo è un brutto posto, e io ce lo voglio tenere fuori dalla mia vita il
più possibile”, ci dice, e, in fin dei conti, l’attempato attore-cowboy è
uno che il mondo che conta di più l’ha davvero tenuto fuori, a modo suo.
Gino Pitaro
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