La storia
Il film è la storia di un parigino che si ammala e non sa se dovrà morire. Questa condizione lo porta a guardare le persone che incontra con occhi completamente diversi. Immaginare la propria morte, all'improvviso da un nuovo significato alla sua vita, alla vita degli altri, e alla vita dell'intera città. Venditori di frutta e verdura, la titolare di un forno, un'assistente sociale, un ballerino, un architetto, un senza tetto, un professore universitario, una modella, un immigrato clandestino del Camerun… Tutte queste persone così diverse si incontrano in questa città, e in questo film.
Qualcuno può pensare che non abbiano niente di speciale, ma per ognuno di loro la sua vita è unica. Qualcuno può pensare che i loro problemi siano insignificanti, ma per loro sono la cosa più importante del mondo.
Cédric Klapisch
CÉDRIC KLAPISCH
Che cosa l'ha spinta a girare PARIS?
Ultimamente ho fatto parecchio cinema all'estero – a Londra, a San Pietroburgo e a Barcellona, tra l'altro – e avevo voglia di tornare a casa, nella mia città. Inoltre, c'è sempre stata molta Parigi in tutti i miei film, come RIENS DU TOUT , OGNUNO CERCA IL SUO GATTO e PEUT-ÊTRE , ma non in modo così esplicito. Avevo l'impressione di averci girato intorno per troppo tempo, e mi sembrava il momento giusto per approfondire il tema.
E' stata anche una reazione all'immagine negativa che a volte si ha della città?
E' vero che Parigi e i parigini hanno una cattiva reputazione. Sono considerati snob, presuntuosi, formali e antipatici, oltre che scorbutici. E non è un'opinione del tutto campata per aria. I parigini hanno un lato malinconico, di perenni insoddisfatti, che è anche un tratto tipicamente francese - basti pensare ai divi francesi alla Gabin o alla Delon, o ai personaggi creati da Céline, Léot Malet e Tardi: i loro parigini sono tristi e tormentati, burberi e altezzosi. Ma c'è anche qualcosa di bello e di sano, in questo atteggiamento. Parigi è una città malinconica. C'è una malinconia qui che, curiosamente, è un modo per affrontare la vita e reagire, senza rassegnarsi, alle cose che accadono. I più grandi momenti della storia parigina sono stati la Rivoluzione del 1789, la Comune, la Liberazione e il Maggio del '68. Parigi è famosa per i suoi momenti di sana rabbia.
Spesso ho anche sentito dire che Parigi non è più di moda, che è una città morta, eccetera, ma io non credo che sia vero. Quando per le Olimpiadi è stata scelta Londra,qualcuno ha cominciato a pensare che Parigi non fosse più trendy , che non fosse più abbastanza “capitale”. Per reazione, mi è venuta voglia di parlare della Parigi di oggi, in un'epoca che forse è più ordinaria. Ho perfino pensato di chiamare il film “Paris, ritratto effimero di una città eterna”.
Lei che lo ha fatto molte volte, trova facile girare a Parigi?
Io credo che più artisti come Willy Ronis, Robert Doisneau, Cartier-Bresson, Depardon e William Klein fotografano Parigi, meglio lo fanno. C'è un aspetto “artigianale” nel cinema, per cui la ripetizione di un certo gesto da i suoi risultati, e c'è qualcosa di inesauribile in Parigi. Quindi non mi stanco mai. In realtà, sono convinto che è proprio perché ho girato tanto a Parigi che oggi comincio a saperlo fare.
Nel suo film OGNUNO CERCA IL SUO GATTO lei ha filmato Parigi in fase di demolizione, e ora la filma in costruzione…
Uno dei punti di partenza della sceneggiatura è stata la frase di Baudelaire nella poesia “Il cigno”, una reazione alla follia edificatoria di Haussmann: “Ahimé, più veloce d'un cuore cambia l'aspetto di una città”:
La vecchia Parigi è scomparsa (ahimè, più veloce
d'un cuore cambia l'aspetto d'una città);
[...]
Parigi cambia! Ma niente nella mia malinconia
s'è mosso! blocchi, impalcature, nuovi palazzi,
vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria,
e i miei cari ricordi son più grevi dei macigni.
(Charles Baudelaire , Le Cygne , in Les fleurs du Mal , 1861 )
Quando ho girato OGNUNO CERCA IL SUO GATTO , ho ripreso la ristrutturazione del quartiere della Bastiglia, ma non ho filmato la distruzione della “vecchia Parigi” con nostalgia. E non era neanche un tentativo di denunciare o di promuovere una Parigi più moderna, borghese e trendy. Volevo solo dimostrare che non erano necessariamente una Parigi contro l'altra, che il vecchio e il nuovo potevano coesistere, e che è proprio questa sovrapposizione che la rende una città così ricca. Come dice Roland Verneuil, il personaggio interpretato da Fabrice Luchini: “Una vecchia città non si definisce per il modo in cui contrasta le sue vestigia o la sua modernità”. Parigi, oggi, non è né il Louvre né il museo di Quay Branly, è la combinazione delle due cose. Io adoro questa combinazione, il fatto che Parigi sia il punto di congiunzione fra la sua storia e l'avanguardia.
Oggi, il Marais è un misto di architettura classica del XVII secolo, un quartiere gay, un quartiere ebraico, un quartiere anche un po' cinese e un centro della moda con boutique di stilisti prestigiosi. La sua identità è legata a queste stratificazioni successive. Che siano in contrasto o che si sposino, sono sovrapposizioni che generano vitalità. Ed è questo intreccio di epoche e comunità, il vero tessuto di Parigi.
Come riassumerebbe PARIS in poche parole?
E' la storia di un parigino che è malato e non sa se dovrà morire. La sua condizione lo porta a guardare le persone che incontra con occhi completamente diversi. Immaginare la morte dà significato alla sua vita, alla vita degli altri e alla vita dell'intera città. Proprio come una mappa cittadina, Parigi è una rete di interconnessioni. Per riuscire a fare un ritratto di Parigi devi muoverti in tutte le direzioni – non può essere un percorso lineare. Devi rispettare la complessità della città. Ed è la sua forma frammentata che ne fa emergere il lato più vitale e dinamico.
Ci parli dei personaggi che si incontrano nella Parigi del suo film...
Ci sono molte persone diverse, mondi che non si incontrano mai e classi sociali che non si mescolano, ma c'è anche fratellanza. In effetti, nel film si parla molto di rapporti tra fratelli. Ci sono un fratello e una sorella - Juliette Binoche e Romain Duris: lei è un' assistente sociale che si occupa di problemi della collettività, lui è un ballerino concentrato solo sul proprio corpo. Ci sono due sorelle che vivono nel XVI arrondissement – Audrey Marnay e Annelise Hesme – che lavorano nella moda e conducono una vita agiata e senza pensieri. Poi ci sono i due fratelli Verneuil - Fabrice Luchini e François Cluzet – uno dei quali, Philippe (Cluzet), è un architetto che sta costruendo l'edificio della Facoltà di Biologia Denis Diderot nella nuova area di sviluppo urbano sulla Rive Gauche, mentre l'altro, Roland (Luchini), è uno storico che si sta specializzando sulla storia di Parigi.
Ci sono altri gruppi di persone più o meno “vicine”, come i venditori di frutta e verdura che stanno tra Rungis e Ménilmontant interpretati da Albert Dupontel, Zinedine Soualem, Julie Ferrier, Gilles Lellouche e Emmanuel Quattra. Ci sono anche personaggi più solitari, come la titolare del forno, interpretata da Karin Viard, che cerca disperatamente un giovane dipendente; Benoît, che viene dal Camerun e ha attraversato l'Africa per arrivare fino a Parigi; e Laetitia, la giovane studentessa. Ho cercato di mostrare come si crei sempre una complicità dove esistono solo contrasto e isolamento. Nonostante la solitudine, c'è sempre solidarietà, o semplicemente strade che si incontrano. Un film racconta spesso la storia di un unico viaggio, ma qui seguiamo le vicende di molti individui e quindi anche molte strade. In questo film, i viaggi individuali creano emozioni collettive. E attraverso il montaggio del film, i problemi di una persona alimentano quelli di un'altra. In effetti, è stata questa la cosa più difficile, fin dalle prime fasi della scrittura: riuscire a mettere insieme tutte queste storie frammentate in un'unica trama.
La presenza di Fabrice Luchini e Karin Viard nel cast di PARIS richiama alla mente il suo primo lungometraggio, RIENS DU TOUT, un altro film in cui si incrociano le strade di molti personaggi…
In PARIS ci sono richiami a tutti i miei film precedenti. Volevo che diventasse una specie di archivio dei temi che avevo esplorato in passato. E' vero che la presenza di Luchini e Karin Viard fa ripensare a RIENS DU TOUT , ma qui ci sono più di dieci personaggi, e tutti narratori. E' buffo, ma dopo aver girato RIENS DU TOUT avevo giurato a me stesso di non fare mai più un film con tanti personaggi – troppo difficile. Eppure, ci sono ricascato… E' stato più forte di me!
In PARIS ci sono anche molti attori con cui non aveva mai lavorato – come Juliette Binoche, François Cluzet, Mélanie Laurent, Gilles Lellouche e Albert Dupontel - che tra l'altro sono anche attori molto famosi. Una cosa insolita, per un suo film…
Nei miei film ci sono sempre state presenze ricorrenti - come Zinedine Soualem, Romain Duris e Vincent Elbaz – insieme a tanti altri attori. Mi piace scoprire facce nuove in ogni film. In PARIS , sapevo di dover rappresentare la diversità, quindi ci sono molti attori, e sì, è vero, parecchi sono anche famosi. Quando ho deciso di intitolare il mio film PARIS , sapevo che avrei dovuto fare qualcosa che somigliasse alla città – cioè qualcosa in cui si alternassero ordinario e grandiosità monumentale. Attraversare la Senna o passare davanti alla Torre Eiffel sono sempre momenti speciali, per i parigini. Potranno essere dei clichés ma sono anche elementi quotidiani del nostro paesaggio urbano, e non potranno mai diventare completamente ordinari. Non potevo fare a meno di mostrare anche questo aspetto.
Ed è la stessa cosa per gli attori. Dovevano essere persone comuni e al tempo stesso monumenti del cinema. Lavorare con attori come Romain Duris, Juliette Binoche, Fabrice Luchini, Albert Dupontel, François Cluzet, Julie Ferrier, Gilles Lellouche, Mélanie Laurent e Zinedine Soualem non è stata certo una esperienza qualsiasi, “ordinaria”. E' stata una cosa eccezionale, tanto da ispirare soggezione.
Questo è il suo sesto film con Romain Duris, che ha un ruolo completamente diverso da quello che aveva in L'APPARTAMENTO SPAGNOLO e in BAMBOLE RUSSE
E' stato chiaramente un tentativo di liberarci di Xavier! Romain e io dovevamo farlo, se non altro per dimostrare a noi stessi che potevamo ancora lavorare insieme senza ripescare quel personaggio! Oggi, mi riesce difficile girare un film senza Romain, e lo stesso vale per Zinedine Soualem. Con PARIS , non volevamo fare un sequel come quando abbiamo girato BAMBOLE RUSSE - volevamo andare in una direzione diversa. Ma non è stato poi così difficile, perché Romain ha imparato molto passando da un universo all'altro con registi diversi. Tuttavia, ci ha fatto uno strano effetto non avere il rapporto a cui siamo abituati, sul set. Durante le riprese di L'APPARTAMENTO SPAGNOLO e BAMBOLE RUSSE eravamo rilassati, mentre in questo caso il lavoro è stato molto più stressante. Stressante nel senso che dovevamo creare qualcosa di più serio. Il personaggio di Romain è gravemente malato, e non potevamo passare tutto il tempo sul set a ridere e a scherzare – ci metteva a disagio. Ci sembrava una mancanza di rispetto nei confronti di Pierre e della sua sofferenza.
In un flashback, vediamo Romain Duris che fa il ballerino al Moulin Rouge. Duris l'ha sorpresa?
Ancora non ci credo. Ho già fatto 6 film con lui, ma ogni volta mi sorprende! Quel giorno è stato strano, è stato una specie di punto di arrivo del film. Soprattutto perché era l'ultimo giorno di riprese per Romain, quindi non era un giorno qualsiasi.
Sono rimasto sconvolto vedendolo danzare così, perché era entrato in quel mondo con una tale naturalezza… costume, personaggio, coreografia e tutto! Riusciva a rendere il lato patetico del ballerino che passa da una piccola scrittura all'altra, e insieme la classe di un vero ballerino del Moulin Rouge. Mi piaceva come riusciva a incarnare questi due aspetti. Quando fai un film su Parigi in cui parli del Moulin Rouge, e uno dei personaggi principali fa il ballerino lì, devi rassegnarti: non è neanche più un cliché, a quel livello, è una caricatura del simbolo di un'icona. E se questa cosa nel film funziona, se non appare mai rozza o esagerata, lo si deve solo a Romain e alla sua misura, alla grazia della sua interpretazione.
Si dice che girare un film con lei sia un gran divertimento per tutti. E' stato così anche per PARIS?
Ci siamo divertiti durante le riprese, sì. Io ero felice, è stato un piacere lavorare. Un piacere intimamente legato al lavoro, e quindi anche all'impegno e alla fatica. Non ho mai avuto una troupe così in gamba. Eravamo sempre contenti di rivederci, la mattina. Be', io almeno lo ero. C'era molta gioia sul set, ma anche tanto lavoro, tanta concentrazione e anche tanta serietà. Alla fine, quella miscela di serietà e di piacere ha funzionato bene. Tra me e il direttore della fotografia, Christophe Beaucarne, c'è una grande sintonia. Siamo entrambi consapevoli del fatto che abbiamo un lavoro da fare, ma al tempo stesso ci sentiamo come due bambini, capaci di mettere in discussione in qualsiasi momento tutto quello che abbiamo imparato fino a quel momento. C'è una specie di scollamento tra la nostra maturità professionale e la nostra immaturità sul set. Siamo stati molto attenti a non prenderci troppo sul serio.
Ha conosciuto Juliette Binoche quando lavorava come elettricista sul set del film di Léos Carax BAD BLOOD. Ora Juliette è la protagonista di PARIS, e lei è un regista affermato. Pensa mai a quanta strada ha fatto?
Cerco di non pensarci troppo. Diciamo che quando ti accorgi che stai diventando famoso, provi un senso di vertigine, ma non il tipo di vertigine che cerco. Mi piace fare le cose senza pensieri. Preferisco l'incoscienza alla vertigine.
Non è facile per qualcuno che ama osservare i suoi personaggi dall'alto...
E' vero. Quando avevo 25 anni e facevo l'elettricista potevo solo sognare di fare il regista, un giorno. E ora non soltanto lo faccio, ma lo faccio con artisti straordinari, e ne sono consapevole. La cosa più bella, però, non è essere considerato un regista “affermato”, ma godere della possibilità di fare questo lavoro. Dirigere un film con Karin Viard, Fabrice Luchini, Juliette Binoche e Romain Duris è un privilegio incredibile. Ci sono poche droghe così efficaci, e per di più, questa è anche legale!
Qual è la zona di Parigi che preferisce?
Vorrei poter dire che non ce n'è una sola. E' questo il bello di Parigi – è un posto dove puoi perderti. Adoro questo suo aspetto. Ci sono così tante zone diverse, è una città infinita. Ma ho un debole per il lungo Senna e l'Île Saint-Louis. In momenti importanti della mia vita, mi ritrovo spesso a camminare da quelle parti, e alla fine di una giornata di riprese ho bisogno di andare lì. Per sentire il cuore della città, forse.
JULIETTE BINOCHE
Chi è Elise, il suo personaggio?
Elise ha 3 figli, vive sola e lavora come assistente sociale. Ha un fratello. Affronta tutti i giorni lo stress dei problemi di una città come Parigi, e non è facile. Combatte la sua battaglia senza sosta, e nel corso del film attraversa un cambiamento profondo.
Ricorda Cédric Klapisch quando era elettricista nella troupe del film di Léos Carax BAD BLOOD?
Sì, me lo ricordo benissimo - io ho un'ottima memoria. Abbiamo passato un pomeriggio insieme, durante le riprese del film, perché dovevo buttare un pezzetto di carta fuori da una finestra, e lui aveva una specie di pistola ad aria compressa con cui doveva indirizzare la caduta della carta perché cadesse in un punto preciso! Così, abbiamo passato qualche ora insieme, e me lo ricordo perché era dolce, un po' imbarazzato e un po' timido.
Che tipo di regista è diventato?
Ci sono registi che amano farsi sorprendere dagli attori, e registi che sentono il bisogno di avere il controllo della situazione. Con Cédric, mi è capitato di “sentirlo” pensare, e ho avuto il privilegio di vederlo abbandonarsi a grandi esplosioni di riso – e di pianto, anche.
Jean-Pierre Darroussin, col quale ha lavorato in RIENS DU TOUT e ARIA DI FAMIGLIA, ha detto che di tutti i registi con cui ha lavorato, Klapisch è il più “regista” - un regista di attori.. E' d'accordo con lui?
No, perché io ho conosciuto diversi registi, alcuni ti guidano molto, altri ti lasciano assolutamente libero. Ho sperimentato entrambi gli estremi. Cédric ha la capacità di entrare dentro ua scena “intellettualmente”. Ti spiega quello che hai appena fatto, e tu cerchi di seguire mentalmente il suo ragionamento. Dopodiché, ti indica la direzione in cui vuole procedere. A volte, questo non mi aiuta molto. Io non lavoro “di testa”. Anche se, ripensandoci, ricordo l'espressione che ha fatto, un giorno, per farmi capire quello che aveva in mente, ed era stupenda! E stato quando abbiamo girato la scena in cui dovevo lasciare l'appartamento di Mélanie.
In PARIS, lei interpreta la sorella di Romain Duris. Sappiamo che Duris ha un rapporto di grande amicizia con Klapisch. Lo ha percepito?
Ho cercato di non pensarci troppo, perché ho cominciato proprio girando alcune scene con Romain, e volevo avere un rapporto spontaneo con Cédric, trovare una direzione in cui potessimo muoverci insieme. Direi che c'è stato un periodo di adattamento. Avevo anche la sensazione che Cédric fosse un po' apprensivo, perché lavorare con attori nuovi fa sempre paura. Io e Romain abbiamo un rapporto molto intenso nel film, un rapporto solido e duraturo ma anche pieno di tensioni. A Cédric interessava parlare del legame speciale che esiste tra fratello e sorella, e per farlo ha attinto alla sua vita e alla sua storia personale. Mi è sembrato molto felice quando ha scoperto che quello stesso tipo di rapporto poteva esserci fra due attori. Romain ed io lo sentivamo. Siamo stati più un trio che una coppia con un terzo incomodo.
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