Bollywood Bollywood!
viaggio nel cinema indiano
a cura di Vittorio Renzi
Un paio di anni fa si è manifestata in
tutta Europa – e in particolare a Londra - la riscoperta
del subcontinente indiano, in termini di gusto, moda,
pubblicità e – parzialmente – cinema. Il 2001 è stato
l’anno del Leone d’oro a Monsoon Wedding, dell’ottima
accoglienza di Ashoka a Venezia e di Devdas a
Cannes. Nel 2002 Lagaan, vincitore del premio del
pubblico al Festival di Locarno, è stato nominato agli
Oscar come miglior film straniero. Tuttavia in Italia, a
parte la rassegna bolognese dell’anno scorso e i film di
Mira Nair, unica regista indiana ad essersi vista rinnovare,
per così dire, il passaporto ai festival europei, il resto
del continente-cinema indiano ci resta del tutto ignoto.
Considerando il fatto che non stiamo
parlando semplicemente di una cinematografia nazionale più
o meno recente, ma di una realtà industriale quasi
centenaria, la maggiore al mondo (ancor prima di Hollywood e
dello Studio Misr del Cairo), provvista di 11.000 sale e di
un proprio star-system – dove attori e attrici sono in
primo luogo, come in Egitto, cantanti famosi, se non
leggendari, in tutta la nazione - ci è semplicemente
impossibile continuare ad ignorare un fenomeno così vasto e
imponente. Nonostante infatti in molti ci avvertano che la
maggior parte dei "blockbuster" indiani siano una
vera schifezza, un’industria che sforna tra i seicento e i
novecento film all’anno merita senz’altro un’indagine
più approfondita: del resto, se dovessimo basarci su quelle
pellicole hollywoodiane di secondo ordine che arrivano in
certi paesi africani, che opinione mai avremmo della stessa
Hollywood? Senz’altro peggiore di quella che abbiamo già.
Senza contare che, così come il cinema statunitense non si
riduce ai soli grandi studios, così anche in India
esiste un altro tipo di produzione, riconoscibile
generalmente dal fatto che la lingua, anziché essere l’hindi
(come tutti i film di Bollywood, girati cioè a Bombay) è,
ad esempio, il bengali, come nel caso del grande Satyajit
Ray, autore negli anni Cinquanta della splendida trilogia di
Apu, i cui film il buon Ghezzi continua di tanto in tanto a
passare su Fuori Orario.
Dopo svariati anni di crisi, il
cinema
indiano sta conoscendo ora una rinascita che spiega anche il
successo internazionale cui accennavamo all’inizio: è
dunque un ottimo momento, da cogliere al volo, per tuffarsi
nell’oceano della pellicola indiana. Quello che andiamo
dunque a proporre, più che un percorso critico, è un
entusiasmante viaggio alla scoperta di nuovi territori, con
tutta la passione di chi ama e continua ad amare tutto il
cinema. Nella speranza di contribuire, seppur in minima
parte, al richiamo di questi film anche nelle nostre sale.