DEVDAS (1955)
Id. India, 1955
Regia e montaggio: Bimal Roy
Soggetto: romanzo di Sarat Chandra Chatterjee. Sceneggiatura: Rajinder Singh Bedi, Nabendu Ghosh. Fotografia: Kamal Bose. Musica: Sachin Dev Burman. Testi: Sahir Ludhjanvi.
Interpreti: Dilip Kumar (Devdas), Suchitra Sen (Paro), Vyjayanthimala (Chandramukhi), Motilal (Chunnilal)
Produzione: Bimal Roy, per Bimal Roy Productions, Mohan Films. 159’ B/N

Sorta di Romeo e Giulietta, filtrato attraverso la sensibilità e la cultura indiani, Devdas è tratto dal romanzo che Sarat Chandra Chatterjee, tra i più famosi scrittori indiani, scrisse a diciassette anni e dal quale sono state tratte, fino ad ora, ben quattro versioni cinematografiche. Questa del regista Bimal Roy (che peraltro fu il direttore della fotografia della versione precedente, del 1935, mentre la prima risale al 1928) è una visione naturalistica e poetica: come nel caso di Satyajit Ray, anche Roy è stato infatti accostato in più occasioni al neorealismo italiano. Un’ultima cosa da dire è che, nonostante il titolo del film porti il nome del protagonista maschile, questo è senza dubbio un film filtrato acutamente dal punto di vista delle donne, cosa affatto scontata nell’India degli anni Cinquanta.

Si potrebbero dire tante cose di questo capolavoro assoluto del cinema indiano (e non solo). Ma la via che scegliamo è quella di raccontare l’intera trama perché è splendida, nonché estremamente rappresentativa dell’immaginario amoroso indiano.

Devdas e Paro sono due bambini che vanno a scuola insieme. Devdas è figlio del ricco signore locale, Paro fa invece parte di una famiglia di casta inferiore. Lui è un bambino irrequieto che non ama studiare. Il primo momento musicale del film li vede cantare insieme subito dopo la scoperta di un nido di uccelli. Cantano insieme correggendosi a vicenda: è un momento delizioso di poetica dell’infanzia che fa pensare in qualche modo a un vecchio film della Disney riletto da De Sica o Rossellini. Dopo l’ennesima monelleria il padre di Devdas, un uomo estremamente severo, decide di mandarlo a studiare a Calcutta. La separazione tra i due bambini è straziante. Paro addirittura paga poche rupie ad alcuni musici viandanti per farsi narrare la storia d’amore tra Radha e il dio-pastore Krishna.

Una delle scene più belle del film vede Paro in riva al fiume con una brocca, intenta a prendere l’acqua. La mdp inizialmente inquadra Paro piegata sull’acqua: i movimenti della mano e della brocca provocano delle onde che allontanano delle foglie di loto; segue le onde e le foglie galleggianti che si allontanano sulle increspature e poi senza stacchi torna indietro, al braccio d Paro e finalmente al volto, di profilo: e scopriamo che Paro è cresciuta ed è diventata una bellissima ragazza. In questo semplice movimento di macchina c’è il senso del tempo che scorre, dei cambiamenti nelle cose della natura e, al tempo stesso, delle cose che invece non mutano, come il sentimento che Paro nutre verso Devdas.

Quello stesso giorno giunge la notizia del ritorno di Devdas il quale, prima ancora di passare a casa dai suoi, fa visita alla casa di Paro. E’, questa, una sequenza memorabile, di grande forza espressiva: di Devdas udiamo prima la voce, mentre è fermo a parlare con la madre di Paro. Lo vediamo solo in un secondo momento e per gradi: il bastone dal pomo dorato, le gambe, che calzano scarpe e pantaloni eleganti. Paro è fuggita al piano di sopra della casa, nella sua stanza e lì lo aspetta in trepidante attesa: ritardare quell’incontro le procura una gioia ancora maggiore. Non vediamo in viso Devdas fino a quando non ha salito le scale e non è entrato nella stanza buia, dove Paro ha acceso romanticamente una candela: solo allora si guardano, si parlano. Le due famiglie ovviamente sono contrarie al matrimonio: quella di Devdas per motivi di prestigio, quella di Paro, vice versa, per orgoglio. Tanto è vero che il fratello di Paro decide di trovarle entro una settimana un marito più ricco di Devdas. Solo le due madri comprendono impotenti l’amore che lega i due giovani. Paro sceglie allora di compiere un gesto coraggioso ed estremo: andare a trovare il suo innamorato di notte, per chiederlo in sposo. E’ qui che scopriamo la vera natura di Devdas: sostanzialmente debole e incapace di afferrare le cose, di opporsi alle avversità, e anche una certa ipocrisia borghese. Egli si mostra sorpreso e quasi infastidito da quella visita, si preoccupa per lo scandalo. Tuttavia si impegna a cercare di convincere il padre. La mattina seguente, dopo un’inutile discussione con entrambe le famiglie, Devdas decide bruscamente di ripartire. Torna a Calcutta, presso Chunnilal, un amico dandy, bevitore e frequentatore di bordelli. La prima apparizione di Chunnilal ci dice già tutto su di lui: rientra a casa e tenta di appendere il bastone non sull’appendi abiti, ma sull’ombra che questo produce sulla parete. Dopodiché, sorpreso dalla presenza inaspettata di Devdas, si lascia andare a deliri cinico-romantici sulla vita e sull’amore.

Devdas scrive a Paro dicendo che il loro amore era solo una "bambinata" e che lei deve dimenticarlo. Poi si pente e torna di corsa al villaggio: qui, in riva al fiume, chiede a Paro di perdonarlo e fuggire con lui, ma lei, ferita troppo duramente dalla lettera, si mostra altezzosa e decisa per il partito che la famiglia le ha imposto: un ricco signore di Monakpur. Paro esalta la propria bellezza e deride la luna, la cui bellezza è minata invece dalle molte cicatrici. In un gesto estremo – che solo in un secondo momento si capisce essere un disperato atto d’amore - Devdas la colpisce sulla fronte con il bastone. Le procura così una cicatrice, simbolo eterno del loro amore sfortunato, poi riparte per Calcutta.

Qui inizia a bere e una sera si fa portare nel bordello di Chandramukhi, che danzando per lui canta queste parole: "L’amore è una tempesta di emozioni. E’ la volontà di vivere e di morire al tempo stesso". La prostituta si innamora immediatamente di lui, colpita dal dolore, dall’onestà e dal disprezzo del ragazzo. Paro nel frattempo si è sposata con un vecchio signore vedovo, con due figli della sua stessa età. In tutta umiltà lei si proclama una delle servitrici della casa, e intesse con i figli un rapporto alla pari. Il nuovo incontro con Devdas avviene in occasione della morte del padre di lui. E’ un momento penoso, tragico, in cui i due si confessano una volta di più un amore ormai impossibile. Devdas le promette che prima di morire andrà da lei affinché possa prendersi cura di lui un’ultima volta.

Tornato a Calcutta, scopre che Chandramukhi non è più una prostituta, che ha lasciato tutto per lui ed è pronta a servirlo, senza chiedere nulla in cambio. Ma lui, oramai alcolizzato cronico, non ha spazio nel suo cuore che per Paro e i suoi rimorsi. Dopo un anno e mezzo trascorso a Calcutta, l’uomo riparte. Lo ritroviamo lungo il fiume, presso la casa del padre, a cantare tristemente o a sparare agli uccelli (quegli uccelli con cui amava cantare da bambino assieme a Paro). Chandramukhi, che non ha più sue notizie da mesi, decide di fare un viaggio a piedi per andare a trovarlo. Lungo la via - altra sequenza indelebile, a montaggio alternato - incontra una lettiga trasportata da servitori con dentro una donna bellissia che procede nella direzione opposta: è Paro che sta tornando a casa dopo una visita a vuoto (Devdas se ne è andato di nuovo). Nessuna delle due sa chi sia l’altra, eppure, incrociandosi, si fissano in silenzio intuendo qualcosa.

Chandramukhi torna a Calcutta e per mesi cerca Devdas in tutte le strade. Lo ritrova in un vicolo, ubriaco perso. Lo porta a casa sua e gli canta quella che è, senz’altro, la più bella canzone del film: "Nel tuo cuore c’è solo tormento, nel mio ci sei solo tu…", ed è come se amandolo, facesse suo quel tormento, soffrendo e sopportando molto più di lui. Lo fa smettere di bere, lo accudisce, ma un giorno Devdas sale sul treno, accompagnato dal suo fedele servitore che lo ha cresciuto, e si mette a viaggiare per tutta l’India, senza una mèta. Qui incontra il suo vecchio amico Chuni che gli offre da bere. Il calvario di Devdas riprende e l’alcool accelera la sua fine. Una notte si sveglia e vomita sangue: parallelamente anche Paro, nella casa del marito cade in terra sputando sangue. Sentendosi oramai vicino alla morte, per rispettare la promessa fatta a Paro, scende dal treno e si fa condurre a Monakpur da un carrettiere. Ma non riesce a raggiungere il suo cancello: muore la notte stessa, nella piazza del villaggio. La mattina dopo Paro, saputo l’accaduto, tenta di raggiungerlo, ma le viene impedito di uscire. L’ultima inquadratura mostra le fiamme di un rogo notturno: è la salma di Devdas che brucia, in solitudine.

Devdas, accolto tiepidamente dal pubblico, ottenne un grande successo di critica e vinse tre Filmfare (gli Oscar indiani): miglior attore (Dilip Kumer), miglior attore non protagonista (Motilal, che interpreta Chunnilal) e miglior attrice non protagonista (Vyjayanthimala, nei panni di Chandramukhi): quest’ultimo premio fu rifiutato dall’attrice, in quanto il suo – sosteneva – non era un ruolo secondario.

Dilip Kumar è comparso in quasi sessanta film; Suchitra Sen solo venti: si è ritirata dalle scene verso la metà degli anni Settanta.

Bimal Roy (1909-1966), considerato uno dei più grandi registi della Bollywood classica e premiato anche ai festival europei (Cannes e Karlovy Vary), Roy ha iniziato in realtà la sua carriera a Calcutta, realizzando film Bengali, regione di cui era originario. In seguito al declino di quell’industria si è trasferito a Bombay, pur non conoscendo molto bene l’hindi. Al tempo di Devdas, aveva raggiunto la piena libertà creativa, tanto da poter curare, oltre alla regia e alla sceneggiatura, anche produzione e montaggio. Ha diretto nella sua carriera 27 film, l’ultimo dei quali, Bandini, è considerato il suo capolavoro.

Vittorio Renzi

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