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Gerry

Due ragazzi, legati da una forte amicizia e da una simbolica omonimia (entrambi si chiamano Gerry, ma non sappiamo se sia un soprannome da loro scelto o il loro vero nome di battesimo) in un pomeriggio d’estate decidono di avventurarsi, seguendo un sentiero nel deserto roccioso di un luogo senza nome e senza tempo. Scherzano, chiacchierano di uno show televisivo e poi una lunga corsa a chi fa prima, senza badare al percorso. Crollano per terra esausti, ma divertiti. Non ce la fanno più a camminare e decidono di tornare indietro. Sono ormai fuori dal sentiero e cercano di ricostruire i loro passi a memoria. Ma il paesaggio è sempre uguale a se stesso e i due non hanno piu’ punti di riferimento. Si sono persi del tutto; intorno solo rocce poi sabbia, poi distese immense, senza fine. Un po’ incoscientemente continuano a camminare scherzando sulla loro strana situazione. Il tempo passa, non c’è acqua, non c’è cibo, mancano le forze e i due iniziano ad avere paura. Arrivano anche le allucinazioni, tutto è confuso. Il deserto li ha inghiottiti, facendoli prigionieri del suo spazio infinito.

Gerry è un film che, senza parlare, ci dice tante cose; cose che vediamo sullo schermo attraverso i paesaggi e la trasformazione dei corpi e dei volti dei protagonisti. La loro vicenda è una metafora della parabola umana, dove la sfida e l’incoscenza portano a rischiare la propria vita, dove l’amicizia e cioè i sentimenti, sono l’unica fonte di forza, ma anche di morte e dove il Tempo governa tutto, prendendosi gioco di chi tenti di padroneggiarlo. Lunghi piano-sequenza e solo due interpreti - le due parti dell‘io - raccontano tutte queste cose, con pochi dialoghi (la sceneggiatura è di Van Sant e dei due protagonisti, Matt Damon e Casey Affleck), senza specificare nulla di quello che c’è stato prima di quel deserto, di chi siano i due Gerry, da dove vengano, quale rapporto realmente li leghi, quanti anni abbiamo... Bastano le immagini inquietanti delle nuvole in subbuglio e il silenzio impietoso del deserto, che costringe lo spettatore ad entrare dentro allo schermo, ad immedesimarsi nella fatica, nella limitatezza del loro essere umani e giovani e inesperti e, fino alla fine, pieni di speranza.

Francesca Manfroni

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