Alla
rivoluzione sulla due cavalli
Onda lunga
per l'Italia cinematografica

Piove dal
cielo sopra Locarno e piovono anche – non era mai accaduto sino ad ora – gli
applausi della critica per uno dei film in concorso, il nostro “Alla
rivoluzione sulla 2 Cavalli”, di Maurizio Sciarra. E’ la storia di tre
amici, Marco, il suo amico portoghese Victor e l’ex fidanzata Claire che a
bordo di una Due Cavalli Gialla partono da Parigi per andare a Lisbona: è
l’alba del 25 aprile 1974 e proprio quella notte il Portogallo viene liberato
dalla più lunga dittatura fascista d’Europa. La “Rivoluzione dei
Garofani”, così venne ribattezzato quell’evento storico che diventa il
pretesto di un viaggio nel quale si mescolano i sentimenti, i sogni, le
illusioni che sono stati comuni ad una generazione di giovani. I tre antieroi
della 2 Cavalli gialla partono per vedere di persona la faccia della Storia
mutare, il destino di un popolo così nobile e colto finalmente passare la notte
buia durata la bellezza di 48 anni: e in quello che si rivelerà un piacevole e
classicheggiante road-movie tinto (smosso) però di un sacro e viscerale
leit-politic-motiv, avremo anche l’occasione di assistere alla scopertà di un
paesaggio (anche “umano”) tutt’altro che inerme o inanimato, che
“abita” i luoghi e che si offre ai “nostri” durante il loro passaggio,
di frontiera in frontiera. In questo andamento western e di giri di luna fra
terra e mare fatto di soste, di un nuovo ripartire, di accampamenti e di vecchie
locande dove s’incontrano tizi un po’ strani (è il caso del meccanico
spagnolo che riparerà loro la macchina o del Conte appassionato collezionista di 2Cv), c’è spazio
anche per l’amore, ma un tipo di amore libero, che finisce per coinvolgere
Claire: lei, che si è presa una breve vacanza dalla vita di tutti i giorni, dal
marito e dal figlio piccolo, fa l’amore una notte con tutti e due,
ricostruendo – seppur per poco tempo – una parentesi amorosa passata che
l’aveva legata un tempo prima a Victor e poi a Marco.
Si sta a
proprio agio dentro a questo film, si vedono bei posti, si ascolta della buona
musica, si ride e si “sfoglia” l’immagine curiosi e “vogliosi” di
sapere cosa ci aspetta alla prossima inquadratura, come andrà a finire insomma
a questi tre e alla loro “sgangherata” 2 Cavalli: il “fondale” politico
che pervade il film e che potrebbe indurre a pensare di trovarsi di fronte a
dialoghi impegnati, “politichesi”, resta fondale, e lo script (guarda caso
firmato da uno dei nuovi maestri della scrittura di cinema in Italia,
quell’Enzo Monteleone autore già di road-movie come “Marrakech Express” o
“Turnè” di Gabriele Salvatores) vola alto sulla necessità di intasare i
dialoghi di tessuti ideologici. Il climax politico sta tutto dentro a quella
2Cavalli di colore giallo e alla vita di chi vi è seduto sopra, sta scritto
sulle loro facce, nella musica che ascoltano: “i viaggi hanno sempre bisogno
di compagnia, è quasi sempre indispensabile, a volte si parte da soli e si
raccoglie per strada quelli che hanno la tua stessa passione”; ecco allora che
dopo aver dato un passaggio a diversi autostoppisti, i tre ospitano per qualche
chilometro anche un cane solitario che scodinzola tutto felice sul sedile
posteriore. Si va tutti alla “rivoluzione dei garofani” su quel
“trabiccolo” mitico, animali compresi e si partecipa anche: è la scena
nella quale, una volta giunti a Lisbona, lo zio di Victor (Zio Enrique, uno
scrittore) li porta a liberare il suo quartiere con il fucile in spalla. C’è
“saudade” (quanta ne basta però) per tutti in questa bella prova di Sciarra,
ma soprattutto il fascino di certa vita e di un mondo visto “in viaggio”,
tra le strade di Lisbona mentre arrivano musiche da dentro i caffè e si sente
parlare in portoghese questa gente finalmente felice.
I protagonisti del film
Adriano
Giannini è figlio d’arte: suo padre, il noto Giancarlo Giannini, ha fra le
altre cose lavorato nel precedente film di Sciarra, “La stanza dello
scirocco”. Lui è alla prima prova d’attore, anche se da molto tempo lavora
nel cinema come assistente alla regia. Qui – nei panni di Marco - è apparso
molto convincente, così come gli altri suoi compagni d’avventura, lo spagnolo
Andoni Gracia e l’affascinante Gwenaelle Simon, complici nella riuscita di
“Alla rivoluzione sulla due cavalli”. “Sono felicissimo di aver fatto
bene: credo che il viaggio di questo film sia una delle cose che non dimenticherò
molto facilmente, anzi. Con loro mi sono trovato benissimo, parlo di Victor e
Claire: solo in una scena ci siamo trovati un po’ in imbarazzo, e ovviamente
sai benissimo a quale mi stia riferendo”. La scena è quella dell’amore a
tre: in una stanza di un vecchio albergo vicino Lisbona, Claire fa l’amore con
tutti e due i suoi compagni di viaggio. E’ stata l’unica parte all’interno
della sceneggiatura che ha creato una certa ansia ai protagonisti: “si - dice
Gwenaelle (Claire) – devo dire che c’ho pensato per tutto il film, sin
dall’inizio delle riprese. Continuavo a chiedere a Sciarra quando l’avremmo
girata, poi una sera ci fece una sorpresa e all’improvviso decise che fosse
venuto il momento. E’ andata…”.
Anche Andoni
Gracia ripensa sorridendo a quel momento: “la cosa curiosa è che quando
stavamo girando è entrata una cameriera dell’albergo per portarci delle
lenzuola: gli avevamo detto fino alla sera prima che si trattava di un film di
viaggio un po’ politico. Quando ha visto che dentro a quel letto eravamo in
tre e che Claire baciava sia me che Marco, è rimasta immobile per qualche tempo
e poi è corsa via senza dire neanche una parola: chissà cosa deve aver
pensato”. Nel film Victor (che è spagnolo, dei paesi baschi) fa la parte di
un giovane poeta portoghese, e che nel film “mastica” un buon italiano:
“si, la cosa più difficoltosa per me è stata quella di imparare inizialmente
l’italiano. Ho dovuto studiare molto, per due mesi di fila: poi però nel film
avrei dovuto parlare con accento portoghese, perché è da lì che proveniva
Victor. E io sono spagnolo: è stato un bel casino, però mi dicono che sono
piaciuto e questo è quello che conta”.
Parla
il regista
“Fare
un film on the road è un sogno che mi porto dietro da prima di decidere di fare
questo mestiere. Perché la sensazione di rivivere un viaggio nel chiuso di una
sala buia è forse una delle prime emozioni di un giovane cinefilo. Devo il mio
amore per il cinema a una trasmissione televisiva che non sopportavo e che al
giovedì mi faceva stare lontano da casa: quando c’era “Rischiatutto” io
scendevo infatti giù in strada per infilarmi in un cineclub a due passi da dove
abitavo. A quell’epoca io come altri della mia generazione si fece incetta di
cinema indipendente americano, di cui il road movie era considerato un genere di
punta. Non è un caso che ho copiato un’intera scena da Easy Ryder”.
Maurizio Sciarra è al suo secondo lungometraggio: dopo “La stanza dello
scirocco” – che ha ricevuto diversi premi – ha cambiato totalmente
registro e si è “calato” in un film di viaggio che qui a Locarno è
piaciuto davvero molto. Si chiama “Alla rivoluzione sulla due cavalli” e
forse non vincerà il festival ma sarà sicuramente il film che più di tutti
gli altri avrà un futuro distributivo e quindi anche un pubblico: l’uscita
nelle sale è infatti prevista per novembre. Chiediamo a Sciarra se la scelta di
fare un film con un “fondale” politico senza però riempirlo di
dialoghi-manifesto appartenenti ad una ideologia è stata sin dall’inizio il
filo d’arianna sceneggiativo o è maturata nel corso del film (film che,
ricordiamolo, è stato scritto assieme a Enzo Monteleone, già sceneggiatore dei
road-movie di Salvatores): “con Enzo siamo partiti dall’inizio convinti che
questo dovesse essere un film libero, un film dove l’impegno politico non
stava espressamente o necessariamente dentro ai dialoghi.
L’ideologia
stava già nella storia che andavamo a raccontare, non c’era bisogno di summe
politiche da mettere in bocca ai protagonisti. Si parla degli anni ’70 come di
anni bui, il ricordo va subito al terrorismo. Ma per me, come per tantissimi
altri, quegli anni sono stati anni di grande gioia, di momenti segnati
dall’amicizia, dalla solidarietà, dall’aderire a movimenti di pensiero che
univano milioni di giovani in tutto il mondo, di curiosità per luoghi, mondi, e
volti sconosciuti, e voglia di fuggire, di viaggiare, di ritornare carichi di
novità. Sono anni in cui la musica è il collante più forte per i giovani.
Tutto il mondo risuona degli stessi ritmi, gli stessi sogni sono cantati dalle
stesse canzoni, che per lo più sono il rock americano, le canzoni di protesta.
Ti dirò, uno dei motivi d’orgoglio di questo film è “Layla”: per la
prima volta Eric Clapton ne ha concesso i diritti. Sentire nel tuo film i pezzi
che hai sentito sulle terribili audiocassette, malamente registrate, e passate
nei primi accrocchi montati in macchina, o sui dischi in vinile rovinati dalla
troppa passione, beh mi dà delle grandi emozioni”. L’andamento del viaggio,
il suo altero promettersi al senso dell’avventura, ripropongono antiche
implicazioni legate allo spostarsi, al movimento, al guardare il mondo non
standosene insomma dietro le mura di casa: “trovi anche tu – gli domandiamo - che la dimensione del viaggio
sia fra le poche condizioni in cui l’uomo percepisce veramente se stesso?”.
“Si sono d’accordo con te: il viaggio è il bello di viaggiare, è uno stato
di massima allerta per i nostri sensi. E’ il luogo dove la vita ha una specie
di ricambio e più facile è la predisposizione per le sensazioni che
scaturiscono da un’amicizia, da un amore, dalla gente che incontri, dai
paesaggi che ti si aprono dietro a una curva: Marco, Victor e Claire, in fondo,
vanno all’appuntamento oltre che della Storia soprattutto della vita”.
G. M.