Locarno 2001: un bilancio prima della premiazione

Irene Bignardi

Chiude Locarno e la gente del cinema si dà appuntamento al prossimo festival. Registi, belle attrici, giornalisti smontano dal grande circo dei film e passano ad altro. In questa città di lago straniera piena di turisti e che ha una delle più belle piazze d’Europa, anche quest’anno è sceso – oltre a qualche temporale di matrice “caribe” - il gran vento del cinema. E nonostante qualche “freddura” di film non propriamente riuscito, il festival ha proposto complessivamente delle buone opere e tutte, sostanzialmente, espressione comunque di una qualche idea di cinema. Chi vincerà questa edizione di Locarno lo sapremo solo nel tardo pomeriggio, ma come al solito difficilmente finirà premiato il film che più di ogni altro è piaciuto e ha convinto la critica o ha riscosso le maggiori attenzioni da parte del pubblico: a Locarno, da un po’ di edizioni a questa parte, nessuno è mai riuscito ad azzeccare il film vincente, e il Pardo se lo è sempre comunque aggiudicato chi silenziosamente è passato fra gli articoli di “taglio” basso dei giornali. Quest’anno – proviamo ad azzardare un pronostico – probabilmente vinceranno i francesi: c’è aria di Pardo intorno a “Le lait de la tendresse humaine”, di Dominique Cabrera, la storia di una depressione post-parto, ma anche per “Comment j’ai tué mon père”, di Anne Fontane (sul ritorno di un padre) e “Avec tout mon amour” della regista Amalia Escriva ambientato nell’Algeria di inizio secolo. A nostro giudizio i film che meritano di vincere questo festival sono rintracciabili fra il brasiliano “Bicho de 7 cabecas” di Lais Bodanzky” (la storia di un padre che fa rinchiudere in un manicomio il figlio malato – secondo questi – di “adolescenza”), l’americano “Miss Wonton” di Meng Ong (la storia americana di Ah Na), il tedesco “Love the hard way”, buckowskiana “leggenda” impersonata da Jack per le strade di New York e firmata da Peter Sehr, e l’italiano “Alla rivoluzione sulla due cavalli” il bel road-movie di Maurizio Sciarra.

L’organizzazione. Il Festival di Locarno vanta uno dei budget più ricchi fra i concorsi internazionali di cinema: siamo d’altronde in Svizzera e non mancano certo “sontuosi” finanziamenti da qualsivoglia soggetto economico, dalle banche agli sponsor privati che qui si chiamano Swatch, Cross Air, SwissCom, solo per citarne alcuni. Questo trovarsi in questa sorta di paradiso dei soldi, però, non significa “sconti” di alcun tipo o addirittura “omaggi” per chi fa la fortuna del Festival di Locarno e cioè la gente. Quella stessa gente che paga fior di “franchi” per parcheggi, biglietti d’ingresso alle proiezioni, orribili sandwichees: ci chiediamo se non sarebbe il caso che l’organizzazione – oltre ai dorati introiti - pensasse anche a rendere meno dura la vita dei festivalieri, garantendo ad esempio parcheggi a prezzi “umani” per tutti e non per una ristretta minoranza che scorazza poi tra le altre cose liberamente con “mercedes” “pardate” dappertutto, godendo di rimborsi a tutto tondo; oppure non ci sembra così devastante abbassare un “pochino” ma solo un pochino – per carità – i prezzi d’ingresso alle proiezioni. Una serata in Piazza Grande, ad una famiglia “normale”, costa quanto una giornata e mezzo di lavoro in Italia: e poi dicono che il cinema è uno spettacolo per tutti. Per quel che riguarda i sandwichees orribili (pagati ripetiamo a prezzi scandalosi) pazienza: del resto si sa che la cucina elvetica non è che sia proprio da premio Oscar.

Ci preme poi dedicare un pensiero a tutti quegli spettatori che – sloggiati da Piazza Grande dal maltempo – in questi ultimi giorni abbiamo visto correre come dei disperati sotto la pioggia verso i pullman che si dirigevano al Fevi: non bastasse lo “sbattimento”, una volta arrivati al Fevi hanno dovuto pazientare non poco (e sempre sotto la pioggia) prima di poter entrare.

STAR E DIVE. Ci stiamo ancora chiedendo se Skarmeta – nel valutare a chi “concedersi”per le interviste – abbia optato per Repubblica e Mattino tirando i dadi o con la vecchia monetina, oppure se qualcuno – nel lussuoso hotel dove era ospite – gli ha portato una margherita appena colta dal balcone fiorito della sua stanza. E se Laura Morante, invece, non ha avuto tempo di rispondere alle richieste d’intervista perché troppo stressata dalla vita del festival.

La sala stampa. Non si capisce per quale motivo l’accesso alla sala stampa è stato “daziato” di venti franchi (si è spiegato, per usufruire delle apparecchiature…computer, internet) quando per i giornalisti italiani – i primi due giorni – è stato praticamente impossibile inviare pezzi via internet; e non si capisce – per via di sponsorizzazione Mac – perché si sia dovuto “tribolare” così tanto – anche nei giorni successivi – per i titolari di computer proprio. Per finire, consigliamo – per il prossimo anno - a chi informatizza e predispone la sala stampa di dotare di cavi funzionanti anche con attacchi “italiani” le suindicate apparecchiature: o alla SwissCom pensano forse che sia giusto applicare un ulteriore dazio di 35 franchi? Saluti affettuosi dal festival!

G.M.

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