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Happines is a warm gun

E’ una canzone dei Beatles, presente nel loro mitico Album Bianco, a suggerire il titolo a questa seconda opera svizzera in concorso, “Happines is a warm gun”, di Thomas Imbach. Ispirato ad un fatto di cronaca – la storia di Petra, militante ecologista e pacifista degli anni ’80 uccisa nel sonno da un proiettile di revolver sparato da Gert, ex generale tedesco diventato suo compagno e alleato politico e poi suicidatosi – il film inizia lì dove la vita dei veri protagonisti si è arrestata. Thomas Imbach non tenta, d’altra parte, di indagare gli avvenimenti reali, ma cerca piuttosto di aprire uno spazio fantasmatico tra la vita e la morte. Il lavoro di sperimentazione del regista e l’utilizzo molto stilizzato del montaggio contribuiscono alla sua elaborazione: proiettata nel presente da un flashforward, Petra si risveglia nell’universo chiuso e vitreo della zona di transito di un aeroporto internazionale. Mentre attraversa questo moderno purgatorio, si confronta con Gert e con altri personaggi importanti della sua esistenza, per capire il senso di quello sparo. Ci sono Tashi, l’amante tibetano, che la donna rincontra in una camera d’albergo dell’aeroporto, la nonna adorata e altri che ancora non conosce, come quegli stranieri espulsi che va a visitare in carcere. Incontrerà altre due volte Serge, uno di loro, con cui sembra diventare intima. Nell’annebbiamento della morte Petra scopre la potenza dei propri desideri assoluti. Un film che prende di mira la morte e la mette con le spalle al muro: Imbach muove ipotesi cinematografiche fuori dall’ordinario e sposta - con la visionarietà tragica della sua estetica - il tiro del film, la sua iniziale fattura cronachistica giallo-noir.

G. M.

Vai a Locarno 2001