Centraldocinema

Intervista a Nicola Piovani:
La vita è...bella!

Avrebbero potuto esserci una piazza, 7.000 persone, e magari anche “signora luna” con stelle cadenti al seguito ad ammirare il concerto fotogramma di Nicola Piovani, in occasione della notte di San Lorenzo: e invece si è preferito dare precedenza al solito show di grido cinematografico questa volta rappresentato dal “Pianeta delle scimmie” di Tim Burton e relegare il maestro da Oscar nella chiesetta di San Francesco. Lui, Nicola Piovani, con la statuetta di “La vita è bella” che gli brilla ancora dentro, non sembra dare molto peso alla cosa e preferisce parlare di arte. Certo è vero che l’evento era stato annunciato pomposamente e calcando il battage promozionale proprio sul contesto “stellato” sopra Piazza Grande, ma tant’è…Del resto anche i distributori e i businessman della “stellare” produzione devono pur imporre qualcosa. Con Nicola Piovani abbiamo lasciato fuori dalla discussione le polemiche e parlato soprattutto del suo mestiere e della musica “da cinema”.

M: Dopo anni di “vuoto” il cinema italiano è improvvisamente rinato e si sono ricominciate a sentire anche delle belle colonne sonore: tu, che da questo punto di vista rappresenti l’elemento di spicco della ritrovata maestria di chi deve musicare immagini, come giudichi questo fenomeno?

P: Beh, ti ringrazio, ma non voglio essere o fare il primo della classe. Per quel che mi riguarda, ho sempre guardato Nicola Piovani un po’ da fuori, con la coscienza della precarietà – intesa come condizione umana – che fa leva sulla mia vita, e dunque anche su quella artistica. Scrivere una buona musica è un avvenimento oscuro, avvolto dal mistero: la mia esperienza mi porta a credere che l’unico lato evidente e palese di una qualsivoglia creazione sia il transfert del tuo umanesimo, della tua storia, dei tuoi fattori spirituali. L’altra metà dell’arte è però nelle mani di qualcosa di difficilmente riconducibile ad una qualche evidenza. Scrivere per il cinema è un fatto straordinario perché significa tramare musicalmente un qualcosa che una trama ce l’ha già: solo che tu gli devi dare la misura, il tocco di grazia e di garbo adatto per abbellirla adeguatamente, per provocare ulteriore fuoriuscita di sensazione, di un qualche sentimento, di cui quel momento recitativo ha in quel frangente bisogno. Credo che il cinema italiano stia facendo buone cose, e questo influisce anche sul lavoro di scrittura musicale. Certo è importante avere anche la storia giusta, la storia che davvero può definirsi racconto, e che è sempre qualche cosa che sta tra la vita e il sogno, sogno di cui la musica si fa carico.

M: Mi viene spontaneo allacciarmi a “La vita è bella”: tra vita e sogno, tra fiaba e realtà, arrivano puntuali le tue sottolineature musicali. Quello è il modello a cui ti riferisci?

P: Si, quando Roberto mi parlò di quel film capìì che lui stava per fare qualcosa di importante: lo dissi anche a Cerami, e prima ancora di vedere una sola immagine del film avevo già in mente alcune cose. Non so come spiegarti, ma “La vita è bella” mi ha consentito di adattare e far sentire delle cose che avevo voglia da molto tempo di riuscire a scrivere e comporre. La dimensione poetico-fiabesca di quell’opera mi ha dato nuovi e diversi piani di sviluppo creativo: di lì a prendere l’Oscar però nemmeno per idea l’avrei immaginato. 

M: Tu hai scritto anche per Fellini, ricordiamo “La voce della luna”: che ricordo hai di lui?

P: Mah, trovo che sia sempre più raro trovare uomini così votati e toccati dalla mitezza d’animo, da una dolcezza superiore che investe ogni cosa della vita. Sono quelli che noi chiamiamo Maestri: uomini saggi, diversi, i veri uomini in fondo. Mica certi potenti…del nulla.

M: Con Nanni Moretti sei tornato a raccontare musicalmente una storia completamente diversa: è stato un tipo di lavoro diverso, immagino.

P: Si, con Nanni abbiamo parlato a lungo e lavorato a stretto gomito: lui è uno che non lascia nulla al caso. Mi sono posto l’obiettivo di non enfatizzare troppo una realtà già esaudiente per drammaticità e senso di perdita: ho tentato semplicemente di addolcirne il dolore.

G. M.

Vai a Locarno 2001