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Scheherazade e Le lait de la tendesse humain

Bruttini e senza alcuna pretesa di voler comunque compiere uno sforzo per non tediare il povero spettatore questi due film in concorso, lo svizzero “Scheherazade” di Riccardo Signorell e il francese “Le lait de la tendesse humaine” di Dominique Cabrera. Cominciamo dal primo.

Siamo in mezzo al Lago di Zurigo, su un vecchio “panfiletto” di proprietà di un industriale svizzero e ci resteremo per tutti gli 84 minuti del film. E per fare cosa? Per venire a sapere che – dopo una estenuante messa parolaia di frasi scontate e dialoghi a dir poco imbarazzanti - il “cumenda” svizzero abusa di sua figlia. Non sono bastate le voglie di “dogma” – luce quanto più possibile sporca e cinepresa a mano tanto per ricordarci che per le vie del cinema gira un certo Von Trier – a salvare da un destino cinematograficamente titanico questo “Scheherazade”. Sul tranquillo specchio lacustre zurighese il vecchio “yacht” di Peter Rehstahl non ha trovato l’iceberg di turno, ma una noiosa e devastante lacuna di cinema, sotto ogni profilo della messa in film di una storia: non fanno altro che bere champagne a bordo, e non c’è uno straccio di conversazione che convinca. La storia di questo sfortunato episodio di cinema è tutta qui: in un “pastiche” narrativo che non va da nessuna parte, tanto che anche il finale – oltre ad essere scontato – lascia davvero senza parole. Dopo l’arrivo del figlio, un artista che ha in mente solo la fotografia e che va a turbare la quiete paterna rivelando - fra ripetuti conati di vomito - agli ospiti venuti con lui (una giovane coppia) che suo padre si porta a letto la sorella, il film si àncora senza trovare la via di uscita da quella secca. E non trova soluzione migliore – appunto nel finale - che far morire la vittima degli abusi, morte che arriverà per mano proprio del fratello. Un uso rarefatto delle musiche e una visione claustrofobica della vicenda tolgono ogni possibile speranza a questo film: così girato, da in mezzo al Lago anche Zurigo sembra una città senza cuore.
Pollice verso anche per “Le lait de la tendesse humaine”, di Dominique Cabrera: per un cinema del dolore, si potrebbe riassumere questa giornata locarnese di festival, dove nella fattispecie ci troviamo alle prese con una brutta depressione post-parto. Ma anche in questo caso, la storia resta intrappolata tra le pieghe di un cinema che stenta a reggere il confronto di un’ardua narrazione: i protagonisti scompaiono dentro il dramma e lentamente li perdiamo di vista, non ricordandoci più di loro. Una tristezza “maligna” sovrasta tutto il film e non c’è tempo nemmeno di riflettere su ciò che si sta consumando che il film ci si sbriciola fra le mani, senza averlo vissuto realmente: muore immagine dopo immagine questo “Le lait de la tendesse humaine” e nemmeno Valeria Bruni Tedeschi (in un ruolo minore) ci è di conforto.

G. M.

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