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The lawless heart

Convince l’unico film britannico in concorso, “The lawless heart”  di Neil Hunter e Tom Hunsinger, un’opera rohmeriana per la struttura dell’impianto narrativo (come in “Incontri a Parigi” l’intreccio ruota attorno alle vite di tre personaggi): qui si parla di uomini e donne ognuno alle prese con le angustie passional-esistenziali che riserva loro la vita. Dan, marito fedele e innamorato fino al giorno in cui incontra Corinne, francese sublime e prosperosa che lo seduce con la sua onestà e il suo edonismo al punto che lui arriva a chiedersi se la vita sino ad allora non gli sia passata accanto; Nick, ristoratore omosessuale che inizia “un’amicizia” con una spumeggiante ragazza subito dopo la perdita del suo compagno Stuart; Tim, un uomo spensierato e carismatico che torna a casa dopo otto anni passati all’estero e alla continua ricerca di “quell’elemento inafferrabile della vita” e che troverà sotto le spoglie di una donna che lavora in un negozio d’abbigliamento.

Ambientato in una cittadina balneare dell’Inghilterra, il film – “sorvolato” da belle musiche – racconta con estrema semplicità il fascino indiscreto della doppia vita, dell’altro agire o della tentazione di farlo che “lavora” continuamente “l’io” dell’uomo: ben girato e scritto da Hunter e Hunsinger, “The lawless heart” mira all’instabilità del vivere, alle occasioni non più perdute, agli appuntamenti una volta tanto non mancati, e nel farlo non si esime dal restituirci – oltre ai drammi di celate verità - momenti assai comici, un po’ più in là del severo e tanto ostentato humor inglese. Meno convincente l’altro film in concorso che vedremo oggi alle 16 e 15 sempre al Fevi: si tratta dell’iraniano “Delbaran”, di Abolfazl Jalili, che muove dalla vicenda di Kaim, giovane adolescente afgano che riesce a varcare la frontiera che separa l’Afganistan dall’Iran, e che dopo aver percorso alcuni chilometri trova rifugio presso una locanda tenuta da una vecchia coppia in un posto chiamato Delbaran. Il film tesse i destini di esseri umani prostrati dai fendenti dell’esilio e del fato: un’immagine ricorrente apre e chiude l’opera, ed è quella del giovane Kaim che corre lungo la strada perso fra i paesaggi aridi e rosseggianti. Un po’ troppo Kiarostami e troppo poco vigore nell’andare al cuore del racconto, anche se molto pulito e pittorico nei “quadri” delle scene.

G. M.

Vai a Locarno 2001

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