
Ha vinto il film con la 2
Cavalli gialla, quella che da Parigi porta tre neo-hippy in cerca d’avventura
politica a Lisbona; ha vinto – e noi ci speravamo visto che l’avevamo dato
fra i probabili candidati alla vittoria finale, nonostante l’aria di Pardo
francese che tirava su Locarno – il film più “film” di tutti, quello che
fra i tanti del concorso internazionale ha saputo (attraverso i classici
materiali del cinema) corteggiare e conquistare con quel suo andamento
modernamente western e vagabondo il cuore del pubblico, il suo centro emotivo.
Vince dunque una storia da viaggio, uno di quei sempreverde road-movie alla Easy
Rider o - per non andare troppo lontano – alla Salvatores, dove paesaggi
mozzafiato, musiche da sogno e vicende al limite ogni volta dell’imprevisto,
garantiscono al film l’idea romantica e antica della provvisorietà del
movimento, dello spostarsi, del passare frontiere. Il diario di bordo
cinematografico di questa convincente opera viaggiante indica che, fra i motivi
predominanti che ne hanno decretato il successo, spicca la buona prova
d’attore dei tre protagonisti, tre “tipi” entrati perfettamente in
simbiosi con questo “c’era una volta” che poco a poco fa quasi passare in
secondo piano lo scopo “militante” del viaggio per perdersi – in senso
buono – nelle pieghe della vita. L’amicizia “amorosa” di due uomini e
una donna alle prese con il passato e l’impegno del presente che li
“ricaccia” verso un Portogallo che li aspetta, la loro dilagante voglia di
provare il mondo e di non farselo mancare: questo in sintesi il senso di questo
viaggio da compiersi con l’auto simbolo di una generazione e che evoca
filosofie, modi di esserci, e che con quell’aura garbatamente nostalgica e a
tratti melanconica, portandoci in giro per un pezzo d’Europa, c’ha fatto
ritrovare un po’ di quel vecchio cinema che faceva parecchio sognare. Peccato
o forse per fortuna che il ritorno al Pardo d’Oro (dopo la bellezza di 21
anni) del cinema italiano sia stato “agitato” dalle polemiche in seno alla
giuria, e perdipiù sollevate dalla “morettina” Laura Morante: il fatto è
che, dopo anni di ostentazione claustrofobica d’autore, questa volta a vincere
il Festival è un film “aperto” al pubblico, ma non per questo meno segnato
dalla mano cinematografica di un regista che ha portato sullo schermo un
qualcosa che di nuovo torna ad avere a che fare con il piacere degli occhi e
dell’anima.
G. M.
Vai
a Locarno 2001