11 minuti, 9 secondi ed 1
frame
11 minuti, 9 secondi ed 1 frame è il
tempo limitato e simbolico dato a 11 grandi registi
provenienti da tutto il mondo per raccontare il giorno che
ha cambiato la storia contemporanea. Il film ha generato un
vespaio a Venezia con l'accusa di un supposto
antiamericanismo, di questi tempi non sembra esserci peccato
peggiore.
11 Settembre diseguale, come tutti i lungometraggi ad
episodi, cerca di trasmettere un messaggio di solidarietà
tra i popoli, rendendo nomade il punto di vista della
storia.
I registi selezionati provengono da diversi continenti e
portano in nome della libertà di espressione (non è il
valore fondamentale dell'occidente?) un punto di vista e uno
stile del racconto per immagini che non può disconoscere le
proprie radici culturali e geografiche.
Troviamo allora i bambini afghani esuli in Iran che non
riescono a comprendere la gravità dell'accaduto nonostante
il prodigarsi della loro insegnante.
La Makhmalbaf, attraverso la poetica spartana e realista di
stampo iraniano, ci immerge nella polvere del suo paese.
Mostra l'infanzia negata dei bambini afghani abituati a
sopravvivere.
Lo spunto è buono e interessante forse poco approfondito.
Più deboli a mio parere sono i tre corti di Lelouch,
Tanovic e Cahine. Il francese riesce a raccontare una storia
d'amore restando nel tema, ma si fa apprezzare
esclusivamente per lo stile elegante; Tanovic raffronta la
tragedia americana con quella della sua Bosnia ma non sembra
avere lo smalto creativo del suo "No Man's Land",
risultando troppo autocommiserativo e minimale; Cahine è
irrealistico nel contenuto e approssimativo nella forma.
Altra stoffa hanno mostrato Idrissa Ouedraogo (Burkina Faso)
e Ken Loach.
L'America vista dall'Africa è un sogno, un miraggio. I 25
milioni di dollari di taglia, messi in palio per la cattura
di Bin Laden fanno gola a un gruppo di ragazzi che potrebbe
cambiare con quei soldi la vita dell'intero villaggio.
Credono di riconoscere Bin Laden nel loro dimenticato paese.
Ironico l'appello mentre il sosia decolla: "No,
Bin Laden abbiamo bisogno di
te!".
Originale l'idea solare l'interpretazione.
Loach unisce l'uccisione di Allende alla tragedia americana
(in comune hanno lo stesso giorno ed il mese ).
Politicamente schierato certo (è Ken Loach che ci deve
fare!), ma come sempre appassionato, lucido, sintetico e
umorale.
Personalmente ho apprezzato anche l'omaggio commosso e
compassionevole offerto da Inarritu. Il talentuoso regista
messicano, con uno stile moderno, consapevole del linguaggio
del videoclip (in fondo aveva 11 minutiÖ) centra l'obiettivo
di colpire lo sguardo e il cuore riprendendo gli uomini che
si buttano dalle due torri in fiamme e terminando con un
dubbio enunciato: ìLa luce di Dio ci guida o ci
acceca?".
Meno validi gli omaggi di Gitai, troppo semplice e lineare,
e della Mira Nair che offre l'unico episodio davvero
holliwoodiano nello stile (tratto da una storia vera).
Immamura (Giappone) è ingiudicabile perchè troppo
fuorviante e onirico, scarsamente centrato sul tema, ma
concentrato su un antibellicismo generalista.
Per ultimo ho lasciato il lavoro americano di Sean Penn, il
più conturbante innovativo e geniale. Questo episodio parla
di una vita rinata dalle ceneri delle vittime delle torri,
la luce della rinascita nasce dal crollo. La visione di Penn
(ambigua e complessa) che affianca la tragedia al compimeto
di un sogno e al concretizzarsi di un incubo merita rispetto
perchÈ sostituisce ogni retorica con una poesia difficile e
splendida. Da diverso tempo penso che l'attore americano
abbia un talento enorme e sottovalutato anche nella regia
(con un'innata passione per la spericolatezza contenutistica
e formale).
11î09'01 è un film che va visto nella sua diversità e
incoerenza.
Lascia comunque un messaggio e un dubbio.
Il messaggio è la compassione universale per ogni tragedia,
il dubbio è che la dimensione della globalizzazione sia
troppo spesso enfatizzata, ingigantita dai media.
Paolo Bronzetti
Undici autori di fama internazione sono chiamati dal
produttore
televisivo Alain Brigand per dirigere altrettanti
cortometraggi (della
durata di undici minuti, nove secondi e un fotogramma)
ispirati ai
tragici eventi dell'11 settembre 2001. Preceduto da infinite
polemiche
legate al presunto anti-americanismo dell'opera (sembra che
tutto sia
partito da un giornalista del magazine "Variety"
prima ancora di
vedere gli episodi), il film e' invece un interessante
documento in
grado di far riflettere. Ogni episodio e' preceduto da una
cartina
geografica che evidenzia la provenienza del regista. A tal
proposito,
si spera che il film non venga doppiato. Un'unica lingua
rischia
sicuramente di appiattire il risultato, annacquando le tante
voci che
hanno collaborato alla realizzazione. Ma entriamo nel
dettaglio.
Samira Makhmalbaf, fedele al suo stile (che rischia, come
tutto il
cinema iraniano visibile ai festival, la
"maniera") presenta una
maestra che cerca di far capire ai suoi piccoli alunni cio'
che e'
successo a New York. Claude Lelouch, inguaribile ottimista,
costruisce
una breve storia d'amore tra una guida turistica per
audiolesi e una
ragazza sordomuta. Sara' proprio la tragedia a salvare
l'amore.
L'egiziano Youssef Chahine va giu' pesante, creando un suo
alter-ego
che si rapporta con il fantasma di un marine americano morto
a Beirut.
E' sicuramente l'episodio piu' didascalico e meno riuscito,
anche se
alcune frasi come "Basta con il circolo vizioso di una
felicita'
distruttiva!" lasciano il segno. Danis Tanovic lancia
un messaggio di
pace universale, unendo il dolore dei morti americani a
quello delle
donne di Srebrenica, che l'undici di ogni mese manifestano
in piazza
per ricordare la strage di musulmani per mano dei
serbobosniaci
dell'11 luglio 1995. L'africano Idrissa Ouedraogo firma
l'episodio
piu' divertente (tranquilli, si ride amaro!) ipotizzando che
un
bambino veda Bin Laden proprio nella sua città e si dia da
fare,
insieme ad alcuni amici, per catturarlo e riscuotere così
la taglia di
venticinque milioni di dollari per guarire la madre malata.
Ken Loach
presenta invece l'inserto piu' doloroso, il piu' distruttivo
emotivamente. Crea infatti un parallelo tra l'attentato alle
Twin
Towers e il colpo di stato in Cile datato 11 settembre 1973.
Il
regista alterna immagini di repertorio alla lettera recitata
da un
esule cileno a Londra, Vladimir Vega autore anche delle
musiche, che
chiede, con profondo rispetto, solidarieta' ai familiari
delle vittime
americane per gli oltre trentamila morti causati dal colpo
di stato
appoggiato fortemente dal governo americano. Uno sguardo
lucido che
spezza il cuore e apre gli occhi. Il messicano Alejandro
Gonzalez
Inarritu riporta lo spettatore ai giorni dell'attentato e
mostra - in
un crescendo sonoro formato da grida, annunci radiofonici,
notiziari,
preghiere - lo schermo completamente nero squarciato da
piccoli flash
di corpi che cadono dalle torri. Unica didascalia finale
"La luce di
Dio ci guida o ci acceca?". Amos Gitai sceglie il
virtuosismo
cinematografico con un unico ineccepibile piano sequenza, in
cui
un'arrivista cronista vede oscurare la notizia di un
attentato a Tel
Aviv dalla notizia dell'attentato americano. L'indiana Mira
Nair opta
per la storia vera di una famiglia pakistana, che vede
scambiare il
figlio scomparso per uno degli attentatori. Sean Penn, unico
americano
del gruppo, filma con grazia e una buona dose di cinismo, il
redivivo
Ernest Borgnine che vive solo pensando costantemente alla
moglie
morta. Nonostante quanto diffuso dai giornali,
l'interpretazione
dell'episodio non e' cosi' immediata e il finale,
sicuramente
d'effetto, manca d'incisivita'. Shohei Imamura conclude il
film con
l'episodio piu' criptico, in cui un soldato giapponese
ritorna dal
fronte dopo Hiroshima convinto di essere un serpente.
Sentire tante voci diverse e' un'ottima occasione di
confronto e un
esperimento costruttivo per interpretare cio' che e'
accaduto, al di
la' di quello che i mezzi di informazione o i documentari
celebrativi
sono in grado di spiegare. Non tutti gli episodi hanno la
stessa
intensita', anche dal punto di vista prettamente
cinematografico, ma
ognuno racconta un modo di sentire ed e' questa la vera
forza del
film. Un'occasione di guardare anche laddove non avremmo
pensato.
Cercare di capire significa prima di tutto ascoltare,
eventualmente
filtrare, ma di sicuro non chiudere gli occhi
aprioristicamente.
Luca Baroncini
Che esaltante giro per il mondo, una
carrellata di facce, culture, sguardi, punti di vista, colmo
di dolore senza perdersi i possibili sorrisi, intriso di
passato senza voler ipotecare il futuro, che esaltante
esperienza cinematografica, culturale, umana ancora prima
che politica.
La libertà di interpretare unita al vincolo, vincolo del
tempo e soprattutto del tema: lo sguardo perso dell'uomo
serpente che ingoia un topo di Shohei Imamura, il faccione
che sorride alla nuova giornata del vedovo di Penn, le rughe
di dolore della fidanzata di Lelouch, lo splendido, civile
dolore dell'esiliato cileno di Loach, il fuoricampo di
Inharritu, i bambini della Makhmalbaf, dura citarli tutti,
difficile dimenticarne qualcuno (tranne forse il Gitai, un
po' una puntata di ER in esterni con l'ormai stranota
critica ai media, passiamo avanti, grazie).
Se solo tu potessi vedere...
Mafe
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