Incontro con Michele
Placido
Come nasce l’idea di questo
film?
Sono entrato in libreria e mi
è caduto l’occhio sul libro "Un viaggio chiamato
amore" – che è un verso di Campana - che contiene il
carteggio tra Dino Campana e Sibilla Aleramo. L’ho letto
subito, lì in libreria, in mezz’ora. Da quel momento ho
deciso che ci avrei fatto un film. In realtà era già in
programma una commedia come regista, anche molto carina,
semplice, di quelle che piacciono alla gente. Ma ormai mi
ero fissato con questa storia e perciò l’ho voluta fare a
tutti i costi.
Cosa l’ha colpita del
libro?
Intanto l’idea di scoprire
cosa si dicessero due grandi come loro. Io sapevo molto poco
di questa storia d’amore, ma sia lei che lui erano due
tipi molto strani. Sibilla aveva avuto tante storie, era
chiamata addirittura "la latrina della letteratura del
‘900". E frequentava gli intellettuali fiorentini,
che invece avevano scartato Dino, troppo fuori dalle regole
per essere frequentato. Vassalli lo descrive un primitivo,
anche a livello sessuale. Attraverso Dino, che vive sui
monti, che appena la incontra si spoglia completamente per
denudarsi ai suoi occhi, Sibilla si purifica.
Come è stato il lavoro con
gli attori?
E’ stato duro, perché era
duro il film. Ma abbiamo lavorato tanto. A volte si creavano
delle polemiche infinite, allora ad un certo punto io mi
stufavo e dicevo: "Abbiamo otto settimane per girare,
quindi non c’è tempo per litigare, abbiate
pazienza". D’altra parte però non erano ruoli
facili.
Che ne pensa del cinema
italiano di oggi?
Questa è sempre una domanda
molto difficile, perché è difficile fare di tutta un’erba
un fascio. Un fatto però è certo, e cioè che non ci sono
soldi. Noi ci ritroviamo a dover girare in otto settimane,
come negli anni cinquanta, e solo grazie alla bravura dei
nostri tecnici, perché gli italiani sono i più richiesti
nel mondo, riusciamo a fare i film. Quello che dobbiamo
capire in Italia è che abbiamo bisogno di storie italiane,
che trasmettano delle emozioni. Non possiamo pensare di
competere con l’America con dei prodotti in stile
americano, perché non siamo in grado. Ma invece possiamo
fare delle cose che siano nostre ed esportabili allo stesso
tempo.
Francesca Manfroni