THE TRACKER
AUSTR 2002 di Rolf De
Heer
con David Gulpilil, Gary Sweet, Damon Gameau, Grant
Page, Noel Wilton
1922 (che è l’anno di nascita del padre
di De Heer), da qualche parte in Australia: nell’outback
desertico tre bianchi inseguono un aborigeno di colore
accusato di aver ucciso una donna bianca. A guidarli, un
aborigeno (Gulpilil: attore, ballerino, narratore) che si è
venduto ma che ha in serbo molte sorprese. Una ballata
western di ampio respiro, punteggiata da dieci canzoni
(scritte da De Heer e cantate dall’aborigeno Archie Roach
con le quali il regista ha sostituito le parole di un
personaggio eliminato in fase di sceneggiatura, cioè il
Filosofo, diventato poi il Veterano) e da 14 dipinti
pseudo-aborigeni del pittore australiano Peter Coad per
evitare la rappresentazione esplicita delle scene forti dei
massacri, che riflette sul razzismo e sui rapporti di potere
e sull’opposizione fra uomo (e quindi il concetto di
schiavitù e gerarchia) e natura (cioè libertà selvaggia).
Una Caccia sadica nelle sterminate
savane australiane e dalla parte degli inseguitori: De Heer
(nato in Olanda ma vissuto in Australia dall’età di otto
anni) pensava al soggetto da circa dieci anni e il risultato
è anche uno studio di antropologia culturale e del
paesaggio semplice ma onesto e ben fatto. L’unico
rammarico è non avere osato di più: le idee, infatti, sono
anche notevoli, come il fatto di costruire
personaggi-archetipi e favolistici (non hanno nomi ma
rispondono al loro essere o ai loro fatti: il Fanatico, la
Guida, il Veterano, il Segugio, il Fuggitivo). Leoniani
alcuni dialoghi, come la sentenza antifrastica "non è
mezza giornata avanti lui, siamo mezza giornata indietro
noi". Girato nella riserva di Arkaroola (con steadicam
montate anche sulle selle dei cavalli) e coprodotto dalla
Fandango di Procacci. Poco apprezzato a Venezia.
AVV 98’ * * *
Roberto Donati
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The tracker - THE TRACKER di
Rolf De Heer con David Gulpilil, Gary Sweet
Tre bianchi e un nero attraversano la
selva australiana alla ricerca di un aborigeno, accusato di
avere violentato una donna bianca. Storia di razzismo che
ripropone atmosfere da western crepuscolare post
"Soldato Blu", "The tracker" si
distingue per alcune scelte narrative e di regia. Parti
intere di sceneggiatura, infatti, sono cantate
dall'aborigeno Archie Roach, che permea il racconto di
suggestioni blues di struggente verita'. Inoltre le scene di
violenza, invece di essere mostrate, sono sostituite da
dipinti del pittore australiano Peter Coad. Il sottrarre
elementi visivi, scelta controcorrente rispetto ai tanti
autori che pensano che efficacia di un messaggio ed
esibizione vadano di pari passo, rafforza la carica emotiva
delle sequenze, lasciando spazio all'immaginazione dello
spettatore. I caratteri dei protagonisti sono l'elemento
meno convincente perché risultano grezzamente scolpiti per
creare i necessari contrasti drammatici. Sono, però,
personaggi simbolo già nelle premesse.
Non hanno infatti un nome, ma vengono presentati come il
Fanatico, il Veterano, il Segugio, la Guida, il Fuggitivo,
diventando quindi emblemi universali di rapporti sociali
basati su razzismo, sfruttamento e giochi di potere. Grazie
a queste interessanti varianti il film dell'olandese Rolf de
Heer esce dai confini della storia raccontata (vista e
stravista) e diventa una riflessione attuale non priva di
fascino. In questo senso il regista compie un'operazione non
dissimile, come approccio puramente intellettuale, a quella
di Todd Haynes in "Far from heaven", che
rinverdisce i fasti dei melodrammi degli anni cinquanta di
Douglas Sirk raccontando ciò che allora restava sottinteso.
In entrambi i casi si gioca con il cinema e i suoi miti
mediante la contaminazione di stili diversi e la forma
assume un ruolo determinante. Con la variante che in
"The tracker" il risultato e' meno raffinato, ma
più sanguigno e sostanziale.
Luca Baroncini
Mi è piaciuto perchè era un bel film o
perchè era ambientato nell'Australia del 1922 ed io non
riesco a resistere uno splendido paesaggio ben fotografato e
mi interessa la storia australiana da quando ho letto La
Spiaggia Fatale, di Robert Hughes, il racconto della
colonizzazione di un continente da parte dei forzati ed uno
dei più bei libri di storia che io abbia mai letto? No, è
proprio un bel film.
Pochi personaggi senza nome che riescono ad essere archetipi
piuttosto che stereotipi, una storia lineare ed essenziale
in cui si sprecano poche parole, attori ottimi (specie il
tracker aborigeno), musica sorprendente, scene di orribile
violenza sostituite da quadri - cosa che le rende più e non
meno drammatiche. Inoltre il ricordo che prima dei genocidi
totalitari del XX secolo vennero quelli liberali del
colonialismo.
Ma non è un film in cui il cinema sia sacrificato al
messaggio politico (quel genere di film prediletti dal
Foglio che potrebbero essere tranquillamente sostituiti da
un editoriale senza perdere nulla): è una grande esperienza
visiva.
Stefano Trucco
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