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MONSIEUR IBRAHIM E I FIORI DEL CORANO

Il film dell’esordiente francese Francois Dupeyron ha il grande merito di riportare sullo schermo il grande Omar Sharif, assente da molti anni dal cinema di qualità. L’attore egiziano risulta infatti straordinariamente convincente nel ruolo del turco “musulmano Safi” Ibrahim, padrone di una bottega a Rue Bleu a Parigi, che stringe un’intensa e paterna amicizia con il giovane ebreo Mosè, detto Momo, che abita davanti alla sua bottega. Il vecchio Ibrahim arriverà addirittura ad adottare il sedicenne ebreo, abbandonato prima dalla madre e poi dal fallimentare padre, e gli regalerà i fiori della propria saggezza musulmana, che il ragazzo saprà coltivare anche dopo la sua morte.
Il giovane regista francese incanala la sua opera sui binari della commedia leggera, evitando quindi i rischi melodrammatici legati alla difficile situazione famigliare del suo giovane protagonista, e insistendo, quindi, su un piacevole clima di serenità e pacatezza che non rinuncia ad interessanti spunti di riflessione. Il dramma famigliare di Momo è trasmesso efficacemente grazie al saggio utilizzo della camera a mano nelle scene in interni, nell’appartamento di Momo, che con la loro irregolarità rendono l’idea della confusione e della problematicità del rapporto.
Il grande limite del film, probabilmente legato alla scarsa esperienza del regista, è costituito da un ritmo molto irregolare nella sceneggiatura, che alterna momenti convincenti e ben orchestrati a battute d’arresto evidenti. Il rapporto pseudo-amoroso di Momo con una sua vicina coetanea è forse la caduta di ritmo più evidente, un momento filmico che non pare trovare giustificazione nel contesto iniziatico e adolescenziale in cui è inserito. Il finale, amaro e un po’ prevedibile, è un altro momento di evidente zoppia, in cui il regista, abile ancora una volta ad evitare gli scivoloni del melodramma, incespica in una narrazione a singhiozzo che non prepara lo spettatore, non lo coinvolge, non lo avvince. Queste cadute di ritmo producono la sensazione che il film ruoti in maniera un po’ casuale attorno ad un nucleo indefinito nel quale manca un concetto portante di supporto. Il risultato è, tuttavia, gradevole e godibile, ne risulta un film sereno e pacato, una bella favola sulla tolleranza, sulla pacifica convivenza tra culture, senza retorica e sorretta dall sguardo sornione di un attore capace di riproporsi brillantemente a settant’anni.

Simone Spoladori

Grande ritorno al cinema per Omar Sharif (leone d’oro alla carriera), che lascia i panni dell’amato dottor Zivago per diventare il saggio Ibrahim. Tratto un racconto di Eric-Emmanuel Schmitt e presentato fuori concorso alla 60ma mostra del cinema di Venezia, è un film aggraziato, surreale e ricco di aforismi orientaleggianti ma senza banalità. La musica incalzante anni 60 scandisce la storia di un’amicizia tra un tredicenne ebreo ed un commerciante dell’Anatolia ma che per tutti è “l’arabo”. È un film sulla tolleranza multirazziale, sulla pacificazione tra religioni monoteiste… temi che bruciano soprattutto alla luce di quanto avviene in Medio Oriente. Ma è anche un film sulla caduta dell’istituzione familiare, siamo negli anni ’60 ma le vicende della famiglia del giovane Momo potrebbero essere ambientate nei nostri giorni: la madre che abbandona il figlio, il padre che non riesce a comunicare con lui e che preferisce il suicidio. Un film quindi anche sulla solitudine e su come questa possa essere vinta da un’amicizia con un “arabo” che diventerà il nuovo padre del ragazzino insegnandogli tutto della vita. A tal punto che alla fine del film (SPOILER), con una scena che ricorda il finale di “Tornando a casa” di Vincenzo Marra, il ragazzino ormai cresciuto deciderà di rinunciare alla sua identità per diventare anche lui “arabo”. Perché alla fine la vita è un cerchio che gira.
Marco Argentiere

Recensione da Venezia

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