19. Settimana Internazionale della Critica
1 - 11 settembre 2004
Nessun italiano in lizza quest'anno!
Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani S.N.C.C.I.
Presidente: Bruno Torri
La Biennale di Venezia
Presidente: Davide Croff
61. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
Direttore: Marco Müller
19. Settimana Internazionale della Critica di Venezia
1 - 11 settembre 2004
Commissione di selezione
Andrea Martini (delegato generale)
Francesco Di Pace
Michele Gottardi
Anton Giulio Mancino
Roberto Nepoti
Ufficio Stampa
Barbara Perversi
b.perversi@tiscali.it
cell 347 9464485
Coordinamento SIC
Nicoletta Romeo
Palazzo del Cinema - Lido di Venezia
Tel 041 2726 679 - fax 041 27 26 520 - sicve@yahoo.com
Segreteria SNCCI
Patrizia Piciacchia
Largo Leopardi 12 - 00185 Roma
Tel 06 4824713 - fax: 06 4825172 - sncci@ats.it
LISTA DEI FILM
Film d'apertura. Opera seconda
P.S. I Love You (P.S. Ti amo)
di Dylan Kidd
USA, 2004
KOI NO MON (Otakus innamorato)
di Matsuo Suzuki
Giappone, 2004
LE GRAND VOYAGE (Il grande viaggio)
di Ismaël Ferroukhi
Marocco-Francia, 2004
LES LIENS (Relazioni)
di Aymeric Mesa-Juan
Francia, 2004
SAKENINE SARZAMINE SOKOOT (Dalla terra del silenzio)
di Saman Salur
Iran, 2004
UNA DE DOS (Una delle due)
di Alejo Hernán Taube
Argentina, 2004
UNINHIBITED (Disinibiti)
di Chen Leste
Taiwan, 2004
VE LAKACHTA LECHA ISHA (Prendere moglie)
di Ronit e Shlomi Elkabetz
Israele, 2004
Film di chiusura. Opera seconda
BUTTERFLY (Farfalla)
di Yan Yan Mak
Hong Kong, 2004
Evento Speciale. Ottavo film
Film a sorpresa
COMUNICATO STAMPA
La Biennale di Venezia
e il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani
presentano
il programma della 19. Settimana Internazionale della Critica
La commissione di selezione e' cosi' composta: Andrea Martini (delegato generale) Francesco Di Pace, Michele Gottardi, Anton Giulio Mancino, Roberto Nepoti.
Scegliere e' sempre appropriarsi di qualcosa ma anche separarsi, lasciar andare, abbandonare. L'entusiasmo del possesso e' legato come per ogni tipo di scelta alla malinconia per cio' che si perde, cio' vale a maggior ragione per i film.
La curiosita', la voglia di scoprire, l'amore per il nuovo non fine a se stesso ma per gli stimoli che comporta e per la fertilita' che offre sono stati comunque le guide di questa selezione. I film ci portano in mondi lontani, spesso sconosciuti; le opere prime in particolare svelano universi segreti, impensabili e proprio per questo piu' stimolanti.
I nove film della SIC, senza avere la pretesa di coprire esaurientemente tutti gli spazi geografici e culturali, ne' tanto meno le infinite possibilita' offerte dai diversi linguaggi cinematografici, rappresentano ai nostri occhi un possibile repertorio originale, anche se ovviamente parziale, degli autori di domani. Infatti rimane come costante della SIC la scommessa di presentare all'interno della cornice veneziana nuovi talenti capaci di ipotizzare e realizzare con coerenza opere cinematografiche originali e sorprendenti. (andrea martini)
I film della 19. Settimana Internazionale della Critica:
Film d'apertura. Opera Seconda.
P.S. I Love You (P.S. Ti amo) di Dylan Kidd, USA, 2004.
Dylan Kidd, abbandonando solo apparentemente il fertile cinismo della sua opera prima Roger Dodger, realizza una deliziosa favola romantica dove la protagonista, una quarantenne newyorkese, insegue una personale ossessione nascosta nelle sembianze di un giovane studente.
Koi no mon (Otakus innamorato) di Matsuo Suzuki, Giappone, 2004.
Esercizio stilistico accattivante e misterioso come sono spesso ai nostri occhi gli elementi della cultura manga, mette in scena l'ascesa di due giovani artisti, dietro cui si cela una malinconica ma lucida analisi sociologica dell'universo giovanile e del suo immaginario collettivo giapponese.
Le grand voyage (Il grande viaggio) di Ismaël Ferroukhi, Marocco-Francia, 2004.
Un road movie da Marsiglia alla Mecca e' l'occasione per un confronto aspro ma sincero tra un anziano padre, fermamente legato alle tradizioni religiose, e un giovane beur apparentemente insensibile al richiamo delle proprie radici.
Les liens (Legami) di Aymeric Mesa-Juan, Francia, 2004.
Un triangolo amoroso nella profonda provincia francese raccontato con alto rigore stilistico si trasforma in un dramma inatteso in cui la protagonista compie un gesto di disperazione estremo che richiama i toni e le ragioni della tragedia greca.
Sakenine sarzamine sokoot (Dalla terra del silenzio) di Saman Salur, Iran 2004.
Poetico e toccante film sulla situazione paradossale dell'Iran, privato del suo bene primario, il petrolio, attraverso gli occhi di due fratellini. Film simbolo della capacita' del cinema iraniano di rinnovarsi, sviluppando e affrontando in una chiave nuova gli insegnamenti di Kiarostami, Naderi e Makhmalbaf.
Una de dos (Une delle due) di Alejo Hernán Taube, Argentina, 2004.
Nei drammatici mesi del 2001 segnati da una profonda crisi economica, un giovane argentino lotta con ostinazione per sfuggire a qualsiasi costo alla rassegnazione cui sembrano soggiacere tutti i suoi coetanei. Un affresco segnato da un realismo acuto e personale.
Uninhibited (Disinibiti) di Chen Leste, Taiwan, 2004.
Struggente affresco delle ultime generazioni dei giovani di Taiwan: quattro ragazzi tra i 18 e i 20 anni affrontano il passaggio all'eta' adulta tra esperienze quotidiane banali ma anche estreme. Senza prospettive per il futuro il vagabondaggio per le strade puo' essere l'anticamera per l'inferno.
Ve lakachta lecha isha (Prendere moglie) di Ronit e Shlomi Elkabetz, Israele, 2004. Dramma da camera dalle eco cassavetiane mette in scena un duro conflitto familiare dove una moglie cerca incessantemente di sfuggire, pur senza osare ribellarsi, all'autorita' blanda ma implacabile del marito tradizionalista.
Film di chiusura. Opera seconda.
Butterfly (Farfalla) di Yan Yan Mak, Hong Kong, 2004.
Un delicato e sensuale melodramma, di grande qualita' cinematografica, ambientato nella Hong Kong contemporanea mette a nudo pregiudizi sull'omosessualita' femminile attraverso una storia d'amore appassionata che lega il quotidiano odierno a quello dei cruciali anni Ottanta. Una straordinaria conferma delle qualita' gia' mostrate nel suo film d'esordio Ge ge.
Oltre a questi nove film la 19. SIC presentera', riprendendo la tradizione iniziata lo scorso anno, un ottavo film con l'intento di proporre alla platea veneziana un'opera prima particolare, difforme per ragioni diverse (generazionali, produttive etc.) dalle altre ma assolutamente meritevole di comparire, a giudizio della commissione, nel programma.
Il titolo di questo film sara' reso noto in un secondo momento.
I sette film presentati in competizione concorrono a due nuovi premi che a partire da quest'anno accompagneranno il cammino della 19. Settimana Internazionale della Critica.
1. Premio del Pubblico - Gan Assicurazioni
I sette film verranno sottoposti al giudizio del pubblico, che all'uscita della sala avra' l'opportunita' di indicare il proprio gradimento in un'apposita scheda. Il premio intende dare la possibilita' di esprimersi al numeroso pubblico di Venezia con un'opinione diretta e pertanto piu' preziosa. Il risultato finale delle votazioni sara' annunciato in concomitanza con la sua assegnazione a fine Mostra.
Il premio offerto dalla Gan Assicurazioni consiste in 3.000 euro.
2. Premio della Gioventu' - TV5
I sette film saranno sottoposti al giudizio di una giuria composta di giovani veneziani e francesi appositamente selezionati che scegliera' la Migliore Opera. Il premio e' offerto dal canale satellitare internazionale TV5.
3. Tutte le opere prime selezionate concorrono inoltre, insieme a tutte le altre opere prime presentate dalla Mostra, al Leone del futuro - Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" di 100.000 euro, messi a disposizione da Filmauro. Al regista andranno inoltre 20.000 metri di pellicola offerti da Kodak.
Per il terzo anno consecutivo l'organizzazione della Settimana Internazionale della Critica e' stata resa possibile anche grazie al sostegno offerto da Gan Assicurazioni - Fondation Gan pour le Cine'ma, un gruppo particolarmente sensibile alla promozione della settima arte e in particolare delle giovani generazioni di autori.
Quest'anno per la prima volta si aggiungono due nuovi e importanti sponsor, il cui contributo hanno reso possibile quest'edizione della SIC. Si tratta di TV5, canale satellitare francofono - e FNAC Italia, gruppo di distribuzione elettronico editoriale.
Si ringrazia Citroën Italia.
LE SCHEDE DEI FILM.
P.S. I LOVE YOU (P.S. Ti amo)
Usa 2004, 35 mm., 110', col.
Regia: Dylan Kidd; Sceneggiatura: Helen Schulman e Dylan Kidd (dal romanzo omonimo di Helen Schulman); Fotografia: Joaquin Basa-Asay; Montaggio: Kate Sanford; Scenografia: Stephen Beatrice; Interpreti: Laura Linney, Topher Grace, Gabriel Byrne, Marcia Gay Harden, Paul Rudd; Produzione: Hart-Sharp Entertainment.
Louise Harrington, trentottenne newyorkese responsabile delle ammissioni alla Columbia University' s School of Fine Arts, e' una donna divorziata, traumatizzata da anni per una tragedia avvenuta ai lontani tempi del liceo, quando il suo fidanzato, un giovane pittore di talento, scomparve improvvisamente in un incidente stradale. La sua vita, fino a quel momento solitaria e volontariamente priva di emozioni, subisce una repentina svolta quando Louise s'imbatte nella scheda di ammissione di un ragazzo che, non solo ha lo stesso nome del suo unico grande amore Scott Feinstadt, ma gli assomiglia in maniera sorprendente. Ossessivamente convinta si tratti della sua reincarnazione, Louise si innamora disperatamente del ragazzo, e inizia cosi' un'appassionata relazione che si rivela anche un viaggio alla riscoperta di se stessa.
Al suo secondo lungometraggio, dopo il fulminante Roger Dodger (presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia nel 2002, dove ottenne ex-aequo il Premio De Laurentiis per la Miglior Opera Prima), Dylan Kidd realizza una deliziosa favola romantica dalle venature misteriose, solo apparentemente lontana dal fertile cinismo e dalle asprezze del suo film d'esordio. Nel seguire le vicende di Louise Harrington, ossessionata dalla ricomparsa del fantasma del suo primo ed unico amore, Dylan Kidd agisce sulle forme della "romantic comedy" accettandone solo in parte i codici rassicuranti, e si conferma cosi' non solo grande sceneggiatore (da un romanzo di successo di Helen Schulman) ma dimostra in maniera evidente le proprie doti di sensibile regista. P.S. I Love You e' insomma l'esempio del miglior cinema indipendente americano capace di coniugare la tradizione dei generi classici con la freschezza della scrittura innovativa delle ultime generazioni. Laura Linney (Mystic River, The Truman Show, You Can Count On Me), superba protagonista, affiancata da Gabriel Byrne e dal giovane Topher Grace, garantisce al film di Dylan Kidd un sicuro valore aggiunto.
Dylan Kidd si e' laureato alla New York University's Tisch School of the Arts. Il suo film d'esordio Roger Dodger, presentato alla Settimana Internazionale della Critica, ha vinto il Leone del Futuro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 2002. P.S. I Love You e' il suo secondo lungometraggio.
KOI NO MON (Otakus in amore)
Giappone, 2004, 35mm, 114', col.
Regia: Matsuo Suzuki. Sceneggiatura: Matsuo Suzuki (dal manga di Hanyunyu Jun). Fotografia: Fukumoto Jun. Montaggio: Ueno Souichi. Musica: Hayama Takeshi. Interpreti: Matsuda Ryuhei, Sakai Wakana, Matsuo Suzuki, Tsukamoto Shinya, Miike Takashi. Produttori: Ogawa Shinji, Amagi Morio, Nagasaka Makiko.
Il giovane Aoki Mon convive con i genitori, e' sessualmente vergine, ma e' anche un particolare autore di manga: ama realizzarli sulle pietre. Questa peculiarita' artistica ovviamente non gli consente di affermarsi e di guadagnare. Sbarca il lunario lavorando invece in tutt'altro contesto. Ma proprio a causa del suo talento artistico si trova spesso nei guai. Casualmente conosce Koino, una ragazza altrettanto appassionata e autrice misconosciuta di manga. Con lei inizia un sodalizio sentimentale e professionale, fatto di imbarazzi, difficolta', fughe e conflittualita', che ha come cornice un universo eccentrico fortemente condizionato dall'immaginario dei manga. Un concorso per autori giovani e meno giovani sara' l'occasione per i due di mettere alla prova ambizioni e sentimenti. Vi partecipa anche il piu' noto Marimoda, che gestisce un bar per appassionati e si sente all'improvviso ispirato da una fugace relazione con Koino.
La sottocultura dei "manga" (i fumetti nipponici, da non confondere con i film di animazione o "anime") corrisponde, per i suoi cultori un vero e proprio mondo parallelo che non conosce soluzioni di continuita' tra realta' e immaginazione. Il merito principale di Koi No Mon e' di essere un divertentissimo, ironico e soprattutto autoironico ritratto di questo universo. La struttura narrativa estremamente semplice (una love story tra due ragazzi aspiranti autori di manga) trascende e traslittera il dato naturalistico per approdare ad una concezione estetica e espressiva caratterizzata dai cromatismi esasperati, dalle repentine accelerazioni, dall'eterogeneita' tonale e dalle infinite variazioni del tracciato principale. Koi No Mon e' un film sul manga-pensiero costruito come un manga: non c'e' nulla di gratuito o di puramente stravagante nell'eccentricita' dei personaggi, tra cui anche i registi Tsukamoto Shinya e Miike Takeshi in due preziosi e emblematici camei. Il film e l'autore si prendono gioco della compiaciuta alienazione che porta i protagonisti a vivere come una sottospecie umana con i propri codici e le proprie ossessioni. Dietro questa parabola sul popolo dei "fumettari" si cela una malinconica e lucida analisi sociologica della condizione giovanile e in generale dell'immaginario collettivo contemporaneo che si autocondanna ad una proiezione di se stesso in chiave artificiosa e irreale. Un fenomeno che in Giappone trova un'esasperante esemplificazione.
Matsuo Suzuki e' un noto regista, commediografo e attore teatrale (dal 1988 a capo della compagnia Otona Keikaku), nonche' giornalista, saggista e romanziere. Come attore ha anche preso parte a molti film, tra cui Koroshiya (2001), Chicken Heart, The Choice of Hercules e Ping Pong (tutti del 2002). Koi No Mon segna il suo debutto dietro la macchina da presa.
LE GRAND VOYAGE (Il grande viaggio)
Marocco-Francia, 2004, 35 mm, 105', col.
Regia: Ismaël Ferroukhi; Sceneggiatura: Ismaël Ferroukhi; Fotografia: Katell Djian; Musica: Fowzi Guerdjou; Interpreti e personaggi: Nicolas Cazale, Mohammed Majd; Produzione: Ognon Pictures. Distribuzione internazionale: Flash Pyramide International.
Sentendosi forse prossimo alla morte, Mustafa', un anziano marocchino emigrato in Francia, si accinge a realizzare il sogno di un'intera esistenza: recarsi in pellegrinaggio alla Mecca, viaggio che ogni buon musulmano deve compiere almeno una volta nella vita. Non potendo contare su nessun altro, chiede al figlio Reda di essere accompagnato nel lungo viaggio. Reda, assai distante dalle tradizioni e non in buoni rapporti con il genitore, vorrebbe esimersi da questa incombenza, ma non puo' rifiutarsi. Strada facendo pero', in automobile da Marsiglia a Istanbul, attraverso un'Europa sempre piu' vicina all'Islam, e poi da Damasco alla Mecca, Reda impara a conoscere e a condividere la prospettiva paterna. Ma alla Mecca l'uomo, dopo essersi recato in preghiera, non fa ritorno. E a Reda, mescolatosi alla folla dei pellegrini, non resta che cercarlo, forse invano.
Ferroukhi concepisce la sua opera prima di finzione come un road-movie verso la Mecca, meta spirituale dei due emblematici protagonisti. Il viaggio non e' quindi soltanto quello fisico e diuturno che vede assieme un genitore e un figlio, ma anche un percorso di crescita e di formazione che serve in primo luogo ad accorciare le distanze tra due generazioni e, implicitamente, tra due culture e due concezioni della vita. Da un lato il padre cerca di seguire testardamente e anacronisticamente il suo credo, forte di un distacco (quasi un rifiuto orgoglioso) verso il presente, foriero solo di lusinghe tecnologiche e consumistiche. Sul versante opposto, ma complementare, il figlio subisce dapprima la volonta' paterna tra incomprensioni e momenti umoristici. Poi pero' riconosce come questo muro che li divide sia solo il frutto di un reciproco pregiudizio generazionale e culturale destinato a lasciare il posto a una complicita' crescente, fatta di silenzi e di sguardi. Attraverso questa parabola sul recupero di uno spazio interiore tra due mondi drammaticamente conflittuali, il regista intende recuperare, seguendo l'esempio di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, la valenza imprescindibile di un dialogo necessario e crocevia obbligato per una ricomposizione delle fratture geopolitiche del mondo attuale.
Nato a Kenitra (Marocco) nel 1962, Ismaël Ferroukhi e' cresciuto a Crest, nel sud della Francia. Ha esordito nel cinema con il corto L'expose' (1992), che, vincendo numerosi premi, gli ha permesso di collaborare alle sceneggiature di alcuni film di Ce'drik Kahn, come Trop de bonheur (1994), Tous les garçons et les filles deur âge e Culpabilite' zero (entrambi del 1996). Ferroukhi ha diretto il corto L'inconnu con Catherine Deneuve, all'interno della serie Court toujours di Arte e Canal Plus, e i telefilm Un e'te' aux hirondelles (1997) per France 2 e Akim (1998) per la Gaumont, incentrati tutti sul tema dell'Islam e dell' integrazione.
LES LIENS (Legami)
Francia 2004, 35 mm., 95', col.
Regia: Aymeric Mesa-Juan; Sceneggiatura: Aymeric Mesa-Juan; Fotografia: Maxime Jouy, Hugues Gemignani, Cle'mentin Roger-Mazas Montaggio: Aymeric Mesa-Juan, Yannick Coutheron, François de Galard; Suono: Je'rôme Pierrot, Emmanuel Rassat, Clafre Combaluzier; Musica: Raphaël Bancou; Interpreti: Anne O'Dolan, Aymeric Mesa-Juan, Nicole Kaufman, Axel Mousset, Denis Daniel, Chantal Patron, Miren Pradier, Philippe Quercy; Produzione: Clown Productions.
Mado fa la cassiera in un supermercato. Julien e' l'autista di Noerc, un industriale di provincia. Julien e Mado vivono assieme da molti d'anni. Hanno un figlio di cinque anni, affetto da una malattia che lo ha reso disabile. Ma il vero problema e' che Julien ha un'amante, Christine, che e' poi la figlia del suo datore di lavoro: non si tratta di una semplice relazione extraconiugale, perche' i due vorrebbero vivere assieme e non vedersi di nascosto. Tuttavia Julien sembrerebbe incline a restare con Mado, ma solo per amore del bambino, le cui condizioni di salute nel frattempo si sono aggravate. Mado pero' non regge questa situazione e, appena Julien la lascia, davanti alla sofferenza del figlio ricoverato in ospedale, alla propria incapacita' di reagire, al senso di solitudine e di disperazione, la donna reagisce tragicamente con un gesto imprevedibile.
Non capita spesso che un'opera di alto rigore stilistico riesca contemporaneamente a veicolare un'attenzione immediata e quasi a stabilire un rapporto di viva interazione con ogni fascia di pubblico. E' questo il maggior pregio di Les liens: esso ci conduce a ritroso nei meandri di una tragedia che si consuma gia' nella sequenza iniziale, in cui la madre, sulla falsariga della Medea teatrale, porta alle estreme conseguenze il suo implacabile proposito. Il film analizza un simile gesto addentrandosi in un passato che poco per volta ci ricongiunge, ma non ci concilia, con l'esito annunciato di questo rapporto coniugale. Lungi da ogni moralismo o da qualsiasi giustificazione, Les liens analizza i meccanismi sentimentali, psicologici e comportamentali di un triangolo amoroso che sortisce un effetto sconvolgente, riportandoci alle cronache attuali di infanticidi domestici in cui molto spesso la realta' supera l'immaginazione. Memorabile a questo riguardo e' la penultima sequenza, che prelude a quella inaugurale: Mado prende progressivamente coscienza della sua disillusione, nel corso di una lunga e solitaria camminata verso l'ospedale che ricorda sotto molti aspetti la dinamica dell'epilogo di Mouchette di Robert Bresson.
Aymeric Mesa-Juan e' nato a Parthenay nel 1971. Conseguita la laurea in Filosofia e in Cinema, comincia ad insegnare filosofia al liceo Jean Mace' di Niort. Abbandona la docenza nel 1999 per fare il clown sino al 2003, anno al quale risale anche la sua prima apparizione come attore nel cortometraggio di Ron Dyens, Derrie're les fagots. Tra il 2002 e il 2004 scrive e realizza Les Liens, il suo lungometraggio d'esordio, primo di una trilogia che, dopo Medea, dovrebbe portare sullo schermo Le vrai e La guerre, adattamenti a loro volta dei miti di Antigone e degli Atridi, di Agamennone e Menelao.
SAKENINE SARZAMINE SOKOOT (Dalla terra del silenzio)
Iran 2004, 35 mm., 70', col.
Regia: Saman Salur. Sceneggiatura: Saman Salur. Fotografia: Masood Salami. Montaggio: Saman Salur. Musica: Mehrdad Nosrati. Interpreti:Hossein Bande-Ali, Hassan Bande-Ali, Omid Rokhafrooz. Produzione: Sheherazad Media International.
Due fratellini in una regione sperduta dell'Iran vivono alla giornata. Il primo pascolando le pecore del gregge che il severo padre gli ha affidato durante le sue lunghe assenze, il secondo trafugando benzina dai camion in sosta nelle stazioni di servizio e nei depositi per poi rivenderla sulla strada ai camionisti di passaggio. Il piccolo pastore ha pero' una passione che tiene nascosta al genitore: una bicicletta che per sicurezza ha nascosto sotto la sabbia, il piccolo ladro incontra invece un camionista che gli offre un passaggio, e instaura con lui un rapporto d'amicizia. Quando il padre torna a casa punisce il primo dei due figli per essere stato troppo distratto con il gregge, mettendogli fuori uso la bicicletta. Ma il ragazzo la rimette in sesto e si ricongiunge con il fratellino, stanco di trascorrere la vita a rubare, per poi raggiungere l'uomo incontrato sulla strada e abbandonare finalmente l'ingrata "terra del silenzio".
Il cinema iraniano nel suo complesso ha un grande pregio: si rinnova spesso nella continuita', sovvertendo impercettibilmente i codici di un linguaggio fondato sul realismo minimale per approdare ad una concezione esplicita della critica sociale, prima ancora che politica. Sakenine sarzamine sokoot e' la prova di come siano nel contempo lontani ma fertili gli insegnamenti di Kiarostami, Naderi e Makhmalbaf. E che occorre svilupparli e affrontarli in una chiave nuova che ne ridimensioni le componenti simboliche e allegoriche a favore del racconto puro. In questo film colpiscono non tanto scelte, comunque felici e significative, come quella di assumere il punto di vista dei due bambini - essendo l'infanzia il piu' classico elemento di connotazione del migliore cinema iraniano - bensi' il tema centrale della benzina trafugata, poiche' proprio la benzina rimanda al prezioso petrolio che, pur essendo la vera e inconfessabile causa scatenante dei conflitti attuali, scarseggia nella vita quotidiana degli abitanti indigenti dei massimi paesi produttori. Il bambino ladro e' l'emblema di una nazione che non puo' permettersi di possedere e consumare cio' che produce e esporta, mentre il fratellino pastore rappresenta la conseguenza materiale e psicologica che colpisce l'altra parte della societa' iraniana, costretta a una sottomissione apparentemente eterna. La poesia di questo film, teso e stringato, diventa percio' la grande occasione di osservare una situazione paradossale, dall'interno.
UNA DE DOS (Una delle due)
Argentina 2004, 35 mm., 88' , col.
Regia: Alejo Hernán Taube; Sceneggiatura: Alejo Hernán Taube; Fotografia: Segundo Cerrado; Montaggio: Alejo Hernán Taube, Alejandro Carrello Penovi; Scenografia: Martin Ameztoy; Interpreti: Jorge Sesán, Jimena Anganuzzi, Renata Aielo, Ariel Staltari; Produttore: Alejo Hernán Taube.
Argentina, 2001. Il paese vive i drammatici momenti di una profonda crisi economica che causa disordine, depressione e sommovimenti politici e soprattutto riduce drasticamente il tenore di vita di larghe fasce della popolazione. A Estacion Cortes, un piccolo villaggio a 80 km da Buenos Aires, il giovane Juan Martin Hernandez, detto "il Biondo" lotta con disperata ostinazione contro un destino di rassegnazione a cui sembrano soggiacere tutti i suoi coetanei. Nemmeno una fugace passione per una coetanea riesce a placare la sua ansia. Per trovare i soldi che gli consentano di aiutare la famiglia, gli amici e la sua fidanzata, Martin si lega a dei loschi spacciatori di denaro falso e nonostante scaltrezza e abilita' finisce, a causa di una delazione, per mettersi nei guai con la giustizia. Attorno a lui gli abitanti del villaggio, protagonisti di una coralita' che fa i conti con la dura realta' del quotidiano, cercano semplicemente di sopravvivere.
Uscendo dai temi soprattutto intimi e personali e dalla messa in scena spesso minimalista tipici di certo cinema argentino di oggi, il film di Taube sembra voler rinnovare la vaga Argentina che sorprendentemente ha dato vita da ormai piu' di cinque anni a una lunga serie di opere di grande impatto. Una de dos affronta i temi politicamente forti dell'Argentina degli ultimi anni, ma Alejo Taube evita il facile sociologismo e sposta lo sguardo nella periferia della capitale. Pedinando con un realismo segnato da una sensibilita' acuta, i personaggi che popolano un piccolo villaggio e seguendone le vicissitudini, il regista argentino ci propone un intensissimo film corale, nel quale il ruolo dell'antieroe, "il biondo" Martin, funge da motore cognitivo: in questo senso, neanche i contrappunti mediatici, le notizie e le immagini che giungono dalla televisione, riescono a sovrapporsi all'urgenza e alla flagranza del vissuto quotidiano.
Alejo Hernán Taube e' nato a Buenos Aires nel 1972. Dopo aver studiato musica alla Scuola Superiore di Jazz e regia cinematografica all'Universita' del Cinema, ha iniziato a lavorare realizzando videoclip e spot pubblicitari. Il cortometraggio Estudio e' del 2000. Nel 2001 ha firmato una serie di tre documentari intitolati Ritos de Frontiera. Una de dos e' il suo primo lungometraggio.
UNINHIBITED (Disinibiti)
Taiwan, 2004, 16mm, 70', col.
Regia: Chen Leste. Sceneggiatura: Chen Leste. Fotografia: Yao Heng-Yi. Montaggio: Chen Leste. Musica: Lin Rez, Chen Ray-Kai, Hu Pi-Lieth. Interpreti: Huang Heng-Sheng, Han Yi-Ban, Hsu An-An, Chi Justine, Ke Huan-Zu. Produzione: Triple Film House.
Quattro ragazzi di Taiwan tra i diciotto e i vent'anni, due ragazze e due ragazzi, affrontano il passaggio dall'adolescenza all'eta' adulta, consumando le giornate tra esperienze di vario genere, che comprendono il sesso, il suicidio, l'aborto, l'omosessualita', le amicizie studentesche, la droga, il vagabondaggio per le strade e l'assenza di prospettive per il futuro. Nelle loro esistenze di teenager ribelli non ci sono direzioni precise, ma solo momenti, episodi, brevi circostanze di coinvolgimento collettivi, scanditi da capitoli emblematici ("Morte", "Capelli", "Tatuaggi", "Fotografie").
Il fascino maggiore di questa mirabile e struggente opera prima di Chen Leste, appena ventitreenne, sta nella sua perfetta compenetrazione con gli eventi apparentemente casuali che caratterizzano, senza gerarchia ne' senso romanzesco esteriore, le vite di quattro giovani, ancora legati a un retaggio culturale o sottoculturale di chiara matrice adolescenziale. Il film li segue, tratteggiando una serie di piccoli episodi apparentemente slegati e anonimi. Eppure, grazie a una suddivisione per capitoli (quattro, tanti quanti sono i protagonisti) si sottolinea una drammatica realta': quella di una generazione letteralmente abbandonata a se stessa, incapace di trovare uno sbocco dentro una societa' che sembra non riguardare niente e nessuno e funzionare secondo regole sfuggenti, lontane, incomprensibili. I ragazzi del film fanno quadrato tra loro, si amano, si uccidono, si sganciano dal mondo attraverso la droga, a volte mettono al mondo nuove creature con la stessa inconsapevolezza con cui probabilmente hanno cominciato a muovere i primi passi. Tutto cio' che serve a connotarli e a dare un senso alle loro giornate sono accadimenti inaspettati e drammatici (il capitolo "Morte"), modi simbolici di manifestarsi ed esprimersi in chiave di appartenenza ad un gruppo o di distinzione dagli altri coetanei ("Capelli" e "Tatuaggi") o infine forme di lettura del presente circostante ("Fotografie") equivalenti ad occasioni preziose di autocoscienza disincantata e talvolta tragica. La capacita' di analisi di Unihibited e' eccezionale, perche' nasce da una lucidita' di sguardo mai moralistica che traduce la precarieta', la rarefazione, la scarsa nitidezza e la fragilita' dei protagonisti in scelta estetica rigorosa, grazie alla costruzione rapsodica del racconto.
Diplomatosi a Taiwan alla Fu-Schin Trade and Art School e laureatosi alla Chung-Yuan Christian University, prima di esordire quest'anno nel lungometraggio con Unihibited, il ventitreenne Chen Leste ha realizzato cortometraggi (Fade Away, 2003) e soprattutto video musicali (Distance, 2002; Christmas Tie, Catch the Murder, Lonely Portrait, 2003; Tomorrow, 2004).
VE LAKACHTA LECHA ISHA (Prendere moglie)
Israele, 2004, 35mm, 97', col.
Regia: Ronit e Shlomi Elkabetz. Sceneggiatura: Ronit e Shlomi Elkabetz. Fotografia: Laurent Brunet. Montaggio: Joel Alexis. Musica: Michel Korb. Interpreti: Ronit Elkabetz, Simon Abkarian, Gilbert Melki. Produttori: Marek Rozenbaum, Itai Tamir, Jean Philippe Reza. Produzione: Transfax.
Haifa, 1979. Vivian e Eliyahoo, ebrei di origine marocchina, sono sposati e hanno due figli. Una sera i fratelli di Vivian nel tentativo di evitare il divorzio la scongiurano di non abbandonare il tetto coniugale. La donna, davanti alla disponibilita' del marito pronto alla riconciliazione, accetta. Ma ben presto le ragioni della tensione domestica riaffiorano. Eliyahoo, sempre sostenuto dall'anziana madre che vive con loro, pretende dalla moglie e dai figli una rigida osservanza dell'ebraismo.. La sua silenziosa autorita' trasforma la vita familiare in un inferno. Vivian, che vorrebbe essere un'israeliana emancipata si sforza di non cedere alla tentazione di abbandonare il marito per un vecchio amore improvvisamente ripresentatosi, ma e' comunque in trappola. Il marito, serafico e insensibile, continua a non ascoltarla. Anche i figli, molto legati alla madre, si trovano nella stessa condizione. Dopo un ennesimo scontro la situazione precipita e si ritorna al punto di partenza.
Concepito come dramma da camera, Prendere moglie offre un complesso ritratto femminile, dove il conflitto tra coniugi si consuma attraverso progressive tappe di un'incomprensione implicita in una concezione della famiglia, dove la figura maschile esercita un'autorita' tanto blanda quanto implacabile. Il grande merito di questo capolavoro, codiretto non a caso dalla stessa protagonista, dotata di straordinaria personalita' recitativa e carisma intellettuale (memorabile e' anche la sua interpretazione in Alila di Gitai) consiste nel mantenere la crisi dentro un contesto fatto di quotidiani consuetudini doveri e di quotidianita'. Concepito all'interno di una societa' permeabile ma contraddittoria, dove l'aspetto religioso assume una forte connotazione maschilista e conservatrice, Prendere moglie esplora un microcosmo borghese particolare come quello israeliano. Il film si avvale di una sapiente messa in scena, che sfrutta la forza drammaturgica e simbolica delle inquadrature, essenziali e pregnanti, cosi' come di dialoghi a dir poco magistrali. Basterebbe la sola sequenza iniziale, con il volto in primo piano della donna afflitta dalle voci fuori campo delle preghiere maschili, per comprendere come il film sia profondamente consapevole del ruolo della moglie - madre, sacrificata a garanzia dell'intera comunita'.
Interprete di punta della televisione, del teatro e del cinema israeliani, Ronit Elkabetz, prima di esordire dietro la macchina da presa con Prendere moglie (codiretto dal fratello Shlomi Elkabetz), ha vinto come migliore attrice nel 1994 e nel 2001 l'Oscar nazionale rispettivamente con Sh'chur di Shmulik Hasfari e Matrimonio tardivo di Dover Kossashvili, per il quale e' stata premiata anche ai festival di Salonicco, Buenos Aires e Survey. Nel ruolo della poliziotta esasperata dai vicini, e' stata anche una delle interpreti principali di Alila (2003) di Amos Gitai. Or (2004) di Karen Yedaya, di cui e' protagonista, ha vinto la Came'ra d'Or all'ultimo festival di Cannes.
BUTTERFLY (Farfalla)
Hong Kong 2004, 35 mm., 124' , col.
Regia: Yan Yan Mak; Soggetto: Chen Xue; Sceneggiatura: Yan Yan Mak; Fotografia: Charlie Lam; Montaggio: Yan Yan Mak; Interpreti: Josie Ho, Eric Kot, Tian Yuan, Isabel Chan, Joman Chaing; Produzione: Lotus Film.
Flavia, una trentenne insegnante di Hong Kong, sposata con un figlio, e' arrivata ad un momento della propria vita in cui ha bisogno di scegliere tra la famiglia e una nuova storia d'amore. Solo che la scelta e' piu' traumatica del solito, poiche' fa emergere una parte di se' che appartiene al passato apparentemente seppellito: Flavia si innamora infatti di una giovane ragazza, incontrata per caso in un supermercato, e lo fa con passione ed abbandono, ritrovando la stessa intensita' di un suo precedente amore lesbico vissuto durante l'adolescenza, nei cruciali anni ottanta segnati anche ad Hong Kong dai sommovimenti politici cinesi. Contemporaneamente a questa storia d'amore e ai ricordi di quella passata, un'altra coppia di ragazze, nella Hong Kong di oggi, lotta contro i persistenti pregiudizi che rendono drammatica la loro relazione.
Un delicato, appassionato e sensuale melodramma ambientato nella Hong Kong contemporanea, dove i pregiudizi sull'omosessualita', ancora presenti pur nella modernita' del vissuto, rimandano ad un recente passato caratterizzato da profonde trasformazioni sociali ed esistenziali comuni a tutto l'estremo oriente. Con personale partecipazione, Yan Yan Mak con "Butterfly" non realizza soltanto uno splendido film "lesbico", ma conferma, dopo il notevole esordio di "Ge ge", la sua predilezione per storie abitate da persone alla ricerca di una propria identita', anime spinte da una forte determinazione a scoprire zone oscure del passato proprio e di quello del loro paese: il tutto con una coscienza sempre piu' evidente dei propri mezzi e un qualita' filmica che rimanda ai migliori esempi di "genere" della storia del cinema.
Yan Yan Mak e' nata a Hong Kong. Diplomata alla Academy for Performing Arts, ha iniziato a lavorare come assistente alla regia e art director. Il suo primo cortometraggio, Snapshots, e' del 1998. Dopo aver lavorato come assistente alla regia per Wong Kar Wai in In the Mood For Love, ha fondato una sua societa' di produzione, per la quale ha realizzato il suo primo lungometraggio, Gege, presentato nella Settimana Internazionale della Critica di Venezia nel 2001. Butterfly e' il suo secondo lungometraggio.
Vai
allo speciale Festival di Venezia 2004