La Morte a Venezia
57° mostra internazionale
darte cinematografica

Seom, uno dei film più amati da Henry, il
critico(ne)
Mezzanotte di mercoledì 6 settembre: un paio di
centinaia di persone sono in coda davanti al Palagalileo. Tra quindici minuti apriranno i
cancelli per la proiezione di "The Cell". Per alcuni è il sesto o settimo film
della giornata. Chi ha proprio deciso di non risparmiarsi e tirare avanti a panini può
essere anche allottavo. Un tizio dal pizzetto alternativo, vestito in modo
alternativo, sta esprimendo la sua alternativa opinione su uno dei film del pomeriggio:
"la scena in cui lei si avvicina al mare, e il mare sembra volerla respingere, mi ha
dato un brivido. Quello è cinema altissimo, e Bartas è il più grande regista
vivente."
"Freedom", di Sharunas Bartas, è stato uno dei film più clamorosamente pallosi
di tutto il festival. In 96 che non finiscono mai il regista lettone (o lituano, non
so e non mi interessa) riesce a stroncare anche il pubblico più volenteroso a forza di
primi piani estenuanti, metafore incomprensibili, personaggi immobili nel loro mutismo.
Bellissima la fotografia, questo bisogna riconoscerlo. Ma non basta, non deve bastare.
Mostra darte cinematografica, sera detto.
Allora di pranzo tutti i chioschi del Lido si popolano di gente pallida, con due
occhiaie così, che inghiottono un tramezzino prima di rituffarsi nel buio della sala. Un
tizio, senza pizzetto, divora il suo panino e dice allamico: "Ti conviene
mangiare in fretta, che fra poco inizia il film di Monteiro. Io lho visto ieri in
Sala Perla e ti assicuro che merita
"
"Branca de neve", di Joao Cèsar Monteiro, non può essere considerato il film
più palloso del festival solo perché di film non si tratta. Ma allora cosa vogliono
rappresentare unora e un quarto di schermo nero con sottotitoli? Io non lo so, e
cambio argomento.
Un uomo che, dopo avere violentato altri uomini, scorrazza seminudo per una discarica, si
ciba di avanzi putrefatti e beve acqua lurida assurge a simbolo universale
dellabbruttimento della condizione umana ecc. ecc. oppure fa semplicemente schifo?
Joao Pedro Rodrigues (che danno sti
portoghesi), regista di "O Fantasma", film scandalo della mostra, propende
senzaltro per la prima ipotesi. Peccato non riuscire a pensarla come lui.
Può darsi che dopo centanni di cinema un regista, per sentirsi geniale, debba
credersi obbligato a esplorare nuovi territori. Però, quello che a Venezia ci siamo
trovati talvolta sullo schermo puzza più di snobismo intellettuale e di sterile
autocompiacimento che non di genialità incompresa.
Leffetto sul pubblico è devastante. O lascia la sala, oppure soffre e resiste. La
ricompensa è quella di poter dire agli amici: "ho visto un bellissimo film dove non
succedeva niente" oppure "quel film tutto nero era il migliore del
festival". Messaggio implicito: "io sì che me ne intendo, e so apprezzare cose
per te troppo difficili."
Ma così si uccide il cinema. Quando si inizia a legare il valore di unopera
darte esclusivamente alla sua difficoltà interpretativa, allora si innesca un
meccanismo perverso che porta prima alla rottura con il pubblico (scollamento, per quelli
che leggono Baricco), poi alla morte per asfissia dellarte stessa.
La morte del cinema. A Venezia. A pensarci bene è una cosa quasi poetica nella sua
malinconia, ma non vogliamo arrivare a tanto. Non vogliamo sale gremite per i film di
Pieraccioni come non vogliamo festival di film senza immagini o senza movimento. Speriamo
bene
Sempre per restare in tema di cose che fanno male al cinema, nel prossimo numero parleremo
dellego ipertrofico di alcuni critici, e di quei registi che a Venezia hanno fatto
danni non tanto per spocchia intellettuale, quanto per pura e semplice incapacità.
A presto
Henry
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Henry, il critico più critico
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