LA
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA E L'IRAN
Roozi keh zan shodam e Il cerchio: due modi di
parlare di donne
Non lo faccio apposta, veramente, ma anche quest'anno c'è stato, alla Mostra del
Cinema di Venezia, un film che mi ha particolarmente colpito e che, temo, sarà alquanto
difficile vedere nelle sale italiane, come era successo l'anno scorso per Wisconsin Death
Trip. Sto parlando di Roozi keh zan shodam (Il giorno in cui sono diventata donna) di
Marziyeh Meshkini.
Il film, iraniano, è diviso in tre episodi. Il primo narra di una bambina che, nel
giorno in cui compie nove anni (e diventa donna, appunto, secondo la società iraniana),
vuole giocare per l'ultima volta con il suo amichetto, prima che le convenzioni la
costringano ad una compagnia di sole bambine. Il secondo episodio, invece, vede come
protagonista una ragazza che partecipa ad una gara ciclistica femminile ed è
continuamente rincorsa e minacciata dai suoi parenti che vogliono farla desistere
dall'idea di divorziare dal marito.L' ultimo episodio racconta di una vecchietta che si
trova in mano una grossa eredità e decide di comprare tutto ciò che non ha mai avuto in
vita sua: elettrodomestici, un grande letto, televisore, stereo e altri beni. Facendosi
aiutare da dei ragazzini arrederà con queste cose la spiaggia, prima mettere il letto in
mare e partire per un viaggio senza meta. Il film, presentato nella Settimana della
critica, è semplice, diretto ed essenziale, tre aggettivi che purtroppo hanno
caratterizzato ben poche delle opere viste alla Mostra. Ed è bellissimo. Descrive molto
bene, secondo quanto ho saputo da conoscenti iraniani, la situazione delle donne in Iran.
Riesce ad essere drammatico senza essere forzato, e a mantenere un'aura di candore e
semplicità, senza mai scadere nel melenso, anche nel primo episodio, quello dei bambini,
dove sarebbe stato facilissimo farlo.
La tematica della condizione della donna è trattata da un altro film iraniano, Il
cerchio (Dayreh), di Jafar Panahi, che ha vinto il Leone d'Oro. Anche qui ci sono delle
storie di donne. Una ha appena partorito, altre tre vengono rilasciate di prigione con un
permesso temporaneo e cercano del denaro per fuggire dalla città. Una donna nubile scappa
di prigione per abortire, ma viene rifiutata dalla famiglia paterna, un'altra ancora deve
mentire e fingere in tutti i modi per comprare un biglietto per partire. Il film è uscito
immediatamente nelle sale italiane, subito dopo la fine della Mostra. Al momento non so
quanti spettatori l'abbiano visto, certo è che la sua uscita (e forse anche il
riconoscimento che ha avuto) deriva dalla relativa popolarità del cinema iraniano
contemporaneo, innescata dal successo a Cannes e a Venezia di Abbas Kiarostami e di Samira
Makhlabaf, di cui, tra l'altro, la Meshkini è stata aiuto regista (sarà per questo e per
il fatto che la Makhlabaf era nella giuria del concorso che il film non ha ricevuto alcun
premio, neanche quello per l'opera prima?). In ogni caso, nel momento in cui scrivo, lo
spettatore medio italiano ha avuto una chance di vedere uno solo dei due film.
Oltre ad aver vinto il Leone d'Oro, che cos'ha di più Il cerchio rispetto a Roozi keh
zan shodam? Perché uno è stato acquistato e distribuito e l'altro (ancora) no? Le
domande sono solo apparentemente retoriche. Il Leone d'Oro, infatti, non basta a
giustificare la considerazione che ha avuto il film di Panahi, essendo stato acquistato
dalla casa di distribuzione ben prima della Mostra del Cinema (altrimenti un'uscita così
tempestiva sarebbe stata impossibile). Certo, Panahi non è al suo primo film, come lo è,
invece, la Meshkini: nel 1995 il suo Il palloncino bianco (Badkonak-e sefid), scritto da
Kiarostami, ha vinto la Caméra d'or a Cannes, premio riservato ai registi esordienti.
Provo ad abbozzare un'ipotesi: Il cerchio è un film fatto bene, ma quasi misurato, dosato
per vincere un premio ad un festival cinematografico. Come ha detto Enrico Ghezzi nella
presentazione de Il palloncino bianco, in onda in prima tv su RAITRE il giorno dopo la
fine della mostra, "quello di Panahi è un cerchio troppo perfetto". Non posso
che concordare: oltre che troppo perfetto, Il cerchio mi sembra eccessivamente levigato,
matematico nella sua circolarità (infatti finisce come è iniziato). A mio avviso è
comunque un bel film, ma freddo e prevedibile nella sua bellezza. Dopo la prima proiezione
per la stampa, infatti, tutti i giornalisti che ho sentito hanno pronosticato che avrebbe
vinto il concorso.
I pochi che hanno visto Roozi keh zan shodam, invece, alla
fine del film si sono semplicemente guardati negli occhi, emozionati, colpiti nel
profondo, ma anche divertiti da un piccolo gioiello, caldo e spontaneo. Anche questo
iraniano, sì, ma meno perfetto, fatto con il cuore più che con la mente (se mi passate
la banale espressione). Anche questo narra di storie di donne e rende bene le difficoltà
che una donna (giovane o vecchia) si trova ad affrontare nell'Iran di oggi, anche
senza tirare in ballo grossi e importanti temi come, ad esempio, l'aborto e il carcere.
Forse, ma questa è solo un'ipotesi, Roozi keh zan shodam ha meno appeal de Il cerchio,
che, a partire dalle storie e dall'ambientazione è più vicino alla sensibilità del
pubblico europeo. Infatti è ambientato in città e i problemi di base trattati sono ben
noti anche in Italia. Invece il film della Meshkini è molto meno esplicito, dà alcune
cose per scontate, o quanto meno non le espl icita subito. Inoltre è ambientato in città
solo per quanto riguarda la parte dello sfrenato shopping della vecchietta del terzo
episodio. Richiede più concentrazione, un lavoro mentale maggiore da parte dello
spettatore non iraniano, che si trova di fronte a situazioni nuove, che capirà solo poco
a poco. Tutto ciò, però, viene ripagato dal senso di meraviglia che prende dopo la
visione del film, ben diverso dal consapevole senso di avere visto un bel film, come nel
caso de Il cerchio.
Francesco Locane
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Venezia 2000