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Un festival con pochi acuti
di Vito Casale

palazzo cinemaSi sono spenti i riflettori ed calato il sipario sulla mostra di arte cinematografica di Venezia, quest’anno piuttosto appiattita verso un livello medio delle produzioni, con pochissimi acuti. Di scoppiettante avrebbe dovuto esserci almeno la festa conclusiva nella piazza del Casinò, a ritmo di jazz latino, flamenco e spettacoli acrobatici: peccato non siano arrivati i ballerini andalusi all’ultimo minuto...

Nel complesso, come sempre, un osservatorio privilegiato quale quello veneziano ha offerto una panoramica articolata del cinema contemporaneo, rappresentandone (o cercando di rappresentarne) tutte le molteplici sfaccettature. Sono passati, quindi, in laguna film arditi o sperimentali (Seom, Branca de neve), o di cinematografie a noi lontane (oriente), insieme con una limitata ma significativa rappresentanza delle superproduzioni made in Usa (What lies beneath, The Cell). Nel complesso i film problematici, dove la verità assoluta non esiste, hanno nettamente prevalso su quelli più affermativi, più narrativi nel senso hollywoodiano del termine. Se ripensiamo ai film in concorso nei primi anni della mostra, ad esempio, il salto nel vuoto e nel caos è sempre più notevole...(chi ricorda "Luciano Serra Pilota"?).
La Mostra diventa, quindi, un’occasione di stimolo e di riflessione sul mondo che ci circonda, oltreché un’occasione per saziare la propria curiosità e svagarsi.
Apprezzabili alcune innovazioni rispetto all’anno precedente, con una programmazione più intelligente e con qualche significativa innovazione logistica e funzionale che prelude ad altri più radicali interventi migliorativi annunciati da tempo (maggiori spazi, migliori strutture).
Venendo ai film, deludono soprattutto le pellicole in concorso (per quanto ancora le potremo chiamare così?). Incolori le prove di conclamati autori come Altman, Frears e Sally Potter, gli stimoli più interessanti sono arrivati dai pochi autori che hanno osato spingersi un po’ oltre il confine tra il normale e l’alternativo, lo sperimentale.
Meritano una citazione Clara Law con "The Goddess of 1967", con Rose Byrne, cieca nel film, Coppa Volpi come migliore attrice; il film è per certi versi estremo, costruito per accumulo di materiale in maniera spesso caotica, fotografato in modo splendido; "Seom" di Kim Ki-Duk, sgradevole e grandguignolesco sogno/incubo coreano ambientato su un placido lago di periferia; "Selon Matthieu", ultima prova del giovane cineasta "maledetto" Xavier Beauvois: eccessivo, a tratti inverosimile, folle; a volte romantico, nel senso più originale del termine, a volte fuori da ogni sensato equilibrio. Una film da amare alla follia o da rifiutare con disdegno o disinteresse, come altri del regista ("N’oublie pas que tu va mourir"). Da ricordare anche Uttara, con simbolismi orientali affascinanti e misteriosi, che ci proiettano in un altro da noi quasi misticheggiante.
Il Cerchio, vincitore del Leone d’Oro, è un film troppo programmaticamente iraniano, e troppo volutamente improntato a tematiche sociali: bello, indubbiamente, ma Panahi non sembra viaggiare più alla frequenza del suo maestro Kiarostami, che indulge meno sul sociale o, quando lo tratta, lo fa con equilibrio e leggerezza, doti che spesso difettano all’allievo. Il film di Scnhabel, "Before night falls", pluripremiato (giuria e attore) è toccante e vitale nella sua cruda denuncia di uno stato di alienazione umana di un esiliato cubano gay, ma è logorroico, a volte pretenzioso e fuori dalla misura.
Ma è stata anche la mostra di Clint Eastwood, Leone D’oro alla carriera, un vero signore del grande schermo, compassato ed elegante. Una ventata di leggerezza estrema ammanta il suo ultimo lavoro "Space cowboys", all’apparenza meno impegnato di altre prove del regista americano, in realtà fa della scanzonatura e della sua approssimazione narrativa la sua forza, incantandoci e intrattenendoci con piacere per quasi due orette.

space cowboysL’Italia ha provato a dire la sua con ben 4 film in concorso: raccoglie solo un premio con "I cento passi", film stranamente funzionale, come raramente capita, nel raccontare l’ennesima storia di denuncia contro la Mafia. Apprezzabile "La Lingua del Santo" di Mazzacurati, da rivedere "Denti" di Salvatores, forse sempre meno "italiano" come autore. Nel complesso il cinema italiano da alcuni segni di risveglio, ma aspettiamo i Moretti, i Tornatore per annunciare qualche chiaro segno di ripresa.

dentiNelle altre rassegne fuori concorso abbiamo visto un W.Allen e un D.Mamet brillanti (più il secondo) e, a tratti, intriganti, ma poco incisivi. Un Kitano che tenta di occidentalizzarsi, con esiti poco originali; meglio le follie acrobatiche di Hong Kong di Tsui Hark con Time & Tide: nessuno ha capito la trama ma tutti si sono divertiti un casino!
Incubi puri i due filmoni hollywoodiani presenti: The Cell e What lies beneath: più visionario il primo, più elettrizzante ed intelligente il secondo.
Tra i film nelle rassegne parallele da citare Memento, film "au contraire" sulle ambiguità della vita senza memoria; Tillsammans, del celebre regista svedese Moodysson che non manca mai di pungere con ironia, qui tratta la vita in "comunità"; Iedereen beoroemd! Film fiammingo veramente irresistibile, con il suo leitmotiv "Lucky Manuelo" fischiettato a lungo al Lido. Da citare, per la settimana della Critica, due film, il portoghese Noites, viaggio nei baratri infiniti presso cui vivono i tossicodipendenti e Roozi keh zan shodam, film iraniano fresco e vitale, meno programmatico, forse, del Cerchio, vincitore del Leone d’Oro, ma più intrigante.
Tirando le somme una mostra a 360 gradi ( e abbiamo un po’ taciuto le tematiche omosessuali, leitmotiv nascosto del festival, si citi su tutti O fantasma), con pochi acuti (Kubrick dove sei!) ma tanti mondi possibili da osservare e da cui imparare, forse, qualcosa.

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