Centraldocinema

Campiotti e il tempo dell'amore

E’ uno di quei cineasti italiani con il quale staresti a parlare di cinema per ore. I suoi film, all’estero, hanno spesso ricevuto più di un riconoscimento da parte di critica e pubblico. Giacomo Campiotti, in partenza per Amsterdam per presenziare alla prima olandese de "Il tempo dell’amore", ci parla del suo ultimo film, e della dedizione profonda verso il bel mestiere di narratore di storie per immagini – o di artigiano del cinema come ama preferibilmente definirsi -.

La tua opera sembra una riflessione profonda sulla presa di possesso degli uomini da parte dell’amore. Non è il solito film di genere. E’ così?

Si, avevo voglia di raccontare una storia che trattasse d’amore in modo diverso. Da spettatore sono sempre un po’ irretito o frustrato da quei film che raccontano per il novanta per cento del tempo di due che sono in crisi e poi quando il film finisce il solito "e vissero felici e contenti". Penso sempre: vorrei vederli fra sei mesi, due anni. Sappiamo tutti quanto sia difficile mantenere vivo l’amore nella quotidianità. E così ho pensato di avere come personaggio principale del film proprio l’amore stesso, il modo in cui si evolve e prende le sembianze di uomini e donne diverse. Come hai potuto vedere, ogni coppia riceve il testimone dalla precedente e continua la storia là dove gli altri l’hanno interrotta.

tempo amoreAttraverso questo marchio sceneggiativo hai poi potuto sviluppare le stagioni del ciclo amoroso…

Beh, un po’ come accade nella natura ogni storia ha le proprie primavere o i propri inverni. Si passa da momenti esaltanti ad altri di puro sconforto. Credo che faccia parte dell’evoluzione naturale delle energie che legano le persone le une alle altre. E’ come in ogni processo naturale, dove l’uomo alla fine ha ben poco da fare. Fa parte del gioco della vita, o dei sentimenti, se preferisci. La collocazione temporale della storia che abbraccia un intero secolo è in linea con il progetto di realizzare un qualcosa che portasse un certo respiro dell’umanità che attraversa i tempi.

Citando Barthes, potremmo dire "frammenti di un discorso amoroso"?

Certo, anche perché se facciamo un passo indietro e guardiamo tutto da lontano, anche tutti questi frammenti di storie più o meno piccole, incomplete, rinviate, forse acquistano un senso se viste tutte insieme. Mi sono immaginato come un grande mosaico, questa onda potente d’amore che più o meno nello stesso modo avvolge le cose del mondo e le rende quasi tutte uguali. Qui, in America, o in Brasile, i passaggi di una relazione sono sempre gli stessi.

E’ il mistero delle attrazioni silenziose che perseguita gli uomini, di cui volevo liberarmi facendo un film così.

L’interpretazione di Juliet Aubrey è semplicemente splendida. Com’è avvenuto il vostro incontro?

Di Juliet mi sono subito artisticamente innamorato dopo averla vista nel film "Go Now" di Winterbottom. E dire che avevo fatto centinaia di provini a Londra, senza però essere riuscito a trovare ciò che stavo cercando. A poche settimane dall’inizio delle riprese ho contattato Juliet che in modo poi esemplare ha interpretato Martha nel mio film. Un acquisto dell’ultim’ora, che ha elevato senza alcun dubbio il pathos di quella parte di film.

Gianluca Mattei

Vai a Italia Zone

Centraldocinema

Centraldocinema