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Intervista a DeSeta

Vittorio De Seta o il documento dell’immagine, il processo disvelatorio del reale legato all’oggetività delle cose o a come si crede che esse siano, occhio umano e occhio ottico che per necessità registrano - nello spazio occupato dalla vita, - che è sostanzialmente presenza fenomenica -, luoghi, volti, cose, fenomeni appunto. Vittorio De Seta anche, però, come la fragile linea di demarcazione tra fiction e documentarietà, un regista completo e soprattutto l’esperienza artistica e l’ umanesimo dei vecchi registi con il quale si conversa sempre volentieri sapendo di non incappare nel pericolo di pensieri innocui. Lo abbiamo incontrato durante la sua permanenza qui dalle nostre parti e c’ha raccontato un po’ di questo mestiere o vocazione che ha a che fare con le immagini, con quella beffarda, a volte, illusione di realtà.

Lei ha sempre avuto un ritmo operativo implacabile, 6 documentari girati in Sicilia nella prima metà degli anni 50 (fra i quali Isole di fuoco premiato a Cannes, Contadini del mare, Pasqua in Sicilia), altri 4 nel 1958, il lungometraggio Banditi ad Orgosolo nel 1960, e poi molti altri lavori fino a Diario di un maestro del 73, o a In Calabria del 1993. Adesso sta per cominciare le riprese del nuovo lungometraggio "Lettere dal Sahara". Quanto bisogno ha di interessarsi alle cose da fissare in immagine?

Beh un bisogno direi vitale, anche se ho avuto un periodo di fermo nell’ottantuno. Mi ha sempre procurato piacere interessarmi delle vicende degli uomini, il rapporto con la loro terra, i conflitti anche con il loro tessuto sociale, insomma l’impegno per il realismo. Vedo che tra i giovani registi non vi è molta voglia di andare in quella direzione. E il cinema dovrebbe avere questa funzione. Sono per il cinema autorale, che esprime un punto di vista.

I suoi documentari sono velatamente politici, o comunque attestanti un’osservazione critica della realtà: la realtà ha sempre una seconda parvenza?

Beh si, a volte per esempio la voce fuori campo mina il vero, certi miei documentari credo dicano di più con la semplice esposizione d’immagini, è una vetrina soltanto da guardare, non da ascoltare.

I documentari che abbiamo visto a Varese le hanno fatto tornare alla mente, credo, un bel po’ di ricordi?

Mi fa effetto tornare a vedere quest’Italia com’era, questo mondo così diverso di lotta per la vita, ma anche di grandi momenti di gioia. La povertà che ho visto ha sempre coinciso con un forte amore per la vita. Una volta si ricamavano le coperte, si decoravano i vasi, oggi si compra tutto, non c’è più quell’affetto per le piccole cose.

Ci può dire qualcosa del film che sta per cominciare?

E’ la storia di un extracomunitario che risale tutta l’Italia, da Lampedusa a Milano. L’idea è nata dalla lettura di molte biografie di persone venute a stare qui da noi.

Un road-movie?

Si, in parte, perché poi c’è una lunga parentesi ambientata completamente a Milano da dove il protagonista poi ripartirà per tornarsene in Senegal.

Il film verrà girato in super 16, una modalità di ripresa assolutamente contro corrente, come mai?

Un po’ per la leggerezza in certe situazioni della macchina a mano, un po’ per l’economia del budget, ma soprattutto l’agilità, anche perché poi il film verrà gonfiato, oggi le pellicole sono di qualità eccelsa tanto da non accorgersi a volte che si sta girando non a 35 millimetri.

Cosa pretende dal cinema che fa?

Di far disperdere meno cose possibili incontrate nel corso di questa mia vita.

Gianluca Mattei

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