PERCHE’ QUELLE STRANE
GOCCE DI SANGUE SUL CORPO DI JENNIFER?
IT 1972 di Anthony
Ascott
con Edwige Fenech, George Hilton, Paola Quattrini, Oreste
Lionello, Carla Brait, George Rigaud, Luciano Pigozzi,
Annabella Incontrera. °
Fotomodella dal passato torbido finisce in
un appartamento dove è stato commesso un omicidio. Che
dite? ce la farà a stare lontana dai guai, avendo il volto
(e il corpo) della Fenech e bazzicando Geroge Hilton?
Lascivo giallo diretto sotto pseudonimo da Giuliano Carnimeo
che ricicla nomi e temi cari all’epoca e, soprattutto, a
Sergio Martino: e con una sceneggiatura anodina e inerte
come quella di Ernesto Gastaldi non si va lontani. Il titolo
viene spacciato per un verso dei Poemi di Ossian di
James MacPherson, anche se in realtà si doveva chiamare Uno
strano fiore con cinque gocce di sangue. Complimenti per
il personaggio di Hilton, fobico del sangue che sta per
svenire dopo un taglietto e non dopo che una ragazza
pugnalata lo imbratta da capo a piedi. Il produttore è
Luciano Martino, fratello di Sergio e futuro marito dell’algerina
Fenech (che il caso ha fatto nascere, guarda un po’, a
Bona: nomen omen?). Film del genere, comunque, sono
più o meno importanti anche dal punto di vista sociologico
(e potrebbe sembrare paradossale un discorso simile), avendo
segnato un’epoca e avendo contribuito a sdoganare nella
bigotta Italia la violenza e il sesso: ancora di maggior
rilievo il fatto (negativo o positivo, chi può dirlo? ed è
forse ormai pleonastico saperlo) che è grazie agli
incredibili incassi di queste opere commerciali se poi i
produttori - paratisi le spalle - si potevano permettere di
finanziare anche film seri di registi validissimi che,
proprio per la loro difficoltà artistica, andavano incontro
a possibilissimi flop.
Oppure, dopo un avvenuto flop, c’era
la necessità (non certo artistico-comunicativa, per
intenderci) di produrre un filmetto/filmaccio così, per
rimpinguare le tasche di tutti: ed è un peccato, in ogni
caso, che la nostra cinematografia abbia perduto ormai quel
gusto popolano e venale (ma forse è meglio citare solo la
parola "popolano": per esempio L’ultimo bacio
è un film altamente venale, ma certamente non umilmente
artigianale, e lì semmai sta il vero dramma di un sistema
produttivo) di concepire la settima arte, visto che spesso
si trovano, anche in quella cinematografia di genere, perle
che meritano di essere riscoperte. Magari è anche esagerato
categorizzare così la Storia di un certo cinema patrio, ma
– come riviste quali Nocturno si sono premurate di
riportare alla luce – spesso le cose andavano veramente
così. GIAL 92’ ½
Roberto Donati
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