VENEZIA 2:
la vendetta!
Ci eravamo lasciati a Venezia,
sulle tracce di un intricato caso di tentato omicidio nei confronti del cinema.
Riprendiamo, sempre da Venezia, con tutti quei piccoli crimini che, più modestamente, al
cinema creano solo un sacco di fastidi. A volte con un travolgente effetto di involontaria
comicità.
Al termine di "Animali che attraversano la strada", uno dei dodici spettatori
rimasti in sala si alza in piedi e grida "vergogna." In effetti.
Nellassistere alla proiezione, la cosa più spiazzante è lassenza di
pubblicità. Roba così ero costretto a sorbirmela solo quando mia nonna ci piombava in
casa e si impadroniva del telecomando. Isabella Sandri ha inventato un nuovo genere, la
fiction cinematografica, di cui nessuno sentiva la mancanza: soggetto e sceneggiatura da
un tanto al chilo (adolescenti di borgata dalla storia difficile tra madri puttane e padri
papponi. E indovinate un po
cè anche la poliziotta dal volto umano),
regia assente, attori sotto la soglia della decenza. Al confronto Linda e il brigadiere
sembra Kubrick. Fra una decina danni, forse, diventerà una pellicola di culto tra
gli amanti del trash più sfrenato. Per adesso, abbiamo quasi emulato linarrivabile
Nina di Majo di "Autunno" (sempre Venezia, giusto un anno fa. Do you remember?).
Cosa ci facevano duecento persone in fila davanti allingresso della sala Perla alle
18:30 di mercoledì 6 settembre? Ma è ovvio, aspettavano Claudia Schiffer per la
proiezione di "Sound", cortometraggio di Nicolas Roeg che la vede protagonista,
in programma alle 17:30. Infliggere unora di ritardo su sedici minuti di spettacolo
non è certo stato un bel gesto, ne tantomeno il pubblico si è potuto dire ripagato
per tanta attesa. Il videoclip di Roeg è a dir poco modesto e non lo aiuta certo la
spudorata celebrazione dellantipatica modella (sì, antipatica. Così impara a
essere puntuale. Ma chi cazzo si crede di essere?) che risulta eccessiva, irritante e
confusa.
Torni alle passerelle, signorina. Please.
Si potrebbe sparare a raffica su "The man who cried", forse il peggiore tra i
film del Festival che godranno di una vasta distribuzione. Un polpettone melenso che
attraversa la storia dellEuropa a partire dai primi del novecento per arrivare alle
persecuzioni razziali, laffacciarsi del nazismo, la guerra. Cè dentro di
tutto: la macchietta dellitaliano ricco, meschino e servo del regime, la storia
damore inter razziale tra la giovane ebrea e il bel gitano, il ricongiungimento
della protagonista con il vecchio padre che credeva morto. Si potrebbe sparare a raffica,
ma forse non ne vale la pena. Non andate a vederlo, e finiamola qui.
Ancora più sintetico su Roberta Torre, che al suo
secondo film già si considera un classico e non riesce proprio a fare a meno di
autocitarsi per tutti gli 87 del suo "Sud side stori" (scritto proprio
così). Forse "Tano da morire" non era in definitiva quellopera eccelsa da
meritare di inaugurare un genere. Comunque, aspetto con maligna curiosità la sua prossima
fatica. Riuscirà a tirarsi fuori da quel vicolo cieco artistico in cui è andata a
cacciarsi o ci propinerà un suo terzo musical meridional kitsch?
E concludo con unosservazione semplice semplice. Il cinema ha bisogno dei critici. E
non sto parlando di ragazzi sconosciuti che scrivono su sconosciute riviste sperdute nel mare
magno di internet, ma di figure di una certa autorevolezza, gente che scrive sui
quotidiani nazionali o che parla alla televisione. Però quando vedo che due di questi
personaggi (Goffredo Fofi de "Il Sole 24 Ore" e Silvio Danese de "Il
Giorno", per esempio) entrano nella stessa sala, assistono alla stessa proiezione
("Selon Matthieu" di Xavier Beauvois, per esempio) e il giorno seguente,
scrivendo sulla stessa rivista ("Film TV", per esempio) appioppano al film in
questione voti leggermente discordanti (come "uno" e "sette"
rispettivamente, per esempio), ecco, mi sorge il dubbio che almeno uno dei due dovrebbe
cambiare mestiere (e andare a zappare la terra, per esempio).
Ci si sente a dicembre
.
Henry
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Henry, il critico più critico