No man's land
Esiste un modo per dimostrare l'inutilita' della
guerra senza cadere nelle trappole della retorica?
Impresa difficile, che pero' riesce in modo sorprendente al regista Danis
Tanovic con la sua opera prima "No man's land", complice una
sceneggiatura perfetta che va al cuore del problema: dimostrare l'assurdita' di
un conflitto armato. Ecco quindi un serbo e un bosniaco che si ritrovano in una
trincea davanti a un altro militare bosniaco, ancora vivo ma sdraiato su una
mina a rimbalzo pronta a scoppiare e a spargere il suo carico di distruzione in
un raggio di cinquanta metri. Entrambi si accusano di avere dato inizio alla
guerra, ma da nemici pronti a uccidersi tra loro, sono costretti a sfiorare
un'intesa per cercare una soluzione al problema contingente della mina.
L'intervento dei caschi Blu dell'O.N.U. peggiora ulteriormente la gia' tesa
situazione, fino all'inevitabile tragedia.
Il regista riesce miracolosamente a mantenersi in
equilibrio tra il grottesco e il drammatico. Tutto e' eccessivo, comico, cinico,
crudele, eppure necessario. Alcune caratterizzazioni caricaturali (il
diplomatico e grossolano disinteresse degli alti ufficiali dell'esercito e dei
funzionari dell'O.N.U. - la curiosita' morbosa dei mass-media) non sono certo
originali, ma il registro scelto e' perfetto per rappresentare le deformazioni
che la realta' puo' arrivare a subire, quando la violenza diventa la risposta ai
problemi. Nessuno dei personaggi esce in modo positivo. Ognuno ha ideali che si
frantumano nella concretezza degli eventi e cedono al compromesso. Ecco quindi
che l'urlo di protesta contro tutte le forme di guerra arriva forte e chiaro
allo spettatore, scardinandolo dal suo torpore e lasciandogli un groppo in gola
difficile da digerire. Perche', come dice uno dei personaggi, "la
neutralita' e' gia' una scelta!"
Luca Baroncini
Guerre vecchie e nuove.
No Man's Land è divertente, veloce, spigliato e giustamente
amaro. Un soldato bosniaco ed uno serbo si ritrovano in una
trincea abbandonata fra le due armate contrapposte. Con loro
un altro soldato bosniaco costretto a rimanere immobile su
una mina a rimbalzo. Del loro caso finiscono per occuparsi le forze dell'ONU (dette 'puffi') ed i media
internazionali. Due aspetti particolari.
Primo, è un film plurilingue. Gli Slavi del Sud sono
doppiati in italiano - il che copre sicuramente accenti
molto diversi - ma i soldati dell'ONU ed i giornalisti
parlano in francese ed in inglese con i sottotitoli, e in
realtà parlano più dei soldati. Da notare che i titoli di
testa riportano un numero assurdo di canali televisivi, produttori
cinematografici,
assessorati alla cultura e pure il Ministero degli Esteri
Svizzero.
Secondo, il film mette su una situazione di apparente
parallelismo (i due soldati hanno conosciuto la stessa
ragazza) ma alla fine i serbi sono i cattivi ed i bosniaci i
buoni. Il soldato serbo (pericolosamente somigliante a Vitoz)
si rivela di gran lunga più stronzo ed antipatico del
bosniaco. Il soldato francese che rischia di suo per
risolvere la situazione dice che in questa guerra la
neutralità è già stare da una parte, quella degli
aggressori, chiaramente identificati nei serbi.
Ambientato nel 1993, il film soffre un po' per il tempo e la
scomparsa di quel conflitto dall'attenzione del mondo.
Inoltre, dopo i recenti eventi che minacciano di trascinare
i mussulmani bosniaci fra i cattivi (beh, avevano accettato
l'aiuto dei fondamentalisti islamici, no?) certe parole
d'ordine cominciano a passare di moda.
Stefano Trucco
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