Kaspar Hauser e Cobra Verde

Herzog è un gigante.
Più passa il tempo e più mi rendo conto della grandezza assoluta di questo regista e  di quanto sia difficile non confondere la storia personale con quella dei suoi personaggi, dei suoi attori, di come sia difficile non pensare che tutta la filmografia di Herzog sia in realtà un' unico gigantesco racconto. L'impressione è Herzog voglia regalarci un'unica grande, eroica sequenza. La figura dell'eroe romantico, dell'uomo, della sfida sono il nucleo centrale (e forse l'aspetto più superficiale) del suo cinema ed assume una forza ancora maggiore grazie alla sua storia, al suo modo di concepire e girare. Ogni film è quasi una *umanizzazione*, attraverso i suoi personaggi, della sua idea di cinema.
Cobra Verde e Kaspar Hauser non sono film molto diversi tra loro: come tutti i film di Herzog si possono semplificare nell'immane e inutile lotta dell'uomo che vuole spingersi oltre, andare dove non è e superare sè stesso nello scontro, perso in partenza, contro la natura, sia essa  la propria,quella degli altri o il pianeta terra. L'approccio al racconto è differente: esagitato, allucinato ed esplosivo quello di Cobra Verde, con un Kinski fuori controllo che non fa l'attore ma si limita a mettersi a disposizione del film in una sorta di autocelebrazione della sua condizione; raccolto, asciutto ma ugualmente visionario quello di Kaspar Hauser. Il denominatore comune di questi due capolavori di Herzog è la disperazione che unisce i due personaggi, la condizione di lacerante isolamento che  i due protagonisti si trovano a dover affrontare. E se in Cobra Verde c'è la grande sorella Africa di cui Francisco Manoel da Silva è una semplice
appendice naturale, in Kaspar Hauser c'è il sogno, l'immaginazione che
riesce per qualche tempo a rendere meno traumatico  e drammatico ilsequestro di Kaspar verso una inesorabile normalità. Herzog renda perfettamente l'idea della relatività del *sequestro*, della *prigionia*, della *gabbia*. Da una cella sporca e fetida alle gabbie della ragione, della religione e delle convenzioni.
Il fenomeno da baraccone Kaspar Hauser sogna il Caucaso, il Cobra Verde riesce per un istante a domare l'Africa, dove tutti avevano trovato la morte, perché l'Africa lo riconosce come parte di se, ma la disperazione, la solitudine, il desiderio di trovare sé stesso al di là di ogni costrizione e di ogni barriera, sia essa fisica, intellettuale, metaforica, lega indissolubilmente Kinski, Cobra Verde, Bruno S. e Kaspar, Herzog e il suo cinema. Forse è un'immagine scontata, ma quel gruppo di bambine che cantano (di cui ho letto che lo stesso Herzog non fosse soddisfatto) può sembrare ingenuamente banale, ma rende perfettamente l'idea di un'anima buona, di una forza interiore che il martirizzato continente africano ha dentro di sé. La stessa forza interiore che anima Cobra Verde e che fino all'ultimo tiene viva in lui la speranza di poter spostare quella barca e di prendere il largo e fuggire, in un ultimo inumano sforzo che va ad infrangersi contro il mare in cui si abbandona esausto alla fine del film.
Il giudizio sui film di Herzog deve superare i tradizionali canoni formali che rischiano di considerare imperfetto un tipo di cinema che perfetto non vuole essere, un cinema fatto di forza esplosiva, di istinti primitivi, un cinema in cui realtà e finzione si influenzano a vicenda, il desiderio stesso di Herzog di vivere in prima persona quello che gira (la barca di Fitzcarraldo l'hanno veramente spostata, il fiume di Aguirre l'hanno veramente risalito), le leggende nate intorno ad ogni sequenza girata, i morti, diventano parte integrante di ogni film. Kaspar Hauser è formalmente perfetto, un Herzog da festival ma l'impressione è che il vero Herzog sia quello che parte per la tangente, che lascia esplodere la rabbia in ogni sequenza, che tiene i personaggi lontani dalla mdp, imprigionandoli nella loro tragicità. sono parte integrante del cinema di Herzog che condivide con un altro grandissimo come Coppola questa visione fisica e totalizzante del cinema.****
MacGuffin (da IAC)

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