Roberto Succo
di Cedric Kahn (2000)
Ve lo ricordate, anni fa,
quel filmato agghiacciante dei due soldati israeliani che,
ignari di essere ripresi, spezzano le braccia a pietrate a
tre ragazzotti palestinesi? Non sembrava irreale, finto, in
una parola cinematografico? Non era forse li` che stava
l'orrore? Nel fatto che quegli avvenimenti fossero cosi`
incredibilmente reali, a fronte del fatto che parevano
artefatti? Succede spesso cosi`: la vita vera e` vera e non
ha bisogno di parer verosimile, (rispondeva Pirandello al
critico che bollo` come assurdo "Il fu Mattia Pascal").
Quindi, corollario immediato, vedere la realta` all'opera,
quando essa supera i confini della fantasia piu` sfrenata,
e` straniante. Ci lascia con un'impressione di sbagliato, di
"qualcosa che non va": l'impressione di avere
toccato con mano un Dio che si diverte alle nostre spalle, e
che quando ci fa vedere in diretta la nostra piccolezza, si
erge a Regista sommo, aggiungendo alla miseria l'elemento
grottesco. (Ma dico: e l'aeroplano che si schianta
contro le Twin Towers? Li` per li` ci avete creduto? Io ero
in un bar in Spagna, alzo gli occhi e vedo quella roba al
monitor, e mi dico "accidenti che grande effetto
speciale".)
ROBERTO SUCCO di Cedric Kahn lascia precisamente questa
impressione. Basato su una storia vera, e` centrato su un
oscuro ragazzo veneto che, all'inizio degli anni '80,
massacro` i genitori, fuggi` in Francia e fece in tempo ad
ammazzare un'altra decina di persone prima di venire
arrestato (in Italia nuovamente). Rinchiuso a mandata
doppia, divenne un piccolo idolo mediatico durante uno show
sul muro di cinta del carcere. Cadde pietosamente e torno`
in cella. E un giorno si soffoco` con un sacco di plastica.
Fine. Una storia cosi`, di disperazione e di pazzia,
potrebbe averla scritta il nostro Scerbanenco; invece e`
vera. E Kahn ce la racconta in modo completamente asettico,
perfettamente invisibile, come se stessimo leggendo il
giornale e ci stessimo facendo un'idea nostra. Uno stile
asciutto e pochi giochi con cinepresa e luci; musica, quasi
nulla (e quella poca poteva pure non esserci); empatia col
protagonista, zero. Anzi, se tutto va bene sono i poliziotti
a uscirne male, soprattutto dopo l'orribile interrogatorio
alla ragazzina, condotto con vero piglio inquisitorio.
Eppure e` cinema grande.
L'inseguimento in Svizzera: grandioso. La fuga con Lea:
sembra Godard invece e` cronaca. Come lo beccano? Lo
chiamano per nome e lui scappa! Il prefinale: Succo tenta di
evadere davanti alle telecamere aggrappandosi a un cavo.
Cade. Esclama "Merda!". L'effetto del film
e` proprio quello di cui parlavo all'inizio: e` una storia
inquietante nel profondo perche' (a) e` reale, (b) lo sembra
in modo ossessivo. Perfino nei dettagli che evidentemente
non possono essere desunti dalla cronaca (che ne so: il
taglio delle unghie, per esempio), il personaggio di Succo
e` delineato in maniera perfetta: uno psicopatico con turbe
sessuali dovute forse ai genitori, i primi a cadere sotto la
sua furia.
E` tutto talmente credibile che il finale risulta quasi
intollerabile: sfido chiunque a restare impassibile davanti
al penoso tentativo di fuga, che termina con una risata
liberatoria. La realta` e` cosi`, sempre diversa e piu`
grottesca ed imprevedibile di quanto non ci si aspetti.
Un film da non perdere.
Claudio Castellini
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