|
|
|
FULL
FRONTAL
USA
2002 Regia
di Steven Soderbergh
con
David Duchovny, Nicky Katt, Catherine Keener, Mary
McCormack,
David
Hyde Pierce, Julia Roberts, Blair Underwood
Spoiler alert: si racconta anche la
trama del film

Girata
in pellicola e video digitale (poi riversato su pellicola
e pesantemente ritoccato) e montata con Final Cut Pro (un
software che gira su un qualsiasi Mac), arriva in Italia
l’ultima opera di Soderbergh, reduce da una sfilza di
successi a dir poco invidiabile (Erin Brockovich,
Traffic, Ocean’s Eleven).
Il
film segue le storie di alcuni personaggi (una
pubblicitaria in crisi, la sorella massaggiatrice, il
marito sceneggiatore e giornalista, un drammaturgo,
l’attore e l’attrice del film Rendezvouz) che
in qualche modo ruotano intorno al produttore Gus e al suo
party di compleanno. Il tutto in una Los Angeles fredda e
indifferente.
Full
Frontal si propone di gettare uno sguardo disincantato
e spesso ironico su un’umanità varia, vagamente legata
al mondo del cinema. Ma le ambizioni alla Altman, una
sceneggiatura noiosa e prevedibile, lo stile composito e
nervoso (una videocamera digitale che si sposta di qua e
di là, un montaggio pieno di tic, voice over,
assenza di musiche di commento) costituiscono un quadro
disomogeneo e fatalmente fallimentare, accolto con ben
poco calore anche dal pubblico e dalla critica americana.
Il
contrasto tra il mondo fittizio e convenzionale del
“film nel film” – cioè Rendezvous – e il
mondo reale in cui personaggi annaspano, è marcato
stilisticamente dalle immagini: patinate e “costruite”
quelle del primo; sciatte, sgranate e mosse (la
videocamera a mano è d’obbligo) quelle del secondo. Che
questa antitesi voglia simboleggiare un’ovvia e
incolmabile lontananza tra la “finzione” e la
(presunta) “realtà”, viene messo in dubbio
dall’ultima inquadratura, in cui vediamo il quadro
ingrandirsi sempre più, grazie ad una carrellata
all’indietro che ci svela la troupe al lavoro, le
attrezzature, il set.
Dunque,
tutto è finzione? Mah.
Sta
di fatto che la pellicola di Soderbergh - da molti
considerata un ritorno alle atmosfere di Sesso bugie e
videotape - appare davvero poco digeribile,
pretenziosa nell’assunto, fiacca nei risultati. E
rappresenta forse uno dei punti più bassi della carriera
di un regista dalla filmografia quasi schizofrenica, risollevandosi
soltanto in alcuni momenti – spesso gratuiti – di pura
comicità (irresistibili i passi di breakdance provati
dalla coppia di finte SS). Veramente poco, visto che per
farsi due risate bisogna sorbirsi 110 minuti di confuso e
banale polpettone.
Recitato
con scarsa convinzione da un nutrito gruppo di interpreti,
in un clima à la Dogma (spazio lasciato
all’improvvisazione, attori in scena con gli stessi
vestiti indossati per raggiungere il set), il film
registra anche la presenza di altri volti noti e meno
noti, in piccolissimi ruoli di contorno o in semplici
apparizioni nella parte di loro stessi: Brad Pitt, David
Fincher, Harvey Weinstein, Terence
Stamp. Quest’ultimo, già protagonista dell’Inglese
- forse uno dei migliori Soderbergh di sempre - appare
proprio in un’inquadratura che cita letteralmente il
film del ‘99. E l’autocompiacimento del regista sembra
per un momento ridimensionarsi, soltanto quando egli
stesso appare sulla scena, con un vistoso quadro nero sul
volto (che abbia avuto paura di farsi guardar in faccia
dall’annoiato pubblico in sala?).
Insomma
una riflessione, in forma di commedia amarognola, sul cinema
nel cinema nel cinema nel cinema, di cui si sarebbe
fatto volentieri a meno.
|
|
|