SIGNS
CAST TECNICO
Sceneggiatura e Regia: M. Night Shyamalan
Fotografia: Tak Fujimoto
Scenografia: Larry Fulton
Costumi: Ann Roth
Musica: James Newton Howard
Montaggio: Barbara Tulliver
Prodotto da: Frank Marshall, Sam Mercer
(USA, 2002) Durata: 106'
Distribuzione cinematografica: Buena Vista
PERSONAGGI E INTERPRETI
Graham Hess: Mel
Gibson
Merrill Hess: Joaquin Phoenix
Morgan Hess: Rory Culkin
Bo Hess: Abigail Breslin
Ray Reddy: M. Night Shyamalan
Agente Paski: Cherry Jones
Terzo film del regista di
origine indiana Shyamalan, Signs, ha consacrato il suo
autore rendendolo una delle figure più influenti di
Hollywood.
Come nel precedente, Unbreakable e nel Sesto
Senso, il regista s’ispira nella forma al film di
genere. Questa volta il suo sguardo è sul fantasy anni ‘50
Usa, quello di La Guerra dei mondi. Immancabili sono
alcuni segni distintivi della sua poetica: il vedere oltre
dei fanciulli, la trascendenza visibile in mezzo a noi, la
ricerca della verità come ricerca dell’assoluto.
Il film percorre le vie
tracciate dal maestro Hitchcock, credendo fino in fondo in
un cinema di attesa e inazione, capace di emozionare con
dettagli banali e minimi. Il coltello usato come specchio, i
bicchieri ripieni d’acqua presenti in ogni luogo della
casa, la tv con le inquietanti notizie sempre di sfondo, il
walkie talkie con gli strani suoni percepiti, sono i
tasselli di un puzzle del mistero. I rumori e la musica alla
Herrmann contribuiscono alla costruzione di questo castello
degli indizi, dove l’invisibile ha più importanza del
visibile, l’idea immaginativa domina sulla poetica dell’effetto
speciale. Degli alieni
vediamo solo parti del corpo, udiamo i rumori che provoca la
loro presenza. L’immaginazione umana crea mostri più
spaventosi di qualsiasi immagine cinematografica. Il
lungometraggio, come i precedenti del filmaker, ha anche una
sua deriva metafisica. Racconta la storia di un pastore che
ha perso la fede nell’assoluto alla morte ingiusta,
inspiegabile, della moglie. Mel
Gibson aderisce perfettamente al ruolo, riesce a dare corpo
a questo uomo smarrito, spettro alla ricerca di una sua
dimensione. "La
nostra vita è predeterminata da un entità sovrannaturale,
oppure è la somma di eventi casuali?"
Risulta interessante la
visione di questa America periferica e sonnolenta (la
campagna nei dintorni di Philadelphia) ai bordi dei grandi
avvenimenti, ma al centro della ricerca sul significato
ultimo delle cose. Shyamalan pone un uomo ordinario al
centro di eventi straordinari per scandagliare le pieghe del
non visibile che ci circonda. Il suo cinema è come sempre
spirituale, etico, anche nel suo porsi come manifesto di un
cinema dell’invisibilità e del silenzio nel caos di
immagini contemporaneo. Lo
svolgimento dell’intreccio è a tratti supponente e
meccanico, la risoluzione è deludente troppo concretamente
razionale. In ogni caso il regista attraverso la sua
personalità forte, la sua elegante capacità narrativa è
il miglior investimento futuro per l’hollywood
contemporanea.
Paolo Bronzetti
In Pennsylvania compaiono i
"cerchi", ed è subito psicosi. L'occhio del
regista si sofferma sulla vicenda di una famiglia, già
provata dai dolori terreni, ora alle prese, coi misteri del
cosmo.
La convinzione per la quale, chi ha già fatto un ottimo
film, non dovrebbe vivere di rendita, ma impegnarsi per
evitare passi falsi, viene rafforzata da questa triste prova
dell'acclamato autore de "Il sesto senso".
Rivisitare "La guerra dei mondi", attualizzandola
con fatti di cronaca che inquietano da anni l'opinione
pubblica, sarebbe potuta essere una grande idea.
E invece, "Signs", dopo un inizio discreto, rimane
un brutto film, che non aggiunge nulla d'interessante al
cinema di fantascienza, e tantomeno apporta nuove teorie al
caso dei "cerchi".
Un bravo Mel Gibson, che però sembra non essersi accorto di
aver cambiato film, e di non essere più sul set di "We
were soldiers", non può bastare a reggere le sorti di
un film condannato in partenza. E' la fiera dei luoghi
comuni: la famiglia "uber alles"; la perdita della
religione, in seguito alla perdita dell'amore; una fattoria
in mezzo ai campi e la vita semplice della provincia
americana. Mancavano solo lo steccato bianco e il bambino
sul seggiolone blu!
Va sottolineato che la vicenda si trascina per quasi due ore
senza senso; alla fine del primo tempo, ci si domanda già
cos'altro può accadere, visto che è stato già tutto detto
e previsto. E infatti, accade l'improponibile!
Le creature dello spazio vengono fatte vedere, e da quel
momento in poi, a cascata, una lunga serie di banalità;
dopo aver smarrito ciò che rese eccelso Mr. Alfred
Hitchcock, vale a dire il gusto del non visto ma sussurrato,
il gusto dell'invisibile, e la paura del dubbio, Shymalan
rivela anche il numero di scarpe del protagonista, in una
"geniale" lotta fra l'uomo e l'alieno, a colpi di
mazza da baseball. Quando lo sport vince tutto! . Senza
trascurare l'eventualità che lo sport sia una metafora
dell'America, e da qui, un delirio crescente: l'onnipotenza
americana, che contagia anche un piccolo indiano.
L'abuso di torce elettriche dalle batterie infinite, che
avrebbero reso la vita salva ai ragazzi di BWP, cadenza il
tentativo di difesa dei protagonisti che si barricano in una
lotta impari, che quando potrebbe terminare con la loro
strage, regalandoci finalmente un vero colpo di scena,
conferma il buonismo imperante, consegnandoci un lieto fine
prevedibile già dalle prime battute.
A questo punto non resta che citare in ordine sparso alcune
chicche: la cena non consumata che non commuove; il bambino
redivivo dal gas alieno, grazie ad una provvidenziale crisi
d'asma; la moglie moribonda, tranciata in due dal pick-up
che fa un monologo degno di sir Laurence Olivier; ma
soprattutto, la sceriffa che mette a parte dei dettagli più
truculenti dell'incidente della succitata moglie, il marito
appena intervenuto.
Cose belle, che non sorprendono, tenuto conto che provengono
da un regista che si ritaglia un cameo assolutamente inutile
e forzato, dopo aver tentato scene thriller che non
suscitano il benchè minimo salto sulla sedia.
Un film americano, fatto da un non-americano, del quale ci
rimarranno solo i caschi di carta argentata.
Maggie
[PLOT SPOILER!]
Giunto al terzo capitolo
del suo personalissimo tentativo di rivisitare dall’interno
i meccanismi del b-movie, Shyamalan - a quanto
pare - comincia a mostrare la corda.
Premesso che non sono mai stato un estimatore del regista
indiano trapiantato negli U.S.A., avevo comunque apprezzato
l’approccio non convenzionale agli schemi del ghost-movie
e del film di supereroi. The Sixth Sense e Unbreakable
sono film piuttosto divertenti, e con qualche ideuccia
discreta. Di certo non penso siano dei capolavori.
Con Signs, il
signor M. (Manoi) Night (originariamente Nelliyattu)
Shyamalan (che si dovrebbe pronunciare Scia – ma - loun,
come apprendiamo leggendo Empire di ottobre) ci
riprova, mescolando la Guerra dei Mondi di Wells, Gli
Uccelli di Hitchcock, La notte dei morti viventi di
Romero, Incontri ravvicinati del terzo tipo di
Spielberg e un po’ di Bergman (???) per il personaggio del
prete-che-perde-la-fede-e-la-ritrova, interpretato da Gibson.
Il tutto all’insegna di un understatement che
stride efficacemente con il tema degli alieni. Il film
offre, dunque, un quadro alquanto composito. Se
tutta la prima parte (in cui prevale la suspense e ci
si addentra nei territori del fantastico todoroviano)
risulta molto convincente, nella seconda (in cui prevale il
tono drammatico e l’invasione aliena è ormai un dato
certo) l’interesse cala notevolmente, sino ad un finale
molto sottotono, da parecchi considerato il vero
punto debole della pellicola ("Shyamalan non era il re
dei finali ad effetto?" è la domanda sulla bocca dei
detrattori). I
meravigliosi titoli hichtcockiani, con tanto di effetto
"BU!" (chi diceva che i titoli di testa sono l’anticamera
del senso?…), introducono nel migliore dei modi il mondo
dell’ex-reverendo Graham Hess. Non c’è un attimo di
respiro e finché si è costretti ad oscillare tra l’incredulità
e l’accettazione di fronte allo spettacolo dei crop
circles (i cerchi nel grano1) e delle
misteriose presenze, i brividi di piacere sono garantiti.
Shyamalan sa condurre ottimamente il gioco, sciorinando con
grande sapienza tutti i trucchi del genere e anche
qualche perla di regia: bellissimo lo sguardo esterrefatto
di Gibson che, mentre consola figlia spaventata da "un
"mostro", è costretto a dubitare che sia tutto un
brutto sogno; o i lentissimi movimenti laterali della mdp; e
anche tutte le tappe dell’invasione viste attraverso lo
schermo della TV.
Ma quando si scoprono le
carte (l’invasione è cominciata, gli alieni sono dei
cattivoni e ci vogliono divorare) il film inizia a mostrare
i suoi limiti, diventando un po’ troppo prevedibile e
ripetitivo. Il regista è un convinto assertore della
formula "massimo dell’effetto col minimo dei
mezzi" e delle immense capacità immaginative del suo
pubblico (capacità sulle quali mi permetto di nutrire dei
dubbi…). E in base a tali presupposti decide di mostrare
molto poco, dando così modo allo spettatore di evocare
mentalmente quello che non vede: da qui il continuo gioco di
sguardi verso un fuori campo che non ci è mai dato di
conoscere (il che fa molto "b-movie a budget
zero"). La cosa funziona soltanto finché l’espediente
non si ripete con tale insistenza e sistematicità, da
appesantire la visione (vedi la lunga l’inquadratura sulla
torcia, nella claustrofobia sequenza della cantina). E
quando nel finale vediamo davvero l’alieno, le nostre
aspettative cozzano terribilmente contro la figura in CG di
un mostro arrabbiatissimo sì, ma molto pasticcione e
vulnerabile.
La recitazione degli attori – come nei film precedenti di
Syamalan – è trattenuta, quasi straniata (bravissimo
Phoenix). E colpisce la presenza dello stesso regista nel
ruolo dell’assassino (involontario) della moglie di Hess:
molto più di un cameo alla Hitchcock e – direi – molto
meno di una decente prova d’attore… Ma quale sarà il
significato di questa presenza? Il regista è colui che ci
fa perdere la fede per poi farcela ritrovare (un po’
semplicisticamente …) alla fine del film?
E proprio il discorso sulla fede, sulle coincidenze, sul
presunto finalismo insito nelle cose o sulla completa
mancanza di senso dell’universo, appare la parte più
fiacca dell’opera. Il travaglio di Hess è poco credibile,
così come il suo repentino recupero dell’abito da prete.
Mi è sembrata troppo meccanicistica, infatti, l’equazione
"morte della moglie = perdita della fede, salvataggio
in extremis del figlio = ritorno della fede". Si può
debitamente pensare perciò che proprio il dramma di Hess
sia l’elemento più debole del film, specie quando si
capisce che tutta l’invasione extraterrestre – in
soldoni - è soltanto lo strumento necessario per la ri-conversione
finale del reverendo.
In conclusione un film
riuscito a metà, curioso ibrido di fantascienza, horror e
dramma da camera, che non sa e non vuole decidersi tra i
tre, e dunque lascia indeciso anche lo spettatore.
5.5/10
Sasha Di Donato
1
Il regista si è rivolto ad un certo Jimbo Breen per creare
sul serio, senza trucchi, i cerchi nei campi di grano degli
Hess. E così il simpatico Jimbo, usando una specie di
compasso con corda e bastoni di legno, si è messo al
lavoro, attento a non spezzare gli steli ma soltanto a
piegarli, come era stato esplicitamente richiesto da Shyamalan.
A quanto pare c’è voluto molto più di una nottata per
completare il tutto… (se ne parla sempre nel numero di
ottobre di Empire).