UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE
di Michele Placido

Film molto atteso, "Un viaggio chiamato amore" di Michele Placido racconta un pezzo privato di vita di due grandi del ‘900: il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo. Il loro amore è durato poco più di un anno e mezzo, tra il 1916 e il 1918, ma la passione che li ha fatti incontrare e scontrare è stata violenta e inarrestabile. Tanto da portare al crollo mentale definitivo del poeta, che finì i suoi giorni nel manicomio di San Salvi. Contestato dalla critica ed amato dal pubblico, "Un viaggio chiamato amore" ha dalla sua due attori, Stefano Accorsi e Laura Morante, che sembrano metterci il cuore nei loro personaggi: "E’ stato un set molto difficile" – spiega Stefano Accorsi – "perché ci è stato chiesto di andare oltre ad una normale interpretazione. E, come sempre capita quando ci sono in ballo forti sentimenti, si litiga, anche di brutto". E le scene dove i due attori duettano sono sicuramente le più riuscite. Per il resto la regia di Placido sembra un po’ compiaciuta, mentre la sceneggiatura (il film è tratto dal carteggio tra i due letterati, pubblicato due anni dopo la morte della Aleramo, nel 1958) ha dei frequenti cali di intensità, dovuti perlopiù ai flashback – o "visioni", come preferisce chiamarli Placido – sulla fanciullezza della Aleramo, che servono solo ad appesantire il ritmo della pellicola. Ma nel complesso "Un viaggio chiamato amore" è un film che tocca nel profondo, perché racconta di una passione che, per motivi inafferrabili, si distrugge, insieme a coloro che la vivono. E’ quindi un racconto senza tempo, che al di là della notorietà dei personaggi coinvolti, sembra riguardare un po’ tutti. Stefano Accorsi ha vinto per la suainterpretazione la Coppa Volpi, strappandola a delle grandi star internazionali come Tom Hanks, Jean Rochefort, William Hurt e Dennis Quaid.
Francesca Manfroni

Incontro con Michele Placido

Incontro con Stefano Accorsi

La travolgente storia d'amore tra il poeta Dino Campana e la narratrice e poetessa Sibilla Aleramo diventa, nella trasposizione cinematografica di Michele Placido, un sontuoso sceneggiato televisivo. E' proprio la confezione a raggelare il film: la fotografia patinata di Luca Bigazzi, la musica magniloquente di Carlo Crivelli, la cura registica per l'insieme ma non per i dettagli (vedi le solite comparse poco credibili). I due protagonisti aderiscono con convinzione al progetto, ma se Laura Morante trasmette con intensita' la passionalita' e la forte personalita' del suo personaggio, Stefano Accorsi appare subito fuori parte. Si agita come un ossesso per tutto il film, ma tradisce con gli occhi un controllo che frena la sincerita' di ogni slancio. Al riguardo risulta davvero un mistero il riconoscimento ottenuto al festival di Venezia per la sua interpretazione frutto, probabilmente, di equilibri internazionali da rispettare nell'attribuzione dei premi. Anche la sceneggiatura non aiuta ad esplicitare due personaggi cosi' complessi, riducendo la loro passione ad un'esteriorita' di gesti e di azioni priva di irrazionalita' e, conseguentemente, di trasporto emotivo. Per cui le continue liti e riappacificazioni, le crisi di pazzia, i calci, le botte, finiscono con il diventare una noiosa routine. Non si sente il fuoco, la violenza, l'ossessione, la malattia, il disagio, ci si limita a contemplarli. Cosi' come i versi del poeta che, letti fuori campo o recitati dai protagonisti, arrivano sempre in modo prevedibile (come preannunciati da un "Ciak! Frase profonda!") scivolando, insieme al film, nell'indifferenza.
Luca Baroncini

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