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Di Francois Ozon
Francia 1998- 85'
Il sipario rosso si apre su
una commedia che ha tutti i toni del bon-ton da soap opera
di fine secolo.
La famiglia perfetta che vive in una casa perfetta, dai
colori vivaci e dai mobili costosi. I genitori innamorati,
il figlio studioso, la figlia fidanzata, la domestica
straniera. Quadretto idilliaco quanto stucchevole, nel quale
viene inserito un elemento "di disturbo". Un
topolino bianco che divide fra tenerezza e ribrezzo. E'
l'inizio di una serie di sconvolgimenti che spogliano i
personaggi della loro retorica piccolo-borghese.
Impossibile definire commedia questo esperimento noir, di
uno dei più interessanti registi francesi del panorama
cinematografico. Anche se ogni evento viene raccontato con
un sorrisetto pungente e dissacrante. Una critica feroce
alla società del benessere; uno schiaffo all'ipocrisia da
maglioncino di cachemere.
La chiave è il topolino, come la moglie ammonisce al
marito, rimasto da solo in casa, con incubi da
serial-killer. Chiunque vi entri in contatto, è come se
aprisse gli occhi sulla sua umana natura, ed iniziasse ad
agire di conseguenza. Si innescano meccanismi di
causa-effetto, repentini ed eclatanti, indispensabili per
scuotere una realtà assopita sotto la patina di falsità.
Nicholas, accarezza per primo il topo, e confessa la sua
omosessualità. Poi Abdu, che si concede a lui, dopo esser
stato morso dal ratto. Poi Sophie, che tenta il suicidio, e
via via tutti gli altri, in una vertigine di liberismo
totale, in cui l'incesto può diventare la cura e il
sadismo, l'amore.
Persone sole che scoprono nuovi canali di comunicazione, in
una famiglia dove la madre si tappa le orecchie, e il padre
si benda gli occhi.
Ognuno grida ciò che ha da dire, ed inizia una nuova
spaventosa vita di eccessi, unico vettore per prendere
realmente coscienza del proprio essere.
La madre in tailleurino che saluta caramente lo sconosciuto
garcon smutandato nella sua cucina, il figlio gay che parla
di shopping alla sorella paraplegica col cappio al collo;
scene grottesche che parlano di indifferenza e ipocrisia
manifeste. Ma anche di come, una volta accettata la propria
natura, chiunque possa diventare libero. Il topo rappresenta
la presa di coscienza di sé; spaventa chi ha paura di
lasciarsi andare, e attrae chi cerca la forza per farlo.
Esso stesso è grazioso, morbido e pulito; non ha niente
dell'infima bestia che si nutre di escrementi. ad eccezione
di quegli occhi rossi che, in soggettiva, scrutano dalla
gabbia le sue "prede". Colpisce, seduce e
stravolge chi è pronto a ricevere il suo battesimo, e
punisce con una morte orrenda chi cerca di distruggerlo. Il
padre che ,anziché lasciarsi domare, decide di farne la sua
cena, viene inevitabilmente schiacciato.
Il pasto è una cannibalizzazione; lui, bestia insensibile,
totalmente asservito all'ipocrisia, cerca di mangiare, e così
acquisire, dominandola, l'altra bestia, materiale e
metaforica: l'istinto. La scena conclusiva, del
funerale, è la stoccata decisiva, al comune senso del
pudore; i protagonisti sfilano in coppia, radunandosi sulla
tomba del caro estinto e, dopo un attimo di silenzio
esclamano soddisfatti:"L'abbiamo ucciso!". E la
vita continua.
Maggie
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