La tigre e il dragone
(Wo
hu cang long / Crouching tiger, hidden dragon) HK-CINA-USA
2000 di Ang Lee con Michelle Yeoh, Chow Yun Fat, Zhang Ziyi,
Chang Chen, Cheng Pei-Pei
Non sempre lo spettatore è un buon critico.
La "Tigre e il Dragone" è il tipico esempio nel quale spesso ciò si verifica e
che spinge una volta di più alla riflessione sul rapporto spettatore-film, di cui chi
scrive ha già accennato precedentemente in un altro commento. Il film si presenta, grazie
alle sue candidature allOscar, con il migliore degli auspici per unottima
visione. E la visione è in effetti molto bella. Ammirevole è la grande padronanza della
macchina da presa da parte del regista Ang Lee, con la quale osserva i dialoghi e racconta
le scene di combattimento in modo molto personale, anche se, bisogna ammetterlo,
costeggiando da lontano lo stile hollywoodiano. E difficile trovare nel panorama
cinematografico di questanno un film così ben concepito sul piano formale. Gli
sfondi paesaggistici e non della storia, in una Cina di un paio di secoli fa, ed i costumi
vengono ben messi in scena, aggiungendo la buona esperienza maturata in pellicole
americane dal regista, al filone tipico dei film cinesi di arti marziali. Dove invece
viene ricalcato molto più fedelmente lo stile cinese è nel linguaggio, così distante da
quello solito americano, imposto con strapotere dalla sua pluri-presenza sugli schermi,
nel quale è espressa una componente importante del ritmo del film: blando, molto blando,
troppo blando, anche per chi accetterebbe di tutto pur di trovare unalternativa alla
cultura hollywoodiana. In realtà, è necessario ammettere che i dialoghi vengono spesso
spezzettati da scene dinamiche, tanto che il film, nella propria struttura ritmica,
assomiglia molto ad una lampadina che alterna luce a buio: movimento e stato si
avvicendano, intercalando i dialoghi blandi a furenti combattimenti. Tutto questo ci sta,
anche nei momenti in cui il film si adagia sfiorando la sonnolenza, quello che non ci sta
è ben altro.
Si propinava infatti in altri commenti
(vedi "Lultimo Bacio") lidea del bel film, il film che sa raccontare
la propria storia, che non si limiti meramente a mostrarla, perché non sono affatto la
stessa cosa. Si ricordava come un film debba coinvolgere, saper portare lo spettatore al
di là dello schermo, nel mondo costruito dalla propria finzione, e non limitarsi a
rimanere distante, come un vetrina fatta da bei manichini ben vestiti e magnifici sfondi.
E poco importa se questa vetrina è splendida, perfetta in ogni suo particolare, perché
per il passante resta e rimane pur sempre una vetrina, mentre lo scopo del cinema, come
dellarte in generale, è sempre stato quello di far "sentire" a chi
lammira unemozione, unidea, come la sentirebbe se questa partisse
realmente dal suo cuore. Larte deve trasmettere con forza tutto ciò, non deve
limitarsi a dipingere, scolpire, scrivere o rappresentare con la massima perfezione,
perché non basta. Certo, la forma è un elemento importantissimo, fondamentale, ed è
infatti questa che viene spesso premiata e valorizzata in cerimonie come gli Oscar, è a
questa che sovente si riferiscono i critici cinematografici nel giudicare un film, ma
laltra faccia della medaglia è altrettanto essenziale. Per questo "La tigre e
il Dragone" è una medaglia ad una sola faccia, sebbene la storia che sta dietro a
cotanta perizia cinematografica prometterebbe molto, se solo fosse sviluppata con dovuto
riguardo. La libertà, lAmore mai dichiarato della coppia "più anziana",
quello più irrequieto della coppia più giovane, lidea delle "tigri" e
dei "dragoni", sono temi che avrebbero molto da dire, ma rimangono nascosti
(seppur si noti un timido, poco convinto, tentativo di valorizzarli) dietro quella patina
che rende il film troppo distante dalla platea, figuriamoci dalla galleria, così che è
il torpore ad aggirarsi come protagonista in tutto il racconto. Salvo le fiammate. Sì,
perché le scene di combattimento, bellissime, sono veramente qualcosa di eccezionale, che
nemmeno anni e anni di film cinesi del genere possono avvicinare. Matrix docet. Come delle
fiammate, però, sono rapide e veloci e non possono niente contro tutto quanto le
circonda. Si esce dalla sala con la sensazione di avere intravisto tra le righe una
possibile bellissima storia, commovente e piena di passione, che in realtà però non è
mai riuscita a venir fuori, a bucare lo schermo, come si direbbe in contesti televisivi.
Tutta questa riflessione, ovviamente, è consapevole di essere solo una delle possibili
riflessioni, conscia della propria soggettività; non si spiegherebbe altrimenti il
grandissimo successo di pubblico ottenuto dal film.
Ciò che si è voluto sottolineare è, in
generale, la marcata linea di confine che separa un film ben fatto (per i quali noi tutti
aspettiamo le sentenze degli Oscar) da un bel film, poiché capita di sentire troppo
spesso, che sulle ali della propria ignoranza, si commenti: "Se il film è candidato
agli Oscar non può non essere un bel film!". Lasciamo ai luoghi comuni il
tempo che trovano e chi basa le proprie idee su di essi nel proprio brodo, consci che la
visione di un film è tutta nostra, "personalissimamente" nostra, e lasciando ai
critici il giudizio di premiare laltra faccia della medaglia.
Non sempre infatti (per fortuna) lo spettatore è un buon critico.
Francesco Rivelli
----- La
tigre e il dragone - LA TIGRE E IL DRAGONE di Ang Lee - ANG
LEE
La Cina del XVII secolo, agli albori della dinastia Qing,
attraverso l'estetica del futuro in grado di superare i limiti della
gravità per
permettere ai corpi di librarsi, finalmente liberi, in volo. E' questa la sfida che
affronta Ang Lee dopo il controverso "Cavalcando con il diavolo": un
"Ragione e sentimento" in versione "Matrix". L'operazione, di indubbio
fascino, risulta riuscita solo in parte. Se i combattimenti, coordinati da Yuen Wo Ping
(lo stesso di "Matrix" e "Charlie's Angels") sono estremamente
coinvolgenti e fluidi, il melodramma che ci sta intorno gira un po' a vuoto, non riuscendo
mai a catturare la complicità dello spettatore. La sceneggiatura, infatti, costruisce
personaggi problematici, ma li risolve senza troppe sfumature trasformandoli in eroi di
cartapesta, tanto abili nel combattere quanto noiosi nel rapportarsi tra loro. La giovane
e bella protagonista, ad esempio, vuole trasformare la sua vita in un infinito
combattimento per evitare gli obblighi di un matrimonio imposto, e nella pratica non ha
mai un dubbio, mai un momento di sconforto, mai una debacle. E l'eroe invincibile risulta,
oltre che poco credibile, anche poco interessante. Si, l'atmosfera e' leggera,
l'obiettivo sembra il puro divertimento cinematografico, ma le tutto sommato poco
convincenti motivazioni dei personaggi non bastano per alimentare lo stupore.
Curiosamente, la confezione impeccabile e la freddezza del risultato ricordano molto da
vicino le sensazioni procurate dal precedente "Ragione e sentimento", tratto dal
romanzo di Jane Austen. Molto meglio la cattiveria di "Tempesta di ghiaccio", la
leggerezza di "Banchetto di nozze" e la semplicità di "Mangiare bere uomo
donna". Un Ang Lee sicuramente meno tecnologico ma più coinvolgente, capace ancora
di emozionare raccontando una storia.
Luca Baroncini
°
Proprio mentre ha deciso di smettere i panni di valoroso
eroe, a Li Mu Bai sottraggono la preziosissima spada Destino
Verde che apparteneva al suo maestro. Decide di recuperarla
e si ritrova faccia a faccia con l’acerrima nemica di
sempre, Volpe di Giada. Ritmo da contemplazione, persone che
volano o camminano sulle acque contro ogni legge di gravità,
duelli in cima agli alberi di bambù, filosofia zen, senso
dell’onore, amore e morte inestricabilmente uniti in una
storia irreale ambientata in una Cina irreale: il taiwanese
Lee torna, dopo anni di volontario esilio americano, nella
sua terra con un omaggio ai wuxiapian
(film di cavalieri erranti, ovvero avventure orientali
di cappa e spada) con cui è cresciuto negli anni Settanta.
Esaltato un po’ dovunque, ha già raccolto due Golden
Globe e dieci nomination agli Oscar (solo quattro le
statuette, tra cui quella per il miglior film straniero), ma
di fatto per uno spettatore occidentale il tasso di rischio
è altissimo: o ci si lascia cullare dalla musicalità delle
immagini e rapire dalla potenza interiore degli scarni
dialoghi o ci si annoia terribilmente. Anche sforzandosi,
comunque, non si
può non scontrarci con la freddezza della messinscena che
non indulge allo spettacolo e con il senso che sia tutto un
guazzabuglio di generi creato apposta per ingannare a
meraviglia anche il pubblico (e la critica) d’Occidente.
Lavoro massacrante per l’intera troupe, completamente
guidata dall’esperienza e dal talento di Yuen Wo-Ping (già
attivo per Matrix),
coreografo delle scene di Ware
Fu, tecnica utilizzata per i combattimenti aerei, con
gli attori sospesi in aria con cavi di ferro poi eliminati
al computer. Girato tra il deserto del Gobi e il sud della
Cina nel corso di due anni (solo l’apprendistato degli
attori ha richiesto sei mesi), è costato soltanto 15
milioni di dollari ed è tratto da un romanzo-fiume di Wang
Du Lu. La scena sui bambù (che ha richiesto sei ore al
giorno di riprese per due settimane) è un omaggio al film
preferito di Lee, A touch of Zen. Magnetica fotografia di Peter
Pau e colonna sonora new
age di Yo-Yo Ma che suona antichi strumenti cinesi. In
originale parlato in mandarino. Il titolo
è un proverbio che significa “la tigre in agguato
e il dragone nascosto” e allude alle verità celate dietro
le apparenze. Da rivedere, anche se con estrema fatica.
Altri titoli: Gua hu chang long, Wo
hu chang long.
AVV 120’
* * ½
Roberto Donati
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