L’uomo
senza passato
Regia:
Aki Kaurismäki
Sceneggiatura: Aki Kaurismäki Fotografia: Timo Salminen
Suono: Jouko Lumme, Tero Malmberg
Montaggio: Timo Linnasalo Scenografie: Markku Pätilä
Interpreti: Markku Peltola, Kati Outinen, Annikki Tähti, Juhani Niemelä,
Kaija Pakarinen
Kaurismäki,
maestro di 'sottrazione' di Mariella Minna
Una
commedia ben riuscita di Mauro Madini
Un uomo arriva ad
Helsinki da una località sconosciuta ed è brutalmente
assalito e malmenato da un gruppo di naziskin su una
panchina del parco. Sopravvissuto per miracolo, ha perso
totalmente la memoria di sé. Verrà amorevolmente
accudito da una famiglia di diseredati che abita in una
baracca alla periferia della città e cercherà
faticosamente di rifarsi una vita. Nonostante l’oggettiva
difficoltà del non avere neppure un nome, troverà
alloggio in una baracca con vista sul fiume, sarà assunto
da un ente caritatevole, si innamorerà di una donna
apparentemente austera e invece dolcissima, pianterà le
patate nell’orto, diventerà produttore di un gruppo
musicale rock. Riconquisterà in breve un ruolo sociale e
la dignità perduta. Proprio nel momento meno opportuno,
la sua identità passata gli sarà bruscamente rivelata da
uno zelante poliziotto. Dovrà così prendere atto di
avere avuto una moglie nonché un passato di
incorreggibile giocatore d’azzardo. Ma il destino ci
metterà ancora una volta lo zampino e...
L’impianto narrativo
può apparire a prima vista piuttosto scontato, molti sono
i film anche attualmente in circolazione in cui il
protagonista ha dimenticato la propria identità e proprio
in virtù di ciò ha l’occasione di ricominciare una
nuova vita. Ma l’indubbia originalità della pellicola
è dovuta all’ironia e alla leggerezza del tocco del
regista che richiama ad esempio, pur con le dovute
differenze geografiche, “Pane e tulipani” di S.
Soldini. Lo sguardo sui diseredati protagonisti è
contemporaneamente comprensivo e algido, empatico e
distaccato. Sono emarginati intelligenti e colti, garbati
e gentili, ma soprattutto solidali. È proprio la
crescente solidarietà a creare un’autentica comunità
che riesce a difendersi dagli immancabili attacchi esterni
e a promuovere lo sviluppo umano di ogni singolo
appartenente ad essa.
Lo spettatore assiste
alla proiezione avendo sempre il sorriso sulle labbra:
abbondano infatti i nonsense, i dialoghi da teatro dell’assurdo,
gli stridenti contrasti con la realtà e la parodia.
Citazione autoreferenziale: tutti fumano come turchi
mentre qualcuno sorseggia enormi boccali di birra. E poi
Kaurismäki è abilissimo nel descrivere le misere
condizioni di vita dei protagonisti, criticando
implicitamente una società che consente l’esistenza
dell’emarginazione, pur non tentando mai di commuovere
il pubblico che tende invece a provare ammirazione per
eroi eticamente così positivi. In ultimo, il film è
evidentemente a basso budget ed è anche apparentemente
semplice. Ed è così che il regista ci convince fino in
fondo di possedere il più grande dei doni, quello della
“sottrazione”.
Mariella Minna
Helsinki. Un uomo scende
dal treno ed è aggredito e pestato a sangue. Soccorso
fugge dall’ospedale e si rifugia sulle rive di un fiume.
Qui viene nuovamente soccorso ed accudito da persone che
vivono nelle baracche. Al risveglio non ricorda nulla del
suo passato, neppure il nome. Per lui incomincia una nuova
vita, all’insegna della necessità di ricostruire un
passato ormai dimenticato.
Dopo Juha, il grande regista finlandese
torna al genere della commedia, genere da lui ampiamente
praticato con l’eccezione de La fiammiferaia,
dove protagonista era l’attrice presente anche in questo
suo ultimo film e che rappresenta il suo feticcio, Kati
Outinen. Il mondo che si vede ne L’uomo senza passato è quello dei diseredati di Helsinki, che abitano in case
di lamiera, perennemente alla ricerca di un posto di
lavoro. Un mondo descritto con una profonda amarezza, che
il regista stempera con la grande ironia di cui è molto
ricco. Gia in Nuvole in viaggio il problema del
lavoro era centrale, ma ora per il simpaticissimo
protagonista si pone un ulteriore quesito, egli non
possiede un nome, non ha identità e quindi non può
neanche sperare di trovare un lavoro. Come in molti altri
film che parlano di questi temi, l’identità di una
persona nasce solo dalla sua collocazione lavorativa.
Senza passato, senza radici, non può neanche sperare di
poter accedere ai diritti più elementari. Non può allora
che trovare rifugio presso un’associazione di volontari
dell’esercito della salvezza, dove conosce una donna che
in un certo modo gli assomiglia. Anche lei non ha
famiglia, è ospite in un dormitorio e non si conosce
nulla del suo passato. Due personaggi dunque che vivono ai
margini, simili agli altri che abitano la baraccopoli.
Con il sorriso sulle labbra Kaurismaki attacca molti
luoghi comuni come quello della perfezione dello stato
sociale nordico, della falsa solidarietà della gente. La
vicenda del misterioso personaggio potrebbe essere letta
come la discesa da una condizione piccolo borghese ad una
di disadattamento sociale. Ma la discesa porta ad un
contatto con un mondo più umano, meno freddo, ricco di
personaggi strambi e poetici, come il clochard che suona
la fisarmonica o il padrone di casa che non riesce ad
essere veramente cattivo, minacciando il protagonista con
un cane che ha paura persino della propria ombra e che
risponde al nome di Kamikaze.
I dialoghi sono scritti in modo magistrale con punte di
surrealismo e di nonsense quasi di stampo beckettiano. La
recitazione straniata ricorda quella dei film di un
regista molto caro a Kaurismaki, Bresson. Del grande
autore francese si sente l’influenza anche nella scelta
del tipo di inquadrature che in generale sono fisse.
Diversamente però da quello di Bresson lo sguardo di
Kaurismaki è sempre rivolto al lato ironico della vita,
ad un ottimismo che non è mai fine a se stesso, ma è
velato da una profonda malinconia.
La riuscita del film nasce anche dall’inserimento di
canzoni che ricordano quelle utilizzate dal regista nei
film precedenti, che virano sempre verso la musica folk, e
fanno da contraltare ironico alle vicende, come quella
composta per cercare di convertire i passanti e cantata
dai ragazzi dell’esercito della salvezza.
Concludendo si può affermare che Kaurismaki, con L’uomo
senza passato costruisce un’opera molto
interessante, insolita, una commedia ben riuscita, lontano
mille miglia dal ciarpame natalizio di marca statunitense
o italiana.
Mauro Madini
L'aspetto piu' interessante del nuovo
film di Aki Kaurismaki e' l'incredibile ottimismo che
permea l'intera pellicola. L'atmosfera dei luoghi, i volti
dei personaggi che popolano la deriva finlandese
raccontata dal regista, potrebbero virare con credibilita'
al tragico o comunque al cupo. Invece il film trova una
sua strada tra il grottesco e il surreale che lo rende una
favola intrisa di malinconia ma ricca di speranza. Lode
quindi a Kaurismaki per lo sguardo positivo e
controcorrente con cui illumina il destino dei suoi
personaggi, ma l'originalita' dello stile non riesce
completamente a supportare una storia in fondo banale di
perdita di identita' e conseguente nuova vita. Troppe le
ovvieta' (vogliamo chiamarle citazioni?) che annacquano la
visione e troppi i dialoghi che sfumano in battute prive
di verve o usurate (se in un film dei Vanzina scopriamo
che il temuto cane Hannibal e' in realta' un innocuo
bastardino in cerca di coccole diciamo che e' banale,
perche' in un film di Kaurismaki dovremmo ridere?).
Anche la recitazione straniata e stranita degli attori si
rivela apprezzabile nella destrutturazione delle
convenzioni cinematografiche, ma limita il coinvolgimento.
Kati Outinen (premiata a Cannes per la sua
interpretazione) riesce nell'immobilita' di gesti e
sguardi a trasmettere tutto il dolore del suo personaggio
di donna logorata dalla vita. E' invece piu' difficile
entrare in contatto con l'interiorita' del protagonista
Markku Peltola, nonostante uno stile recitativo similare.
La differenza deriva probabilmente dalla diversa
espressivita' degli attori, ma e' anche causata dal modo
in cui sono caratterizzati i personaggi: lei sappiamo cosa
fa e intuiamo con pochi tratti il suo passato; di lui non
conosciamo, ed e' il fondamento del soggetto, nulla. La
stessa recitazione contratta, applicata a personaggi da
motivazioni cosi' diverse, finisce con l'appiattire la
resa finale e pare piu' che altro un vezzo non
giustificato dalla narrazione. Alcuni momenti di geniale
follia illuminano il racconto, come la trasformazione del
protagonista in improvvisato impresario musicale o la
divertente rapina in banca, ma spesso si percepisce la
forzatura di imprimere un piglio personale che stride con
la razionalita' di una storia in fondo tradizionale, con
personaggi che cominciano in un modo e finiscono in modo
completamente diverso.
Si dira' che Kaurismaki e' cosi', prendere o lasciare, ma
evitando drastici giudizi unilaterali, si puo' ipotizzare
un'interpretazione dai contorni sfumati in cui
"L'uomo senza passato" ha elementi per
affascinare, qualche furbizia e un po' di briglie
autoriali.
Luca Baroncini
°
Helsinki: un uomo, sceso dal treno, viene picchiato a
sangue e derubato. All’ospedale è dichiarato morto; ma
come i medici escono dalla stanza, si rialza di scatto e
inizia una nuova vita fra i poveri della capitale,
arrivando a innamorarsi, ricambiato, di Irma, algida e
impenetrabile capitana dell’esercito della Salvezza.
Cinema fieramente antidiluviano, fatto in povertà e tutto
dedicato al basso proletariato: la personale poetica di
Kaurismaki, in cui l’afasia stilistica e tematica (la
storia e i dialoghi sono davvero semplicissimi) si
trasmette ai personaggi o viceversa, aspira alla purezza
(del cinema e dei cuori umani) e all’essenzialità e
brilla per bizzarrie anche surreali (il risveglio-miracolo
dell’uomo all’ospedale novello Frankenstein
mummificato, o il gruppo musicale che non conosce il
rock), amene estrosità quasi felliniane e annotazioni
satiriche nei confronti del genere umano e della società.
Ma se questa finnica variante positiva – nota nuova per
il regista – del Fu
Mattia Pascal serve proprio a rappresentare
realisticamente e smitizzare la prosperità e la
floridezza (apparente e interiore) di un paese come la
Finlandia, il tocco silente di Kaurismaki pecca proprio
nel suo centro nevralgico, la sintesi: per quanto duri
poco, si poteva tagliare molto di più (da certi raccordi
mal risolti a intere scene accessorie) e la colonna sonora
è quasi invadente e raramente azzeccata. Certo, c’è il
rischio che tutto faccia parte della casuale
cialtronaggine del tabagista Kaurismaki che, com’è
noto, fa di solito improvvisare agli attori la sua stessa
sceneggiatura: ma resta il fatto che il suo cinema, almeno
in questo caso, offra, in termini di emozioni o di
personaggi, esattamente ciò che chiede, cioè non troppo.
Anche se poi la sua capacità di stupire e di sorprendere
lo spettatore, vuoi per la disarmante elementarità con
cui descrive il pudore dei sentimenti e non solo o vuoi
per la fantasia lasciata libera non si sa quanto
inconsapevolmente o meno, resta intatta. Autoproduzione
indipendente e isolata, baciata dalla critica a Cannes: la
Outinen ha preso la Palma d’oro per la miglior attrice,
ma l’inafferrabile Peltola è altrettanto bravo.
Menzione d’onore per la simpatia di Tähti, la cagna che
“interpreta” Hannibal.
COMM
97’ *
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Roberto Donati
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