EASTWOOD
NEL E FUORI DAL CINEMA
INCURSIONE
NEL CLASSICISMO EASTWOODIANO DAGLI SPIETATI IN POI
Il cinema
di Clint Eastwood è stato, ed è tuttora, un lungo processo
di autoformazione verso il perfezionamento di stile e
contenuti. Per due terzi della sua filmografia il livello si
è assestato su di una mediocrità, che non lasciava
presagire molto, sebbene ci siano stati picchi notevoli. Il
punto minimo è stato toccato con Firefox-
volpe di fuoco, un film di una banalità tipica
dell’inesperienza. Si sfiora la vetta con Bird e con Il
texano dagli occhi di ghiaccio. Ma la vera svolta la si
è avuta con Gli spietati, che rappresenta il manifesto
futuro del cinema eastwoodiano, ma anche un addio al
passato.
Gli spietati
è un western, l’ultimo vero western, ultimo perché pur
contenendo gli stereotipi tipici del genere, si impone come
controcorrente, per mezzo di elementi effettivamente
contrastanti con il tema. Uno per tutti è il personaggio
protagonista interpretato dallo stesso Eastwood, che non è
più l’eroe alla John Wayne, ma rappresenta la figura del
perdente, ormai troppo anziano per comportarsi da pistolero
anticonformista. Un antieroe, dunque, che rinnega il proprio
passato in nome di un presente fatto di piccole cose e
dell’amore dei suoi figli. Così come le altre figure che
lo affiancano sono di fatto gli antieroi per eccellenza: un
ubriacone ed un giovane spavaldo che alla prima occasione
scoppia in lacrime. Eastwood non poteva fare di meglio per
porre una lapide sul genere che lo aveva fatto conoscere al
mondo, ha distrutto il western per elogiarlo, vi ha (ri)posto
le basi, per poi frantumarle, esattamente come ha fatto Sean
Penn ne La promessa
o John Carpenter con Grosso
guaio a Chinatown. Gli
spietati è l’inizio della ricerca di quelle
fondamenta cinematografiche che appaiono scomparse oggidì.
E già si mostra quel classicismo tipicamente eastwoodiano,
composto fondamentalmente da due basi: un classicismo etico,
che spesso tocca direttamente i personaggi, ma tutta la
storia in generale, ed un classicismo stilistico,
consistente nella semplicità dei movimenti della macchina
da presa, e non solo.
A Gli
spietati segue Un mondo perfetto, storia della fuga di un
evaso, interpretato da Kevin Costner, che prende in ostaggio
un bambino con cui creerà un rapporto particolare. Più che
i significati di questo film contano i personaggi, anche
quelli secondari, la sceneggiatura e la critica (implicita,
ma neanche tanto) sulla morale della società americana.
Difatti “il mondo perfetto” del titolo non esiste,
almeno sul piano pratico della vita, e la morte del
protagonista ne è la chiarificazione più lampante.
I
ponti di Madison County è una struggente (non) storia
d’amore, in cui Eastwood porta avanti quel discorso sulla
distruzione del genere, o meglio, de-costruzione del genere.
Infatti gli stilemi tipici della storia passionale d’amore
sono qui utilizzati in senso contrario: la vicenda non si
svolge nel presente, ed è addirittura raccontata da terzi,
i figli, peraltro inconsapevoli; la donna è sposata; la
relazione tra i due (interpretati magnificamente dallo
stesso Eastwood e da M. Streep) si consuma con la
consapevolezza di un’utopia, con la coscienza di
un’inevitabile fine, che avverrà nel modo più tremendo:
un addio sotto la pioggia senza parole, fatto solo di
sguardi. Per certi versi la rivisitazione di generi
eastwoodiana, che è poi finalizzata al loro superamento,
somiglia a quella compiuta dai fratelli Coen, così come il
suo classicismo si avvicina, e allo stesso tempo si
differenzia, da quello di Micheal Mann.
E se Mezzanotte
nel giardino del bene e del male è più una
sperimentazione filmica, che, sebbene insolita per il
regista, si dimostra di alto livello, nonostante la critica
di Massimo Lastrucci in Ciak, Potere
assoluto è una nuova conferma della maturità registica
di Clint Eastwood, in particolare della sua crociata contro
il potere politico e la società americana. L’opera non è
perfetta, ma colpisce la sicurezza con cui il regista si
immerge in un tema così scottante, con una visione di
irreparabile disincanto, ma non del tutto disperata, visto
il finale.
Visione
disincantata che diverrà assoluta in Fino
a prova contraria, dove un giornalista si trova a dover
dimostrare l’innocenza di un condannato a morte. Qui il
cinismo, incarnato dal personaggio/giornalista interpretato
da Eastwood, si fa espressione (soprattutto fisica) di una
critica, ormai divenuta tema portante del cinema
eastwoodiano, fatta al sistema politico americano, a quello
giudiziario e persino a quello giornalistico. Al di là dei
pregi registici e di sceneggiatura, i contenuti si fanno
emblema del percorso eastwoodiano, il suo classicismo si fa
bandiera di un cinema dimenticato, di cui lo stesso ha
vissuto i momenti salienti, consapevole di una perdita
d’identità, Clint tenta di donarvene una, sebbene in
ambito strettamente privato ed individuale.
Space
cowboys è un divertentissimo discorso sul fallimento,
sulla possibilità di rifarsi per dimostrare la non vacuità
della propria vita, sulla vecchiaia e i suoi effetti, cui
Eastwood aveva già accennato ne Gli
spietati e in Potere
assoluto, e nonostante gli immensi mezzi da blockbuster
(che non è), il classicismo , in questo caso
prevalentemente etico, è notevolmente appariscente. Le
imprese eroistiche dei quattro vecchietti ex astronauti, che
hanno la possibilità di partire per lo spazio, in seguito
al fallimento della loro missione giovanile, non possono
essere prese sul serio, non si pone minimamente il confronto
con il pessimo Armageddon
di M. Bay, basti pensare alla preparazione dei quattro, che
assume connotati quasi circensi.
Infine Debito
di Sangue, tratto dal best seller omonimo del grande
Micheal Connelly (la cui lettura consiglio a tutti), è un
ulteriore approfondimento sull’inevitabile condizione
senile, sul moralismo etico come base di una vita corretta,
sulla necessaria presenza di sensibilità su quel cuore
duro, che è l’anima del mondo.
Non ho
potuto vedere l’ultimo Mystic
river, presentato a Cannes e completamente ignorato, ma
per questo ancor più interessante ( a Gli
spietati toccò la stessa sorte a Venezia).
Clint
Eastwood nel e fuori dal cinema, per la sua ricerca di
rinvigorimento del cinema americano, portata avanti con la
consapevolezza di una necessaria sintesi hegeliana di mezzi
e contenuti, politica seguita anche, e soprattutto, da
Cristopher Nolan, regista di Memento e Insomnia. Clint
Eastwood è uno dei grandi registi del cinema contemporaneo,
anche perché, oltre ad aver portato ad assioma i suoi temi,
ha potuto approfondirli maggiormente in seguito
all’indifferenza del pubblico e alle scarse attenzioni
della critica. Ma soprattutto perché ha fatto della
semplicità l’unico mezzo (il solo necessario?) del suo
percorso.
Andrea
Fontana