1997: Fuga da New-York
di John Carpenter
 

Carpenter realizza il suo miglior film con “The thing” – col suo attore feticcio Kurt Russel – ma “1997: Fuga da New-York” rimane comunque una delle sue opere di maggior spessore. La pellicola, seppur proiettata nei nuovi anni ’80, spocchiosi e arroganti, odora ancora di ’70, nelle atmosfere dark, nello stile asciutto e quasi mai retorico, e in un finale che sorprende e chiude degnamente il cerchio.
A metà tra la fantascienza e il fantasy, sorretto da una sceneggiatura che ha pochi buchi e soltanto rare ingenuità, la pellicola si avvale di un solido Lee Van Cleef (l’alto commissario Bob Hawke) e di un onesto Kurt Russell, ottimo nella parte del duro che in fondo ha un gran cuore – la frase “chiamami iena” diventerà un tormentone.
Iena Plinskin era un super poliziotto decorato che ad un certo punto s’è messo a rapinare banche e per questo ha beccato un ergastolo nel carcere di massima sicurezza di Manhattan, ma, siccome il Presidente degli U.S.A. è stato catturato dai rivoltosi, i servizi segreti gli affidano una pericolosa missione per recuperare il presidente. In cambio gli saranno cancellati tutti i peccati.
La voce femminile fuori campo apre il film e spiega la situazione: il tasso di criminalità nel 1997 è del 400%. New-york è praticamente divisa in due campi. Poliziotti da una parte e criminali dall’altra. Difficilissimo entrare nella città, impresa ardua che soltanto un vecchio farabutto come Pliskin può tentare; atterrerà con un aliante sopra il World Trade Center e si calerà nei sotterranei controllati dai terribili “pazzi”, predoni e cannibali notturni.
Il merito di 1997 sta anche nell’ottimo disegno dei personaggi, anche quelli collaterali. C’è Harold detto Mente, che lavora per il Duca e troverà riscatto solo nella morte. C’è Maggie, che il Duca ha dato a Mente per sollazzarsi, che troverà nello scontro coi pazzi una fine eroica proprio per il suo Mente. C’è il tassista sciroccato, ma anche buon diavolo e generoso, e infine il Duca, a capo della rivolta, dallo stile barocco e decadente, cui il tic all’occhio destro conferisce un passato tormentato e chissà quali ferite.
Nel 1997 si tentò con un grande lancio pubblicitario di bissare il successo di 1997 con un sequel: “Fuga da Los Angeles” , ma i risultati furono addirittura risibili, nonostante la presenza di Russell e nonostante i milioni di dollari spesi.
Siamo sinceri, non crediamo che 1997 sia una pietra miliare nel panorama FS, ma anche vedendolo oggi non si può non ammettere che abbia comunque dei meriti, riscontrabili innanzitutto nell’atmosfera cupa e apocalittica di una New-York depredata e allo scuro; e proprio questa ambientazione in cui impatta Pliskin per liberare il Presidente, il suo procedere tra sbandati e briganti armato di tutto punto, pronto al peggio, canotta nera e bicipiti al vento, rappresentano il pezzo migliore e ciò che 1997 lascia come eredità alle pellicole successive.
Claudio Bacchi