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Qualcosa di Speciale |
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titolo originale: Love Happens
un film di Brandon Camp
Usa, Canada 2009 – sentimentale/drammatico – durata: 124‘
Con Aaron Eckhart, Jennifer Aniston, Dan Fogler, John Carroll Lynch, Martin Sheen, Judy Greer, Frances Conroy, Joe Anderson
Quando proprio te l'aspetti...
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Il dottor Burke Ryan (Aaron Eckhart) è uno stimato terapeuta sulla cresta dell'onda che gira l'America con seminari e libri che spiegano come superare i problemi legati al trauma dell'aver subito un lutto. La vita di Burke sembra proseguire regolata ma energica nell'affrontare i numerosi impegni lavorativi, tutto procede senza scosse fino all'incontro con Eloise Chandler (Jennifer Aniston) che entra nella vita di Burke rimescolando tutte le carte.
La pellicola prende spunto da un fatto realmente accaduto nella vita di Brandon Camp, regista esordiente e già sceneggiatore assieme all'amico Mike Thompson (entrambi Dragonfly, John Doe – per la tv), un fatto tragico come la morte della madre, un momento drammatico che porta, afferma lo stesso Camp a riflettere su ciò che c'è “di interessante nell'elaborazione del lutto e in ciò che la gente vive in queste circostanze”.
Ciò che sottolineano gli sceneggiatori è il bisogno di ripartire da dove l'evento traumatico ha avuto inizio per poterlo metabolizzare, affrontare e oltrepassare. La storia è ambientata a Seattle, città dove il protagonista ha perso la moglie in un tragico incidente e dove risiedono anche gli ex suoceri, città piena di ricordi dolorosi che diviene emblema del nodo gordiano dell'intera vicenda. In questa commedia sentimentale, dalle venature drammatiche, ritroviamo tutti gli stilemi di uso più comune che variano dalla psicologia spicciola alla classicità degli schemi narrativi che si evolvono nel tragico evento che sconquassa i piani e nel superamento della prova. Vi sono anche le classiche figure che aiutano nel duro percorso catartico, il socio di Eckhart (Dan Fogler) e la dipendente della Aniston (Judy Greer), che sembrano spesso spalle rivelatrici alternativamente dell'uno e dell'altra, fidi Sancho Panza pronti all'occorrenza. Il tramite che conduce al superamento delle prove è il valore purificatorio che offre la scrittura: sceneggiata e strapazzata dallo script del film, scimmiottata dell'escamotage narrativo, ovvero i libri che scrive Burke.
I due protagonisti, entrambi sfiduciati dalle loro vite, si conoscono, si scontrano, si piacciono, si incastrano finché lui, il famoso psicologo, è sopraffatto dalla parte di sé profondamente insicura che non riesce in nessun modo ad affrontare, una parte nascosta che maschera al mondo ma, che quando meno te lo aspetti, emerge prepotentemente bloccandolo ai margini della vita. Entrambi provengono da situazioni dolorose. Eloise è vittima dei rapporti con gli uomini, fidandosi sempre di persone sbagliate, ma nonostante questo crede fortemente e, quasi infantilmente, nell'amore e la voglia di aprirsi al mondo è superiore alla paura di soffrire nuovamente. Burke, al contrario, è apparentemente un uomo molto sicuro di sé, che ha superato i propri drammi interiori, in realtà è solo un ipocrita con una maschera appesa al volto, la maschera dell'uomo di successo, in lui prevale il senso di terrore nell'affrontare il proprio disagio. Facendosi scudo del dolore degli altri, nel tentativo di aiutarli, cerca di espiare la propria sofferenza, non capendo che il reale cambiamento non può avvenire se non prima di tutto dentro di sé. Egli si incaponisce proprio con la persona più refrattaria nell'accettare il meccanismo di guarigione da lui sponsorizzato, proprio perché vi rivede se stesso che, fuori dal suo ruolo preconfezionato di sorridente vissuto ammaliatore, allontana testardamente chi vuole mostrargli la via (in questo caso la dolce cara Aniston) che casualmente è proprio colei di cui si sta innamorando!
Burke, smessi i panni del guru spirituale, è in realtà un ragazzino spaventato incapace di lasciarsi vivere, incapace di provare emozioni reali, bloccato dalla perdita subita e assediato dal senso di colpa. Niente di più vero, qualcosa che può capitare quando le persone si incontrano profondamente ma, in alcuni frequenti casi, fanno di tutto per fuggire da ciò che provano, dai sentimenti più intimi, dalla paura di essere di nuovo felici per l'ansia di non esserlo di nuovo più, alimentando in maniera esponenziale un meccanismo di tragico nonsense. Il film colpisce nel segno rappresentando questa gamma di tinte forti ma non le sa spiegare, sa solo mostrarle in maniera così patinata, spesso superficiale, spesso poco approfondita e motivata. Mette in relazione punti cardine trovando facili soluzioni, banalizzando gli accadimenti, il che stanca un po', fa mancare quel quid che emoziona e lega alla poltrona.
Non è detto che certe cose non siano banali anche nella realtà e una perdita o un abbandono, visti in maniera cinica e semplicistica, possono sembrare accadimenti uguali a milioni di altri con medesime scelte e medesime alternative, pur essendo, nella realtà dei fatti di chi li vive, delle gabbie da cui spesso non si riesce ad evadere. Tutto risulterebbe abbastanza monocorde e poco intimistico se non fosse per gli spunti di riflessione che vengono offerti, spunti che però troviamo benissimo in ognuno di noi e che possono essere attivati anche da uno spot del caffè con Garrone/San Pietro che tra una tazzina e l'altra ci parla della vita dopo la morte.
Per questo la pellicola risulta poco pregnante e convincente, talvolta i dialoghi appaiono forzati e alcuni personaggi hanno contorni molto superficiali. Non si distingue se sia una commedia o un dramma, è una via di mezzo, una commistione di generi che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe andare a parare in più punti, ma fa profondamente intuire che tutto ciò manchi di sapidità per un pubblico abituato a nette definizioni e scelte stilistiche.
La storia non è difficile da comprendere, né gli attori sono pessimi, fatta eccezione per la Aniston che incarna il puro spirito dell'opera, ovvero quel non essere né carne né pesce. L'intento è speranzoso ma il risultato non è altrettanto buono: Eckhart risulta un po' bamboccione, Fogler al contrario calzantissimo nel ruolo mentre Sheen sembra fare solo un favore al regista (Camp del resto dichiara, anche se ironicamente: “credo che Martin abbia accettato per sfinimento”!)
Burke è un personaggio che dovrebbe essere stratificato, pieno di sfumature, in realtà è davvero poco convincente. La sua rinascita avviene per tappe dichiarate e di conseguenza vissute e non accade mai il contrario. Manca spessore. Manca pathos.
Quasi tutte le persone soffrono se dicono di no alla vita, limitati nei loro blocchi mentali. Senza trasformazione la vita cessa.
Più facile a dirsi che a farsi. Ma che potevamo aspettarci?
Voto: ***
Chiara Nucera
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