DOLLS
GIAP 2002 di Takeshi Kitano con Miko Kanno, Hidetoshi Nishijima, Tatsuya Mihashi, Chieko Matsubara, Kyoko Fukada, Tsutomu Tageshige.

° A partire da un teatro di marionette giapponese (il cosiddetto Bunraku, terza forma di teatro in Giappone), un montaggio fortemente ellittico e innovativo (opera dello stesso Kitano che, da mastro burattinaio esperto, alla fine riunisce tutto e tira le fila del suo discorso) presenta le storie – parallele ma non convergenti – di tre amori infelici ma immortali. Il Kitano più lirico e più anomalo (amore, rapporto uomo/donna molto approfondito) regala un miraggio filmico di autentica poesia, forse anche troppo ostentata, sul tema dell’amore perduto: una sinfonia dolente dominata dal colore rosso che risente della tradizione nipponica dell’haiku (forma poetica che in sole 17 sillabe racchiuse in 3 versi deve esprimere una visione del mondo) e rinuncia alla violenza noir per parlare della vita e del rapporto insondabile tra l’amore e la morte. Tutto è esplicito e fortemente ostentato, anche la bella musica dolente del fido Joe Hisaishi, ma la complessa messinscena, assai stratificata e da lasciar sedimentare affinché possa essere compresa a fondo, lascia a bocca aperta e invita a una speculazione filosofica successiva e le scelte di regia sono assolutamente meravigliose (il sangue è dello stesso colore rosso scuro delle foglie autunnali degli alberi o delle rose), per non parlare di alcuni dettagli fondamentali e appena percettibili (la farfalla schiacciata, il teatro, il soffietto con la palla, i vagabondi legati). Triste ma forse aperto alla speranza, Dolls si ispira alla stilizzazione del bunraku e agli intrecci di Monzaemon Chikamatsu, lo "Shakespeare giapponese, grande autore teatrale a cavallo tra il ‘600 e il ‘700. E se il presupposto estetico del suo cinema è sempre quello della "ricerca di una crudeltà nella bellezza", questa volta il suo stile si fa più astratto e rarefatto, quasi rischia di essere estetizzante e didascalico: ma nulla è gratuito e tutto è studiato alla perfezione. Il Kitano più filosofico (ci vuole una pazienza infinita per superare la follia e anche il paesaggio ha una sua sacralità: non a caso, il ciliegio fiorisce nel suo splendore poco prima di appassire) è anche quello più intimo (la sceneggiatura è sua e il film è coprodotto dalla sua casa Office Kitano) e, a sentire lo stesso autore, anche quello più violento (nel senso quello che analizza con maggior profondità la "morte inevitabile e sconosciuta") e sicuramente quello più difficile. Gli stupefacenti costumi sono opera dello stilista Yohji Yamamoto. Scandalosamente dimenticato a Venezia 2002. Il titolo originale inglese (alla lettera "bambole") è stato eventualmente tradotto con il più appropriato "marionette". DRAMM-SENT 113’ * * * ½
Roberto Donati

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