KIDS RETURN
GIAP 1996 di Takeshi Kitano
con Masanobu Ando, Ken Kaneko, Hatsuo Yamaya, Ryo Ishibashi,
Ren Osugi.
° Due discolacci si ripromettono di
diventare famosi. Separati dalla vita, si ritrovano più
vecchi ma sempre falliti. Pur sembrando meno pessimista di
altri film del regista, forse lo è di più, perché i due
uomini sono dei veri inetti ma "la loro
incapacità di affrontare la vita" non trova catarsi
nella morte, bensì in un misero e meschino autospegnimento
che rende ancora più drammatica la lotta per la
sopravvivenza. Diretto da un Kitano minore e malandato
(aveva rischiato di morire in un incidente motociclistico
poco prima). DRAMM 107’ * * ½
Roberto Donati
Sembrano girate da Antonioni le tante
sequenze raccordanti l’uscita di campo in un quadro con il
campo vuoto del quadro successivo o le forti ellissi
temporali nell’apparente continuità della sequenza; o
ancora, ma si potrebbe attribuirli anche alla pratica
fumettistica, appaiono come false soggettive immediatamente
stranianti quei piani fissi e frontali che fissano le
espressioni, specie se sgomente, dei personaggi.
Questi elementi articolano le scelte di un’istanza
enunciatrice estremamente distaccata, quasi sorda alle
armoniche della scena, proprio destinata a fondare una
individualità sospesa nel tempo della ciclica ineluttabilità
della marginalità; ed è questa visione straniante di
un’umanità insieme dolcemente vitale, (come si rende
palese nel cammeo del clochard che vede passare i ragazzi
che si allenano alla boxe o tutto il mondo dei desideri
degli studenti), e rigidamente costretta nelle maglie della
società giapponese precedente alla recessione,
a determinare quell’affabulazione astratta e
splendidamente nichilistica che ritorna negli altri film
dell’autore.
La macchina da presa inoltre misura il movimento con
una compostezza che sembra doppiare il linguaggio di Ozu
alla luce della modernità delle nouvelles vagues, certo
suggerendo un fenomeno di colonizzazione culturale, ed
evitando un rapporto semplicemente illustrativo tra colonna
ottica e sonora; anzi proprio in alcune camera-car che
preludono all’unica sconfitta irreversibile del film,
(quella del taxista morto per aver prolungato i propri orari
lavorativi, su raccomandazione del proprio superiore, ben
oltre le proprie capacità), le voci piovono sulle spalle ed
il berretto intravisti dietro lo schienale con un’algida
attenzione che dichiara anche tutta la solitudine del
giovane schiacciato dall’economia di mercato, reinventando
del resto un altro stilema antonioniano.
Anche le moltiplicazioni delle traiettorie dei personaggi
secondari vanno ad immergere lo spettatore, più che nella
coralità sociologica della vicenda, in una costante
possibilità dell’espressione della ciclicità del tempo,
allargando sempre più i confini dello spazio delle storie
virtuali e compresenti, quindi in una pragmatica del
raccontare ancora antonioniana ma insieme anche sottilmente
naturalista.
I due giovani comici garantiscono una temporalità organica,
grazie alla loro esclusione dalla trappola della ciclicità
sociale, rendendo compresenti tutti i momenti del racconto e
tutti i contenuti nella risata che strappano al pubblico,
che è anche l’ulteriore sintomo di un’estraneità
irriducibile del singolo rispetto gli altri, tutti catturati
nella stessa commedia umana; ma quello che potrebbe essere
il finale viene riallargato con un’ansia, che, se non per
chiarezza narrativa, corrisponde agli eccessi germiani
specie nella pateticità che esplicita quando pure si era già
rimato il primo quadro del film.
In questa grande giostra della vita in cui ogni personaggio
recupera filogeneticamente gli errori di chi lo ha preceduto
avremmo potuto sentire anche un motivo circense di Rota,
invece con la medesima dinamica del ritornello troviamo un
brano di ispirazione minimalista e radicalmente
digitalizzato che ricontestualizza precisamente le curve
della spirale descritta dai personaggi: l’ineluttabilità
è anche quella della presenza minimalista e modaiola della
musica nel film, sono infatti le ripetizioni rimanti a
favorirne l’impiego, ma purtroppo scivolando verso
l’insignificante musicale, quando dovrebbe essere un
elemento di massima eversione filmica, e così,
sospettosamente, ci troviamo a canticchiarla in sala.
Il campo che accoglie le dinamiche diegetiche resta
l’archetipo moderno dell’urbano ma in un’ambigua
possibilità di identificazione dei luoghi tra spaesamenti
ottici e precisi riferimenti verbali; la città appare
infatti nel film come sistema di interni, anche quando
l’azione o il quadro si fissano su degli esterni, giacché
la ripetizione dell’attraversamento ne fa dei corridoi
familiari, diventano allora evasivi i pochi scorci
dell’incontro dei due protagonisti e vengono subito
ricondotti allo spazio del cortile della scuola ripercorso
descrivendo tante circonferenze in un’aspirazione
dichiarata dai ragazzi a una strettissima “internità”:
“ma se abbiamo appena cominciato”.
Ruggero Lancia
Vai
a Sol levante e...dintorni!
un viaggio tra le cinematografie dell'estremo oriente