Profili d'autore: un
viaggio tra i registi del Sol Levante e... dintorni!
a cura di Roberto Donati
La Sacra Triade
Yasujiro Ozu.
Una recente rassegna antologica su
Fuori orario, un evento (la messa in onda dell’intera
filmografia di un regista) che avrebbe dovuto avere ben
altra risonanza, è la speranza che il cinema di Yasujiro
Ozu venga scoperto anche dalle generazioni nuove e non
necessariamente cinefile. Un cinema della semplicità: in
pratica, un solo tema (la famiglia), un albero da cui
dipartono poi rami e frutti variegati ma sempre ruotanti a
un nucleo centrale, e una messinscena di imbarazzante
sobrietà, apparentemente collegabile alla struttura
neorealistica, ma senza la casuale e urgente improvvisazione
di cui questa poteva anche avere bisogno. Questi i mezzi e
lo stile per arrivare all’assoluto: forse mai nessun altro
regista ha messo così a nudo l’essenza dell’esistenza e
dei rapporti interpersonali. Un cinema intellettuale e
fieramente povero, popolare e ascetico: Ozu parte dall’essere
umano e vuole arrivare all’essere umano, il suo cinema non
ha mete prefissate, finisce dall’inizio e comincia dalla
fine, invariabilmente e inesorabilmente. Personaggi e
contenuti sono l’emblema dell’universalità, così come
i sentimenti messi in gioco e le emozioni trasmesse: già,
perché in Ozu regna sovrana una tensione esistenziale che
nasce dalla banalità e ha, quindi, dell’assurdo.
Sembrerebbe allora che la forza artistica della macchina
cinematografica non esista: errore, perché è evidente come
Ozu – amatissimo da registi contemporanei quali Wenders e
Antonioni – si domandi sempre dove posizionare la macchina
da presa (a quel punto, che rimanga spesso fissa non ha più
importanza: il senso è già presente) e come ogni minima
variazione acquisti massimo peso nell’economia del
racconto e della simbologia a esso legato. Cinema giapponese
nella sua forma più spoglia e più nipponica: celeberrimo,
almeno per gli addetti ai lavori, il suo sguardo
costantemente posato ad altezza di ginocchio. Viaggio a
Tokyo è sicuramente la vetta più alta della sua
carriera e la summa del suo lavoro di sottrazione e, non a
caso, è il suo film più notorio anche a livello
internazionale. Tra lui e la casa di produzione Shochiku,
una sorta di armonica comunione esistenzial-produttiva.
Kenji Mizoguchi.
Uno dei pilastri registici del cinema mondiale, spesso
considerato, da chi ama le classifiche e i paragoni,
"il numero uno". Intellettuale di primo ordine ma
nato e cresciuto in ambienti popolari, Mizoguchi ha
principalmente a cuore, nel suo itinerario esistenziale e
artistico, la donna e il suo destino nella società di oggi
come in quella di ieri come in quella di domani. Eppure, il
suo non è un cinema al femminile. Il suo stile è semplice
per costruzione ma stratificato per ricchezza di simboli, i
suoi film hanno il dono della grazia e della levità: nel
suo ritmo ipnotico e lentissimo, I racconti della luna
pallida d’agosto è racconto di avventure, favola
morale e lucida analisi del Giappone feudale, specchio di
quello attuale. Mizoguchi predilige i movimenti languidi,
come lunghissime panoramiche esplorative o carrellate di
prim’ordine; il suo pessimismo è poetico e capace di
impennate liriche e trasfigurazioni ottimistiche, ma la sua
amarezza filosofica si stempera in una fiducia incrollabile
nell’uomo e nelle sue potenzialità: peccato che ormai sia
praticamente impossibile rintracciare i suoi capolavori in
copie decenti.
Akira Kurosawa.
Il "Tenno", ovvero l’Imperatore. Grandissimo
maestro di cinema, esponente di un cinema fortemente
radicato alla cultura e alle tradizioni nazionali ma capace
di aperture universali proprie di chi ha dalla sua una
cultura vasta e raffinata, una mente ricettiva e un
immaginario portentoso. I suoi film sono colonne portanti
dell’architettura cinematografica del primo secolo: in
Occidente, si è iniziato a conoscerlo dopo il successo di Rashomon,
ma le sue opere precedenti sono altrettanto importanti e
notevoli. Morto pochi anni fa, Kurosawa è stato geniale
narratore per immagini, maestoso filosofo e grandissimo
intellettuale che, come tale, ha da sempre capito che il
cinema è anche arte popolare per eccellenza, archetipo
epico e mito del ventesimo secolo allo stato puro. Le sue
opere attingono tanto dal bunraku giapponese quanto
da Shakespeare, dal codice d’onore dei samurai quanto da
Omero; dalle sue opere hanno attinto i registi più
magniloquenti di sempre (in senso positivo), da Sergio Leone
finanche a Tarantino, passando per il medio John Sturges.
Pochi altri registi hanno avuto il suo respiro epico e il
suo afflato poetico nell’affrontare storie di uomini alle
prese con la violenza della vita e le sue dinamiche:
erotismo, guerre, morte e resurrezione, spazio onirico e
fughe nella favola. Amatissimo dai colleghi occidentali che
hanno colto la sua grandezza e la sua straordinaria
capacità di orchestrare spettacolo e serietà, Kurosawa ha
alternato capolavori (Ran è una perla troppo lucente
per non commuovere) a passi falsi che, in mano sua, non sono
assolutamente tali (come Sogni, che è nonostante
tutto un grandissimo film). Prima che genio, Kurosawa è
però uomo che ha provato su di sé il dolore, la proditoria
vanità, la fatica, la delusione, la finitezza di essere
uomo: dopo l’insuccesso di Do-de-ska-den, tentò il
suicidio, per poi risorgere alla grande con Dersu Uzala,
spassionato inno alla tenacia umana e alla sua fallacia di
fronte all’insormontabile indifferenza/maestà della
natura.
Gli outsider
Nagisa Oshima.
Autore scomodo, personalità contradditoria ma regista dall’inesauribile
gusto per l’immagine e dall’immenso talento figurativo,
Oshima emerge negli anni ’60 con film frammentari e
vagamente sperimentali che, sull’onda della Nouvelle Vague
francese, vogliono rompere con una tradizione narrativa
composita, ponendo l’accento sulla casualità della vita e
sulla rappresentazione anarchica di istanze avanguardistiche
e urgenze comunicative. Ma il suo nome si impone con l’enorme
scandalo seguito al film Ecco l’impero dei sensi,
preziosissimo manuale di erotismo nel quale eros e thanatos
si uniscono inscindibilmente: da qui in poi, il suo nome
sarà legato alla frettolosa e discutibilissima etichetta di
"pornografo", quando invece Oshima ha una morale e
un’etica della visione assolutamente originale e rara nel
panorama del cinema contemporaneo. E infatti, anche per il
suo essere intellettuale isolato che realizza soltanto i
film che gli premono, Oshima resta un po’ l’outsider del
cinema giapponese, nonostante i suoi assunti sfruttabili
anche commercialmente: ma lui ha sempre preferito restare
nell’ombra e ha preferito esultare pochi eletti che
vendersi ignominiosamente alla massa. Il suo stile,
controllatissimo e impassibile, non arretra di fronte a
nulla e celebra/distrugge il caro Giappone: dall’Impiccagione
alla Cerimonia non ci sono che pochi anni, e nell’arco
di poche ore è possibile trovare chiari segnali di stile e
un’armonica presentazione storica della patria nipponica.
La costante di Oshima è la rappresentazione di un mondo
retto dalla violenza e dal sesso, ma non necessariamente
impazzito e anzi ligio a ferree regole di stampo
cavalleresco: la guerra e la prigionia di Furyo, per
esempio, è soltanto un’ennesima metafora della nostra
società, dove la sopraffazione va di pari passo con la
pietà, e la poesia del fango con quella dei fiori. Dopo l’assurdo
apologo di Max amore mio, sono passati molti anni
prima del suo trionfale ritorno con lo splendido Tabù
– Gohatto: di nuovo, surrealismo e realismo mescolati
assieme per uno studio, destinato a concludersi nell’ambiguità
e nell’assenza di certezze, dei confronti/scontri fra
princìpi personali e gerarchici, fra mondo civile e
mondo-caserma, etica morale e sessuale.
Seijun Suzuki.
Praticamente sconosciuto in Italia, uno dei registi più
folli e prestigiosi del cinema giapponese anni ’60: Suzuki
ha legato indissolubilmente la sua carriera e la sua fama
alla casa di produzione Nikkatsu, per la quale ha
realizzato, in undici anni, ben 39 film. Da noi, di questi,
è arrivato soltanto il mirabile La farfalla sul mirino,
il cui immeritato flop sancì la chiusura dei rapporti
professionali fra il regista e la produzione. Ma è del 1966
il suo probabile capolavoro, quel Tokyo Drifter
invisibile in Italia e da recuperare nei mercati anglofoni
per il suo esplosivo e intermittente stile zen che alterna
esplosioni di violenza ad assurde pause metafisiche e che
anticiperà il concetto di cinema che molti giovani registi
hanno. Suzuki è autore giapponese a 360°: il suo mondo è
retto dalla violenza, ma dietro c’è sempre e comunque
ironia impassibile, umorismo macabro, imprescindibile senso
dell’onore, surrealismo di prim’ordine e un umanissimo
attaccamento ai valori della vita (come l’amore) e al
destino dei solitari, dei disperati, dei perdenti: in una
parola, dei gangster. Ma se spesso i contenuti sono banali e
si assomigliano di film in film, è la forma e i ritmi che
Suzuki imprime alle sue opere a connotare la sua
originalità e il suo taglio avanguardistico ma classico
allo stesso tempo: scenografie pop, architetture bizzarre,
costruzione d’immagine astratta e largo campo all’improvvisazione,
tanto nella messinscena quanto nella recitazione, e alla
casualità, che da cialtrona diventa geniale. Ancora attivo,
l’ultimo film di questo "Samuel Fuller
giapponese", Pistol Opera (remake del suo film
più celebre e sfortunato), è un ennesimo tassello sull’analisi
della yakuza ed è stato presentato al festival di Venezia
2001.
I nuovi maestri
Hayao Miyazaki.
Il grande maestro dell’animazione nipponica, paragonato a
Walt Disney per la capacità di far parlare i disegni e ad
Akira Kurosawa (che lo idolatra e, modestamente, lo reputa
migliore di sé stesso) per il passo epico e il respiro
possente. Poco conosciuto anche dai fan degli anime
poiché Miyazaki non trae le sue opere dai tradizionali manga
scritti, ma – anche sceneggiatore – preferisce
ambientarle nel passato, per parlare poi del presente
patrio. La semplicità del suo tratto rischia talvolta anche
la superficialità: ma il sottotesto è simbolico è quasi
sempre fortissimo, e il sostrato mitologico a cui attinge fa
respingere immediatamente le accuse di "autore
occidentale e occidentalizzato". Assurto alla gloria
con Princess Mononoke (peraltro mal distribuito in
Italia), Miyazaki ha infranto il tabù secondo cui nessun
lungometraggio d’animazione avrebbe mai vinto un premio
importante: con La città incantata – Spirited Away,
ha ottenuto l’Orso d’oro a Berlino e addirittura un
Oscar.
Takeshi Kitano.
Autore poliedrico, nato e formatosi con l’arte dell’improvvisazione
propria dei cabaret, Takeshi Kitano (che aggiunge un
"Beat" al suo nome, quando si firma come attore)
è il nuovo genio del cinema giapponese, destinato a
conquistare in breve tanto la critica quanto il pubblico. La
consacrazione, almeno in Italia, non arriva subito: con Sonatine,
distribuito con anni di ritardo dietro interessamento del
profetico Enrico Ghezzi. E con Hana-Bi, che vince il
Leone d’oro a Venezia. È subito evidente il suo stile,
segnale di autentico genio: in un mondo violento, la morte
non può che essere vista ormai con impassibilità e
rassegnazione e se ha perso forse parte della sua eroica
stoicità, non ha smesso per un istante di perdere la sua
carica di folgorante bellezza. La vita è un processo di
avvicinamento alla morte, secondo la filosofia pessimista
dell’autore: tanto vale capirlo presto, per non farci
strane idee sull’aldilà e sulle infinite possibilità
umane. Questo è il Kitano più amato, ma personalmente
credo sia anche quello in cui emergono maggiormente i suoi
difetti strutturali: un certo compiacimento estetico nella
rappresentazione della violenza, per esempio, come sembra
evidente soprattutto in Violent cop o nel pacchiano Brother.
Ma è fuori discussione il suo talento grafico, le sue
scelte radicali, la sua acribia compositiva: nelle opere
più liriche, invece, traspare tutto il suo gusto per la
poesia delle "piccole cose di cattivo gusto" e
tutto il suo amore verso la nostra essenza umana, fatta di
pregi e difetti, di errori e giustizia. Come nella storia d’amore
raccontata nel tenero Silenzio sul mare, o come la
struggente amicizia di due estranei alla vita in L’estate
di Kikujiro, o come ancora la tematica amorosa,
raccontata con dolore e rispetto, estetismo e
intellettualismo nel sublime Dolls. Kitano
rappresenta l’anima del Giappone contemporaneo, un
Giappone post-atomico che anche culturalmente ha dovuto
confrontare i suoi riferimenti con quelli occidentali e
americani in particolare: ma se le influenze internazionali
sono numerose (come i lasciti), resta tutto giapponese il
magico surrealismo e la bizzarria che pervadono le sue
pellicole. Basta rivedere film genialmente demenziali come Getting
any? per rendersene conto.
Per approfondimenti il nostro speciale
su Kitano.
Out of Japan
John Woo.
Regista di Hong Kong, amante e propugnatore di un cinema
spettacolare che si ricollega alla tradizione patria delle
arti marziali e al mito di Bruce Lee: i suoi film hanno l’agone
della tragedia greca, contaminato con un gusto visivo
debordante e frenetico, come i tempi odierni richiedono.
Amatissimo da stuoli di fan e da registi occidentali, si
mette in luce con una sorta di saga su "un domani
migliore", in cui contamina vari generi, tra cui il noir,
il poliziesco, il kung-fu movie e la commedia (anche
amorosa). Non sono capolavori, ma denotano maturità
artistica e chiare idee di regia, che si concretizzeranno
nello stile fulminante di The killer, il film che l’ha
lanciato a livello mondiale: sorta di sintesi del cinema di
Leone e dell’ideologia di Peckinpah, saga romantica sul
senso dell’onore e dell’abnegazione, un "mucchio
selvaggio" dei giorni nostri, dove l’amicizia virile
è finita da un pezzo e resta soltanto il disperato
individualismo di uomini-killer che, nonostante tutto,
credono ancora in qualche valore. È il passo decisivo: Woo
viene chiamato alla corte delle major americane, e il
piccoletto di Hong Kong non rifiuta. A parte Face/Off,
il suo capolavoro (nel quale sfrutta l’azione e l’avventura
per un’impensata analisi filosofica sulle figure del
doppio e sulla specularità di bene e male, essere e
apparire, amore e odio nella natura umana), John Woo,
checché ne dicano i suoi fan, non ha più realizzato un
film decente: si va dalle banalità ancora capaci di
entusiasmare di Nome in codice: Broken arrow fino
alle baracconate di Mission: Impossible II, fino all’atroce
servilismo nei confronti dei comandamenti hollywoodiani e
dell’ideologia revanchista dell’America più di facciata
che traspare a ogni fotogramma dell’abietto Windtalkers.
La promessa di un tempo sembra aver perso la sua
spontaneità e la sua vena ludica nell’affrontare
importanti temi universali come il dolore e la morte, l’amore
e il dovere: e anche lo stile ne ha risentito parecchio,
afflosciandosi su standard bassissimi indegni del suo nome.
Otomo,
regista di Steamboy, e la poetica della distruzione
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