LA SFIDA DEL SAMURAI
(Yojimbo) GIAP 1961 di Akira Kurosawa con Toshiro Mifune, Eijiri Tono, Kamatari Fujiwara, Takashi Shimura, Tatsuya Nakadai.

Yojimbo è un film fondamentale all’interno della filmografia di Akira Kurosawa. Ventunesimo di tentuno film, apre la terza e ultima stagione del maestro giapponese, ne conferma il talento visivo e narrativo, ma soprattutto rinnova la sua influenza a livello internazionale dato che, come è noto, questo film si pone come progenitore del western all’italiana (ma non solo).
Kurosawa è stato il primo regista nipponico a varcare con successo le frontiere del suo paese e a raggiungere gli schermi occidentali. La sua fortuna internazionale comincia con Rashomon, incoronato con il Leone d’oro a Venezia e con l’Oscar per il miglior film stranie o, e prosegue con I sette samurai, forse il suo film più visto e amato, da cui Hollywood trasse il fortunato remake  I magnifici 7. Questi film portano alla ribalta internazionale il grande Toshiro Mifune, chiamato ad interpretare il samurai in diversi contesti e generi, fuori dal suo paese.
E’ chiaramente il Kurosawa epico quello più visto e richiesto, quello dei film ambientati nel passato, in mezzo a contadini e samurai, così esotici e “esportabili”. E tuttavia, chi ha avuto la fortuna di vedere la versione integrale de I sette samurai, o anche lo stesso Yojimbo, si sarà certamente accorto del particolare ritmo narrativo che Kurosawa impone alle sue opere, mai incentrato sulla sola azione (senza nulla togliere all’azione in quanto tale!), ma sempre su un complesso dispiegamento di sguardi sui caratteri, sulle motivazioni  sul contesto storico-sociale.
In Yojimbo, ad esempio il samurai nobile ed eroico di un’epoca ancora caratterizzata dalla guerra tra i clan, lascia il posto ai ronin dell’epoca Tokugawa (1603-1867), un’epoca relativamente stabile in cui la nobiltà guerriera dei samurai non trova più una sua specifica collocazione sociale ed economica. I samurai hanno perso la fede ne  loro codice (il bushido, accuratamente descritto attraverso delle massime nel libro Hagakure di Yamamoto Tsunetomo) e si aggirano, privi ormai di un Signore cui rendere i loro servigi, come semplici mercenari, guardie del corpo di ricchi mercanti o yakuza. I ronin dunque sono samurai che hanno perduto del tutto il loro fascin  mitico e leggendario, ridotti al rango di comuni assassini. Una figura decisamente moderna e “realistica”, totalmente demistificata, prima certo che anche i killer a pagamento diventassero soggetti mitici, soprattutto nel cinema americano contemporaneo. Il protagonista Yojimbo, infatti, non ha più nemmeno un nome, ma solo un’età e una katana con cui difendersi.
L’altro aspetto fondamentale, rispetto ai film precedenti, è un certo gusto grottesco e parodico che a volte raffredda la materia narrativa. I cattivi, ad esempio, sono privi di fascino, dei semplici balordi che hanno conquistato con l’inganno e col numero un certo potere, ma presi uno alla volta, non sembrano costituire affatto una minacci  (assai meno, comunque, dei banditi ritratti nei Sette samurai). E comunque, c’è da dire, Kurosawa non ha mai ceduto al fascino della rappresentazione del male, del “cattivo” che invece affascina noi occidentali, tanto da far diventare l’antagonista il vero protagonista, sempre più violento, cinico e caricaturale (penso ad esempio al Gary Oldman di Leon, o ai personaggi dei film di Tarantino). Yojimbo è l’unica mente agile in mezzo ad una barbarie diffusa, che riesce ad oscurare, o comunque a rendere non immediatamente chiari, gli scopi e la morale del proitagonista: sembra agire a volte più per provocare il caos o affermare la propria superiorità che non per proteggere i deboli, come avveniva ne I sette samurai. E’ stato precisamente questo aspetto che Sergio Leone ha saputo cogliere e amplificare nel creare il personaggio dello Straniero interpretato da Clint Eastwood nella fortunata “trilogia del dollaro”, inaugurata nel 1964 con Per un pugno di dollari.
Ciò che ancora oggi colpisce di questo film è, inoltre, l’estrema modernità dello stile di ripresa e di montaggio di Kurosawa,  con le carrellate tipicamente western (quella iniziale, ad esempio, con la tipica scena dello straniero che arriva in città), la rapidità delle scene d’azione, la capacità di caratterizzare un personaggio e inserirlo in un certo ambiente o paesaggio, abilità che non può non ricordare John Ford. Ma anche la profonda umanità, caratteristica di tutto il suo cinema, che si cela in fondo ad ogni sua opera, anche in quelle più ciniche e amabilmente dissacranti come questa.
Mifune e Kurosawa riprenderanno lo stesso personaggio e la medesima epoca l’anno successivo in Sanjuro.

Vittorio Renzi

° Il ronin (samurai in cerca di impiego e non ligio al codice d’onore del bushido, da bushi = guerriero) Sanjuro (cioè "trent’anni", un po’ come il nome fasullo Nessuno di Ulisse) arriva in una cittadina e sfrutta la faida tra i due clan rivali per guadagnare passando da una parte all’altra, fino alla resa dei conti finali. Un grandioso e picaresco film sulla violenza di un mondo dominato dall’avidità e dalla furbizia del singolo eroe: i precedenti illustri sono la commedia dell’arte di Arlecchino servo di due padroni di Goldoni e Piombo e sangue [o Raccolto rosso (Red harvest, 1929)] di Samuel Dashiell Hammett; il celeberrimo remake è Per un pugno di dollari con cui Sergio Leone – che sveltisce il racconto, ne aumenta l’ironia (qui avvertibile nel commento musicale che rielabora la seconda rapsodia ungherese di Liszt) e lo rende più ammiccante verso i gusti del pubblico – lo copia spudoratamente (tanto che fu intentato di plagio dalla Toho e perse la causa) ma anche splendidamente bene (della serie "il talento prende a prestito, il genio ruba" come disse Oscar Wilde) nei personaggi, nelle situazioni e perfino in alcune battute e fa nascere lo spaghetti-western. Mifune comunque non ha nulla da perdere nei confronti del sarcastico Joe di Clint Eastwood. Memorabili i particolari macabri della vicenda (il cane che porta in bocca una mano mozzata, le sciabolate che recidono arti). Il titolo originale significa "guardia del corpo". Con un seguito solo nominale, Sanjuro. In Giappone film del genere si chiamano jidaygeky (= film in costume). BN AVV 110’ * * * *
Roberto Donati

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