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RASHOMON
(Rashômon) GIAP 1950 di
Akira Kurosawa con Toshiro Mifune, Machiko Kyo, Takashi
Shimura, Masayuki Mori.
° Un samurai è stato ucciso. Un
boscaiolo, un prete e un ladruncolo rievocano, "sotto
la porta del tempio del dio Rasho" (traduzione di rashomon),
le testimonianze delle persone coinvolte nel caso: un
bandito, la moglie del samurai e il fantasma del samurai
stesso evocato con un rito magico. Ognuno di loro fornisce
una sua versione, differente dalle altre. Dove sta la
verità e la speranza di capire e fidarsi degli uomini?
Forse nella fede e nella carità, sembra suggerire il finale
un po’ troppo rapidamente consolatorio. Agli echi
pirandelliani (molteplicità della verità, ambiguità della
vita, totale incomprensione tra gli uomini) si affiancano
temi prettamente giapponesi (il senso dell’onore, il gesto
dell’harakiri, la recitazione debordante derivata
dal teatro popolare del kabuki) in una splendida
messinscena, mobilissima e coinvolgente, cadenzata spesso da
un adattamento delle note del Bolero di Ravel: Sergio
Leone è molto debitore di Kurosawa riguardo allo stile. E’
il film che ha rivelato il regista in Occidente, vincendo il
Leone d’oro a Venezia e l’Oscar come miglior film
straniero (in realtà un Premio speciale istituito per l’occasione,
visto che il premio per il film straniero fu introdotto solo
nel 1956). Nell’edizione italiana, titolo e regista sono
storpiati in Rasciomon di Achira Curosawa. Stupendo
il brigante impersonato da Mifune. Significativo il fatto
che nelle scene del processo i processanti siamo noi
spettatori: non possiamo giudicare i protagonisti in modo
netto, poiché anche noi siamo esseri umani deboli, e
potenzialmente colpevoli, come loro. Caldamente consigliato
agli amanti di Genette (che nel suo celebre libro di
retorica su Proust lo cita esplicitamente) e della
decostruzione narrativa. BN DRAMM 88’ * * * *
Roberto Donati
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