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Kill Bill vol.2
USA-GIAP 2004 di Quentin Tarantino con Uma Thurman, David Carradine, Daryl Hannah, Michael Madsen, Vivica A. Fox, Lucy Liu, Michael Parks, Gordon Liu (Chia Hui Liu), Larry Bishop

Recensione Kill Bill vol.1

Sorprendente.
Quasi misticheggiante nella sua perfezione estetico/formale.
I primi due pensieri post visione di Kill Bill vol.2.
Sorprendente: ci si attende un film d'azione con contaminazione di mille generi di action movie... invece ecco un film dove il sentimento prevale sull'azione...
La Sposa continua la sua sanguinosa vendetta, ma Tarantino decide  stavolta di mostrarci il "dietro le quinte" della Sposa e degli altri, i "cattivi". Scopriamo così una ricerca del sentimento da classico film western ("Sentieri Selvaggi"). Non a caso infatti si sprecano le inquadrature e gli omaggi al genere. Appare una lentezza narrativa del tutto impensabile dopo il volume 1. E anche la musica aggiunge poco a quanto udito nel primo episodio.
Lo stesso Tarantino ci tiene a precisare che "il primo film, per quanto buffo che sia, voleva essere un film vero e diretto di vendetta, vendetta al femminile che è molto più giapponese; c'erano sì toni da spaghetti western, ma erano appena accennati. Tutti abbiamo visto i film di vendetta, non avevo bisogno di ripetere la storia per la milionesima volta".
Misticheggiante: si rimane estasiati dai repentini cambi di registro, di genere, di citazione, di colpi di scena, di inquadrature, dai rallentamenti e dalle accellerazioni narrative...un'esperienza forse mai provata prima in una sala cinematografica.
Kill Bill si conferma "il film" per eccellenza che incarna appieno il nuovo millennio.
Andate a vederlo, forse non lo amerete, ma lo "sentirete".
Tarantino vorrebbe far uscire i due capitoli come se fossero un unico film in una sorta di Director's Cut, che prevede quindi anche l'aggiunta di alcune scene inedite. L'uscita è prevista sia al cinema che in Dvd. 
Intanto la voglia di realizzare un terzo film sembra aver contagiato seriamente Tarantino, che però non specifica bene di cosa parlerà questo nuovo tassello che si unirà a Volume 1 e 2. Secondo quanto dichiarato dal regista, ci vorrà non prima di quindici anni per iniziare a lavorare seriamente a questa nuova pellicola, visto che nel frattempo è intenzionato a dedicarsi a nuovi progetti.
Vito Casale

Si può piangere quando si vedono le immagini di un film, senza che queste stiano rappresentando una scena d’amore o di dolore? Si si può. “Kill Bill Vol.2.” è l’esperienza più emozionante che mi sia capitata di vivere da tempo all’interno di una sala cinematografica. Quentin Tarantino ha dichiarato che probabilmente per un terzo capitolo della saga di Bill dovremo attendere quindici anni. Questo perché anche lui si è reso conto di avere messo in scena qualcosa di inarrivabile, difficile da ripetere, che potrebbe avere un seguito solamente quando il corso del tempo avrà cambiato le cose e le persone. La seconda parte di “Kill Bill” corre sulla pelle, e trasforma la violenza della prima parte, espressione della rabbia di Black Mamba, in una riflessione emotiva sulla vendetta. Ora non è più una necessità, ma un piatto da consumare freddo, lentamente, con il piacere di gustare ogni singolo attimo. Un abbraccio alla figlia, un pianto di commozione, un viaggio in macchina. Tarantino rallenta i tempi, li lascia assaporare, fa accadere le cose, e sostituisce la spada, compagna di ventura e di odio, con la filosofia, quella orientale, quelladi Pei Mei, che usa la saggezza (il continuo toccarsi la barba) e le mani, simbolo dell’umanizzazione dei sentimenti. La musica di Morricone viene chiamata in causa per  aggiungere e introdurre il potere della dolcezza, che pervade lo schermo insinuandosi nella durezza delle immagini e negli occhi di Uma, idimenticabile in ogni scena. “Kill Bill Vol.2” è anche un omaggio a un certo cinema, e riferimenti si sprecano. Da Leone ai film di Kung fu, da Lucio Fulci alla "Black Exploitation", Tarantino ha fatto sorbire ai suoi attori decine e decine di film e ha trascinato con l’entusiasmo il suo gruppo in una girandola di sensazioni, colori e suoni che hanno lentamente costruito il suo manifesto. Perché, si il regista ha fatto un film per il pubblico, ma anche per se stesso, per dire davanti allo specchio: “Cinema ti amo”.
Mattia Nicoletti

La seconda parte del quarto film di Quentin Tarantino comincia là dove era iniziata la prima, in quel meraviglioso bianco e nero che ritrae la Sposa insanguinata, accarezzata da una mano che potrebbe essere di un carnefice o di un’amante, senza però che il colore del sangue ne accentui la drammaticità. Eppure, se questo esordio non era nel primo episodio di buon auspicio, data la montagna di combattimenti e squartamenti propinatici, questa volta si dimostra buon profeta, difatti la violenza stempera la propria carica aggressiva e ridondante, i tempi si dilatano e la cronologia narrativa si compone di tanti brandelli di storia, schegge impazzite che si confondono e ci confondono, a cominciare proprio dall’episodio scatenante la vendetta, tema centrale della pellicola, girato per l’appunto senza colori e nel quale l’esecuzione spietata viene improvvisamente estromessa dallo splendido innalzarsi di un dolly. La vendetta acquista col passare dei minuti una valenza quasi romantica, spirituale, grazie soprattutto alla geografia dell’ambientazione, che perde le accezioni metropolitana ed orientale del primo episodio per ritornare alla terra amata, l’America rurale delle highways e del cinema western, al confine con il Messico. Ritroviamo così le strade polverose, i cappelli e gli stivali dei cowboys, tanto per ribadire ancora una volta i riferimenti cinematografici del regista (che finalmente, dopo tante colonne sonore “alla Leone”, sceglie di utilizzare direttamente una partitura morriconiana). Il Bill del titolo acquista il ruolo centrale che tutti si attendono, grazie anche al magnifico volto di David Carradine, duro come una pietra ma carico di fascino ambiguo, che riesce a fare apparire quasi giustificabile l’orribile gesto commesso. Ma la caratterizzazione più preziosa è quella di Michael Madsen, il duro che deve cedere alle esigenze della sopravvivenza e lasciarsi maltrattare dal datore di lavoro, mostrando splendidamente come anche per lui la vita di tutti i giorni sia lastricata di sofferenze e frustrazioni; strazia il cuore vederlo tornare di sera nella sua baracca come un cane bastonato, ed ascoltare nella penombra del crepuscolo una romantica ballata di Johnny Cash.
Questo volume due chiarisce gli intenti dell’opera tarantiniana che nell’uno restavano poco chiari; l’impronta marcatamente e spudoratamente di genere di attenua, e nel complesso l’opera rappresenta davvero la perfetta fusione tra la stilizzazione di Pulp Fiction e l’”umanizzazione” di Jackie Brown, per la quale anche se gli eroi compiono imprese impossibili, in fondo possiedono anche loro dei sentimenti comuni agli altri esseri umani, tanto che l’epopea di Uma Thurman trova, al di là dei suoi stessi intenti, una giustificazione nobile, ovvero il ricongiungimento con la figlia.
Il merito dell’autore sta nel rifiutare ogni univocità di lettura della sua opera, difatti gli elementi più disparati fanno capolino continuamente tra i solchi della rappresentazione, passando dalla classicità della Hollywood classica ai generi “stranieri” (western-spaghetti, kung fu…), le scelte stilistiche si modificano di continuo, dal bianco e nero alle cromature sporche da telefilm anni ’70 alle tipiche lentezze del cinema d’autore, ed il tempo si attorciglia in soluzioni mai banali. In ultima analisi un film sul cinema, l’opera d’arte più ricca di colori, sapori ed opzioni stilistiche dell’autore statunitense, che farà certamente la gioia dei suoi fans. Io continuo a preferirgli la classicità di Jackie Brown, ma è un’opinione strettamente personale, ed in ogni modo Tarantino dimostra di essere tra i pochi cineasti ad essere sempre in movimento; la sua è una vera e propria febbre di ricerca o, parafrasando Chaplin, una febbre dell’oro.
Mauro Tagliabue

Continuando a seguire quella che era la frase pubblicitaria del primo volume (“A roaring rampage of revenge”), la Sposa incontra e affronta gli altri tre suoi nemici: Budd, il fratello alcolizzato di Bill; Elle Driver, la cinica monocola, e, infine, il suo ex amante nonché maestro Bill, per la cui squadra di killer lavorava. Rischierà di essere sepolta viva, “resusciterà” (nella sceneggiatura originale si legge “like Fulci’s zombies”), ritroverà sua figlia B.B., che credeva morta. E scopriremo che Black Mamba è anche Beatrix Kiddo e una dolce mamma. Uscito sei mesi dopo l’ouverture, il volume 2 rischia la delusione di chi era rimasto estasiato dal precedente campionario di icone, feticci pop e aggressioni visivo-sonore: sorprendentemente, infatti, Tarantino imposta il film su toni e stili nettamente divergenti, quando non contrastanti. L’azione è sostituita da dialoghi calibratissimi e di rara intensità (Carradine che disquisisce di pesci rossi, vita e morte mentre prepara dei sandwich o che metaforizza la natura da killer di Beatrix tirando in ballo la genetica supereroistica di Superman), il tono si abbassa e si fa intimista, i ritmi si dilatano interiormente: con questo, Tarantino non rinuncia al suo cinema grandiosamente citazionista (soprattutto Zhang Che e i kung-fu movie degli anni ’70 nel capitolo dedicato a Pai Mei e, in generale, gli spaghetti western – in colonna sonora ci sono almeno sei tracce di Ennio Morricone – non disdegnando neppure la porta aperta sull’orizzonte del Sentieri selvaggi fordiano) e rende ancora più vivi e pregnanti i suoi personaggi, confermando la convinta impressione che il primo volume non era soltanto un baraccone fine a sé stesso. E se, tra un incipit in bianco e nero da antologia e un catfight di rara efficace violenza, il film mantiene una sua coerenza impressionante (chissà cosa succederà quando il film uscirà nella versione montata a film unico?), l’ultimo capitolo introduce finalmente un Tarantino inedito, spiazzante e altrettanto sorprendente: romantico, tenero, fieramente démodé. E,  si badi bene, non è la poesia dei perdenti o dei disillusi dei suoi precedenti film: qui tira in ballo sentimenti genuini e “positivi”, come l’amore coniugale e filiale, il senso della maternità e quello della femminilità, l’accettazione serena che è possibile cambiare vita da una parte e della morte dall’altra. In un contesto del genere, dunque, il duello finale con Bill, brevissimo e addirittura risolto a sedere, è un colpo d’ala che toglie il fiato e costringe a ripensare tutto il film non come una banale vicenda di sanguinosa vendetta ma come una sfolgorante e sensuale storia d’amore (si vedano le immagini finali sui titoli di coda in cui, davanti a trasparenti genialmente hitchcockiani e con in sottofondo Goodnight Moon di Shivaree, la protagonista guida finalmente pacificata per strade nonostante tutto tortuose e ancora curvilinee), un melodramma sulla perdizione e la redenzione in cui la violenza dei sentimenti è ancora più forte e lancinante di quella dei corpi intesi come macchine per uccidere. Nota bene: se il proiezionista fa il bravo (e, ahimè, in Italia non è davvero detto), c’è una simpatica bonus scene al termine di tutti i lunghissimi titoli finali.
BN/COL         AVV-KU FU         137’        * * * * *
Roberto Donati

Una porta che da un interno buio, dove è collocata la macchina da presa, apre verso un esterno luminoso, simmetrica nel centro del quadro. Solo che La Sposa, a differenza di John Wayne in Sentieri Selvaggi, non la varca completamente. E’ una tra le prime sequenze di Kill Bill – Vol. 2, che potrebbe ben rappresentarne il senso. Il citazionismo continuo, il riutilizzo di materiale “altro”, non diviene mai completa aderenza al mito, ad un genere, ad uno stilema definito, bensì risulta solo il trampolino di lancio per uno stile ormai personalissimo, riconoscibilissimo, che può piacere o non piacere, ma che è assolutamente cinema allo stato puro. Un gioco pop-intelletttuale che prende, sempre, una strada propria, autonoma, che riesce, nella referenzialità evidente, a sorprendere sempre. E se il volume 1 di questo Kill Bill stupiva per lo stile vorticoso, per il lussureggiante rimpasto di elementi delle più disparate provenienze, continuamente accelerati, e per le discutibili “scorrettezze” morali ai danni dello spettatore, questo secondo capitolo sorprende per il testuale ribaltamento dei caratteri salienti del primo, rimanendo, con un’abilità fuori del comune, nell’ambito della stessa cifra stilistica. Per cui laddove il primo era azione, violenza, ritmo, questo è dialogo, respiri ampi, meditazione, e anche rigore morale. Perché a parte qualche infrazione, come l’occhio di Daryl Hannah/Elle Driver schiacciato sul pavimento dal piede della sposa, Tarantino rispetta lo spettatore. Esempio ne è la straordinaria sequenza del matrimonio, il Capitolo Sei – Massacro ai Due Pini, il primo di questo secondo capitolo, in cui la macchina da presa di Quentin esce dalla cappella con uno straordinario carrello all’indietro, inquadra i killer pronti ad entrare in chiesa e si allontana, alzandosi a volo d’uccello, facendo solo intuire dal rumore degli spari cosa stia accadendo.
Si è detto che questo Kill Bill vol. 2 è soprattutto un film di dialoghi; i quali non raggiungono la follia e la divertentissima inutilità di Pulp Fiction, ma rimangono un esempio straordinario di parole al cinema, un campionario di battute divertenti, ironicamente epiche, fintamente solenni, che si mescolano con una colonna sonora come sempre eccellente, in cui spicca un brano di Morricone. I dialoghi consentono a Tarantino di giocare per tutto il film sulla figura del campo/controcampo, realizzata con mille e più variazioni, originando momenti di grande cinema (si veda il dialogo tra Bill e La Sposa al tempio di Pai Mei, in cui il volto dell’uomo è ripreso attraverso il riflesso nello specchietto dell’auto e rimane in campo al fianco di quello della Sposa).
E l’apparente futilità degli straordinariamente ritmati dialoghi consente a Tarantino, come in Pulp Fiction, di mostrarci come nel suo mondo gli eroi, né buoni né cattivi come nella diegesi di ogni spaghetti-western, agiscano straordinariamente con la massima naturalezza, mentre le vere sconfitte maturano nella “normalità”. Micheal Madsen dà il volto al più emblematico, in questo senso, dei personaggi, che, iniziata una “pulita” carriera da buttafuori, lui funambolico killer e improbabile formidabile spadaccino, subisce le cattiverie del suo datore di lavoro, rassegnato, per poi tornare alla sua solitudine accompagnato da una ballata di Johnnny Cash. Un romanticismo toccante e al tempo stesso divertito, che penetra, coerentemente, in universo ideale fatto di rutilanti frammenti di strati culturali apparentemente inconciliabili tra loro. Come non ridere di gusto al momento del confronto tra Bill e La Sposa, quando lo spietato killer si inerpica in una serie di riflessioni divertentissime sugli eroi dei fumetti? Un folgorazione geniale e beffarda, che trova linearità solo grazie alla forza prorompente del regista del Tennessee. 
Delle continue sorprese che il film riserva, il finale ne rappresenta forse la più grossa. Un lieto fine improbabile, mieloso, hollywoodiano, che viene, tuttavia travolto dall’ironia beffarda e vitale di Tarantino, che pare filmare questa sorprendente conclusione con una grassa risata, venata di malinconia e romanticismo. 
Un film sorprendente, quindi, sotto tutti gli aspetti, e superiore al primo, di cui non è una semplice “prosecuzione”, ma una sorta di seguito stilisticamente del tutto slegato dal primo, e ad esso unito dall’indiscutibile capacità del suo autore, unico regista in grado di gestire, con tale uniformità, il gusto sardonico dell’assimilazione onnivora di riferimenti di livelli svariati. Un'unica domanda, continua a sorgere, soffocata da tanto splendore: ci divertiamo più noi spettatori ad inseguire, meravigliati, la foga assimilatoria di Tarantino, o è lui, che si continua a sollazzare filmando il suo immaginario? Forse fino a che la qualità rimane questa, la risposta ha poca importanza.
Simone Spoladori

Il secondo volume del tomo tarantiniano vede ancora la spo a assetata di vendetta a caccia di Bill e di cio' che rimane della sua gang di killer. Rispetto al primo episodio il ritmo, gia' non febbrile, si dilata ulteriormente, sottraendo spazio all'azione e aggiungendone ai dialoghi: alcuni divertenti, altri noiosetti e molti ormai di "maniera". Se, infatti, le dissertazioni su "Like a virgin" di Madonna da parte dei malavitosi de "Le iene" scardinavano con genialita' le regole del "genere" contaminando di vitale follia i personaggi, il pistolotto finale di Bill, su Batman e Superman, risulta invece smaccatamente cerebrale e suona forzato. Caratteristica che, purtroppo, finisce per estendersi alla maggior parte dei dialoghi, dai poco interessanti scambi iniziali tra Bill e il fratello, fino al siparietto sul pesciolino calpestato, stile Famiglia Addams, del pre-finale. Le sequenze piu' riuscite restano ancora quelle d'azione, perfettamente coreografate e dirette con estrema fluidita' e grande senso del ritmo, senza l'approssimazione imperante negli attuali action-movie. Tra i tanti personaggi disseminati nel racconto, spiccano le piccole parti di Gordon Liu (il maestro Pai Mei) e dell'incisivo Michael Parks (Esteban Vihaio), mentre i co-protagonisti deludono un po' le aspettative, sia a causa delle caratterizzazioni che dell'espressivita' degli interpreti. In particolare non convincono la ghigna costante e l'aplomb da camionista di Daryl Hannah/Elle Driver e l'opacita' di David Carradine/Bill, la cui maschera monolitica viene spacciata per carisma. Discorso a parte per la protagonista Uma Thurman: rispetto al primo volume acquista spessore come personaggio e credibilita' come attrice, valorizzando un ruolo cucitole su misura dall'adorante Tarantino. Quanto alle immancabili citazioni, ormai cifra stilistica del regista, l'"Hong-Kong Movie", comunque presente, cede la scena al "Western", perlopiu' "Spaghetti", e cerca l'afflato epico rispolverando le sonorita' indimenticabili di Ennio Morricone. Probabilmente ci sara' chi andra' in sollucchero in mezzo a tanta esibizione di cultura cinematografica, mentre altri, alla dodicesima zoomata che fa tanto "wuxia" film o all'ennesimo confronto presentato come sfida all'OK Corral, si limiteranno a constatare nell'indifferenza, senza capire che la citazione non e' gratuita, ma fondamento della struttura del film, e racconto essa stessa, e bla-bla-bla... Che dire, fa piacere ch  qualcuno cerchi strade diverse, ami il cinema, lo viva con passione e competenza e abbia una visione chiara di cio' che vuole e di come ottenerlo. Ma da qui a goderne, c'e' una bella differenza e il risultato resta saldamente ancorato al "ni'".
Avviso per i fedelissimi: non siate impazienti e gustatevi i bei titoli di coda fino in fondo. Le sorprese non sono finite!
Luca Baroncini (
da www.spietati.it)

Tarantino cita Fulci: ma chi era costui?

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