Quindici anni- La scuola
IV
di Yoji Yamada, Giappone, 2000.
L’autore è tra i più conosciuti e
produttivi in Giappone ed ha legato il suo nome alla serie
“Tora-san” che ha costituito un enorme successo anche
per la casa di produzione Schochiku; e proprio in questa
casa di produzione l’autore ha cominciato a girare i
propri film, in opposizione con la tendenza alla fuga di
autori conquistati dalla Nouvelle Vague francese, (si parla
infatti dello Stile Nouvelle Vague di Shochiku a partire dal
1961 e si può ricordare che in questa tendenza rientrò
anche Nagise Oshima), conoscendo il primo successo nel 1966
con “Dipende dalla fortuna”, un film basato sulla
comicità popolare di Rakugo.
Paradossalmente la poetica di questo film sembra individuare
una nostalgica sedimentazione degli stilemi della Nouvelle
Vague francese tra le pieghe della cultura popolare
mediatica giapponese, dove piani sequenza con la macchina da
presa a spalla, esprimenti un’innecessaria quanto aliena
mobilità, o trattamenti anti-illustrativi della colonna
sonora concorrono, almeno per lo spettatore occidentale, in
una messa in abisso dell’estraneità. Così il trattamento
della fotografia rivendica quella neutralità realistica
molto comune al cinema italiano dell’eredità post
neorealista, finchè un tema folklorico non le permette di
contrastare poeticamente il quadro; mentre il film sembra
invece votarsi definitivamente alla narrazione televisiva
nel semplice articolarsi dei piani nelle descrizioni dei
caratteri di costume, come la sala di pachinko o il karaoke,
o nel privilegiare un incontrollato apparire di abiti e
calzature che ci danno quasi un’immagine capitolina della
periferica isola dell’arcipelago giapponese.
Il racconto del viaggio di formazione del ragazzo diventa
così il pretesto per intraprendere un discorso sul viaggio
della formazione del linguaggio filmico, facendo coincidere
spostamenti e crescita in modo quasi letterale; sono infatti
le forme cinematografiche che si pongono come equivalenti
dei mezzi stessi di spostamento a segnare i momenti più
importanti della crescita del protagonista, come i numerosi
camera-car trattati con grande sobrietà spesso lasciando il
ragazzo fuori campo con il suo mutismo sempre più
interrotto da risposte monosillabiche fino al suo aprirsi
con camionista ci rivela il pensiero del figlio quasi
artistico, ma allora alla ripresa frontale succede
un’inquadratura laterale dove i profili sono vicini, non
più estranei.
La maturità diventa anche parola e insieme comunanza mentre
il vocabolario di Yamada sembra impennarsi in ansie
infantili, deformanti, anche semioticamente, lo statuto
realistico che procede spesso anche con un topografismo
esatto in cui gli edifici, gli isolati, le strade e persino
gli autogrill trovano sempre collocazioni esatte,
cartograficamente ricostruibili; ma allora l’età
incriminata del viaggio di formazione potrebbe essere una
sintetica anzianità impenitente: quella dell’autore, che
tra l’altro è nato in Siberia durante la dominazione
giapponese in Manciuria, lo stesso luogo da cui il veterano
del film è tornato dimezzato, come a suggerire la
possibilità di una doppia giovinezza per il vampiresco
Yamada, che si accosta al filone del cinema della crisi
economica per ricavarne l’immagine sociale di un’umanità
vibrante e sensibile.
Non è però l’organizzazione scolastica, nella sua deriva
capitalistica, ad orientare la crescita del protagonista e
così le età inquiete finiscono per ritrovarsi piuttosto
viaggiando lungo le periferie, recuperando un’umanità che
rasenta il populismo del colore popolaresco: ma poi
veramente stupisce che il correlativo di questa matrice
filmica sia il successo commerciale dell’autore? Non è
Hollywood ad insegnare la necessità di un inserimento nel
dibattito vivo, per cui la sclerotizzazione rappresenta
sempre un limite finito e aggiornabile?
Ruggero Lancia
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