The
big Lebowsky-Il grande Lebowsky
(1996) di J. & E. Coen
Il cinema dei Coen, sempre così
visionario e surreale ma non belligerante alla Coppola od Herzog bensì anche
poetico, lirico, onirico, raggiunge in Big Lebowsky l’apice della curvatura.
Le prove generali di Fargo avevano dimostrato che i fratelli californiani ci
sapevano fare: ritmo impeccabile, nessun spreco di primi piani o musiche a
effetto, trama solida e sceneggiatura rispettata – aspetto che se un tempo era
scontato oggi diventa pregio.
Più tardi, alla fine degli anni ’90 arriverà “Fratello dove sei?” che
non è un passo indietro, ma piuttosto un musical blues e religioso pervaso di
etica e moralità..; però la curva è ineluttabilmente discendente perché i
Coen pensiamo fermamente abbiano già detto tutto ciò che era il loro talento
(e di talento ce n’era visto che sono sempre stati anche co- sceneggiatori di
se stessi!).
Big Lebowsky dunque, e quindi Drugo Jeff Bridges, Steve Bushemi e John Goodman.
Il perno di tutto è Drugo, un Jeff Bridges trasandato e ingrassato, fumatore di
cannabis, derelitto che vive alla giornata e sembra bastargli, appassionato di
musica anni ’70 e solo al mondo. Solo se non fosse per Bushemi e Goodman che
lo tormentano ognuno con le proprie nevrosi ma lo divertono pure nelle
sacrosante partite di boowling.
Due a mio parere sono le perle del film, che comunque tiene sempre fede alle
premesse e non derazza mai se non – un tantino – nel tratteggio dei
nichilisti che appare un po’ fiacco e messo là per forza: la prima è la
scena al rallentatore che mette a fuoco il mitico Jesus John Turturro (attore
feticcio dei Coen), che lecca la palla da boowling prima di tirare con
l’assolo dei Gipsy King nel rifacimento di Hotel California che sale di
volume…; l’altra è il sogno di Drugo che, in precedenza narcotizzato, si
abbandona a tutto ciò che vorrebbe volteggiando in un cielo stellato e passando
sotto le gambe di una fila di ballerine con le gonne larghe e colorate (e qui la
sua faccia si illumina)…, fino a rovinare contro i birilli (qui
l’espressione cambia) a mò di boccia da boowling. In questa seconda c’è
uno degli aspetti più significativi dei 2 registi: l’amore per il sogno
inteso come unico momento incontaminato in cui l’uomo esprime i propri
desideri, al di là dei codici e delle leggi scritte.., e questa
rappresentazione dell’onirico, seppur presente sia in Hulla Hop che in
Fratello dove sei, qui in Lebowsky raggiunge la realizzazione più degna.
Non
sono e non diventeranno mai dei maestri i Coen, almeno credo, eppure sfiorano
talvolta toccandolo un teorema che pochissimi (di certo Fellini si!) hanno
centrato. Ciò che si diceva prima appunto: il racconto leggero, l’alternanza
dei toni, la riflessione divertita, il surreale appunto…, e non
l’approfondimento, non l’inchiesta, non la psicoterapia, non il dover trarre
morali! – del resto la vera stoccata di Kubrick fu che Stranamore raccontò la
Guerra Fredda con le gigionate di Sellers e Scott nella sala ovale o, come disse
quell’attore:”… ha carattere, cioè ciò che mi piace di Laura è che non
se la prende mai con nessuno se ha la luna storta, e questo è carattere!”.
Claudio Bacchi
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