CHIACCHIERATA CON ALESSIO DELLA VALLE

 

 

  1. Ciao Alessio. Com'è nata l'idea del backstage di “Piovono mucche”?

Era il 2001 ed ero alla fine dei miei quattro anni di studio di Cinema presso il DAMS di Bologna; sentivo di aver imparato molta utilissima teoria ma poca pratica e decisi quindi di utilizzare la tesi come strumento per colmare questa lacuna. Per cui mi sono inventato un tipo di tesi che allora veniva considerata “sperimentale”, una tesi cioè che seguisse interamente la lavorazione di un film dall'idea alla distribuzione. Proposi l'idea ai miei due relatori, Antonio Costa e Giovanni Robbiano, e loro la approvarono con entusiasmo. Quindi il punto di partenza è stato la mia tesi di laurea. E siccome non avevo voglia di scrivere e basta ma avevo anche tanto voglia di girare qualcosa di mio, decisi che avrei trovato una produzione cinematografica sul territorio italiano che mi permettesse non solo di seguire la lavorazione di un lungometraggio per il cinema ma anche di girarne il backstage.

E devo dire che a conti fatti è stata un'ottima scelta dato che è anche grazie ad esperienze come quella che oggi lavoro nel cinema e nella televisione di Hollywood, California, dove sono arrivato nel 2005 con la borsa di studio per un Master in Regia Cinematografica Fulbright/Sergio Corbucci.

2. Come sei entrato in contatto con la produzione del film?

Ho semplicemente contattato ogni produzione che all'epoca stava per iniziare a girare un film in Italia. Ricordo che mi presero cinque produzioni, tra cui la Colorado di Salvatores che all'epoca stava per girare Amnesia .

  1. Ti è stato difficile prima proporre e poi realizzare il documentario del dietro le quinte?

Credo di sì. Infatti il problema di 4 su 5 di quei film era che, essendo progetti relativamente grossi, non mi lasciavano molta libertà di curiosare e imparare né tantomeno di girare il backstage. E io volevo imparare quanto più possibile intervistando direttamente il direttore della fotografia piuttosto che l'elettricista o la costumista, ecc., e non sbirciare dalla serratura.

Volevo utilizzare il backstage per chiedere – cosa che poi ho fatto - ad ogni figura lavorativa com'era che svolgevano il loro lavori, con quali strumenti, ecc.

E' così che scelsi il set di “Piovono Mucche”, il più piccolo tra la rosa che avevo a disposizione e quindi anche il più “tranquillo"; dove venni accolto a braccia aperte dal produttore Arcopinto che fu con me gentilissimo e disponibilissimo oltre ogni aspettativa, pensa che addirittura al primo incontro mi mise in mano una copia della sceneggiatura. Questa cosa mi colpì molto.

  1. Che realtà ti sei trovato di fronte, vista la particolare natura dell'operazione?

Un'esperienza incredibile. Non solo ho imparato sul lato professionale ma anche e soprattutto sul lato umano, per via del fatto che metà del cast era appunto composto da disabili. Alcune delle interviste più belle che ho poi inserito nel backstage me le hanno rilasciate proprio loro.

  1. Qual è, a tuo avviso, il maggior pregio del film?, e del backstage?

Il maggior pregio del film è probabilmente il fatto che i disabili sono ritratti come persone e non come stereotipi. Il maggior pregio del backstage è forse il fatto che sia un vero e proprio viaggio all'interno di un mondo, cioè invece che essere un semplice documentario io credo che racconti una vera e propria storia in cui è possibile immedesimarsi.

  1. Già il film, a suo modo, documenta il reale; il backstage, in questo senso, è quasi un'operazione doppiamente truffautiana. Cosa ti eri proposto di riprendere e di realizzare, prima di realizzarlo?

Di imparare, vivere, sognare e lasciarmi guidare dalla mia piccola macchina da presa e dal mio istinto.

  1. Hai seguito anche la fase dei provini? Come si è svolta?

Ho seguito tutte le fasi, sceneggiatura, pre-produzione, location scouting, costumi, trucco, riprese, montaggio sviluppo e stampa nei laboratori, e distribuzione al Torino Film Festival; ma non i provini, erano già stati fatti quando io sono entrato a far parte del progetto.

  1. Quanto sei riuscito a integrarti con la troupe vera e propria del film? Avevi a tua volta una troupe?

Mi adoravano tutti. Sono stato accolto da tutti con il massimo della fiducia e dell'amicizia; è stata un'esperienza veramente bellissima e molto formativa. Inoltre ero in una posizione fantastica perché ero solo a fare le mie riprese, lavorando quando e come volevo a fianco della troupe del film, ero insomma a pieno titolo sulla nave e partecipavo al viaggio, ma da passeggero e non da equipaggio.

  1. L'idea del backstage sta sempre più diventando popolare, anche come extra dei dvd. La trovi un'operazione sensata?

Credo sia un idea molto intelligente, semplicemente perché serve a tutti. A chi c'era per avere un ricordo. E a chi non c'era per apprendere –se interessato- come quel particolare progetto ha preso corpo ed è stato poi realizzato.

  1. Improvvisavi o seguivi un canovaccio/sceneggiatura?

Nessuna delle due. Entrambi prevedono una base di idea. Invece la mia unica linea guida era quella di lasciare che la realtà stessa parlasse e non la mia intermediazione o un mio specifico punto di vista. Il mio compito –per come la vedevo io- era semplicemente quello di mettere un rettangolo attorno alla realtà stessa, che già di per sé era interessante, mi sentivo una sorta di Cartier-Bresson se così si può dire.