Spider
di David Cronenberg
Interpreti: Ralph Fiennes, Gabriel Byrne, Miranda Richardson,
Lynn Redgrave, John
Neville
Canada, 2002, 99 min.
Londra, ai nostri giorni.
Davis appena dimesso dal manicomio, si reca in una squallida
pensione. Comincia poi una peregrinazione per il quartiere
dove lui aveva abitato che si trasforma in un viaggio nel
ricordo. Soprannominato in quel modo dalla madre perché
intrecciava con le corde figura che ricordavano le
ragnatele, rimane traumatizzato da un avvenimento , il padre
avrebbe ucciso la madre per sostituirla con una prostituta.
Realtà, allucinazione? Il film non da risposte. Il suo
viaggio finisce dove era cominciato.
Male accolto dalla critica
italiana, adorato da quella francese, l’ultimo film di
Cronemberg divide come sempre. Tratto da un racconto di Mc
Grath apparentemente potrebbe sembrare lontano dalle sue
tematiche, ma ad una riflessione più puntuale vi si può
ritrovare il tema principe dell’ universo cronemberghiano:
il viaggio di un individuo all’interno della sua follia. L’ossessione
principale dei film del regista quella per il sesso, appare
nella sua evidenza. Sicuramente alla base della follia di
Spider sta un complesso edipico mai risolto. Egli è molto
attaccato alla madre e vederla che si bacia con il padre fa
nascere in lui un forte senso di disgusto, che lo porta a
fantasticare. Da quell’incubo non riuscirà più ad
uscire.
Lo spider adulto è il risultato di questo
avvenimento. Nella prima magnifica sequenza, lo vediamo
scendere dal treno con una valigia che poi vedremo contenere
i pezzi della sua storia, una sveglia, delle corde. Appare
dunque come un personaggio beckettiano, che arriva e ritorna
da un non luogo, e che cammina parlando tra se in una
squallida periferia londinese, che appare nella sua
indefinitezza, ne campagna ,ne città. Luoghi-non luoghi,
ibridi che si confanno molto bene al mondo del regista. Come
non luogo è lo squallido albergo dove va a vivere, fatto di
squallide stanze vuote dove Spider prosegue il suo monologo.
Queste location ricordano molto le stanze tortura dei
precedenti film, dove i personaggi sembrano inghiottiti
dagli oggetti. E’ qui dove si avverte maggiormente il
senso di solitudine del protagonista quando in una magnifica
scena ascolta da solo una straziante canzone di Natale.
Spider dunque si rivela
più che un film sulla follia un film sulla solitudine e sul
dolore.Dolore che esce a spazzi nelle confuse parole del
protagonista, nelle pagine del suo diario scritto in una
grafia incomprensibile, nello strazio dei ricordi di una
infanzia amara rovinata dal troppo amore della madre. Madre
che nella sua mente lo ha tradito e si è trasformata in una
squallida puttana e che ora ricompare nella figura della
padrona dell’albergo ,sinistra parodia della sua famiglia.
A lui non rimane che ricercare il contatto con la madre
sotto un mucchio di terra dove pensa che il padre l’abbia
sepolta.Ma la madre è altrove, uccisa dall’ossessione di
Spider e non può tornare.
Spider si rivela un film
magnifico, duro e freddo come una necroscopia, senza
speranza ne soluzioni. La grandezza del film sta soprattutto
nella recitazione Di Fiennes, che scende magnificamente nei
meandri della mente di Spider e in quella della Richardson
che sa essere contemporaneamente madre amorosa, prostituta e
severa padrona d’albergo.
Alla fine del film non rimane a Spider che scivolare nella
propria follia, come capitava ai protagonisti di Crash, ad
Irons di M. Butterfly e a tanti protagonisti dei film del
regista.
Mauro Madini
Spider è un genietto di
otto anni che costruisce ragnatele per fermare l’attimo
fuggente e difendersi dall’ineluttabile "panta
rei". Spider è un uomo di circa quarant’anni che,
dimesso dall’ospedale psichiatrico, cerca e ritrova il
proprio passato in un quartiere periferico di Londra. Spider
è un bambino che, in preda al complesso edipico, non riesce
ad accettare che la madre ami lui ma anche il padre, e in
maniera piuttosto diversa e "perversa". Spider è
un adulto disturbato che annota tutto il proprio passato su
un blocnotes in un linguaggio che è a noi indecifrabile.
Spider ha, da bambino, paura e timore del padre.
Spider rivede la madre nell’anziana istitutrice che
dovrebbe aiutarlo a reinserirsi nella vita normale. Spider
si sdraia in posizione fetale nella vasca, immerso nell’acqua,
alla ricerca dell’utero materno. Spider detesta la
"meretrice" che sottrarrà al padre e a lui stesso
il caldo abbraccio della madre. Spider sa che il padre ha
ucciso la madre in un momento di animalesco abbandono.
Spider è consapevole che il gas, in tutta la faccenda, ha
giocato un ruolo "primario"...
Spider è uno psicopatico che ci racconta le tragedie che
hanno costellato la sua esistenza, snocciolandole a morsichi
e bocconi, tra un’apertura e l’altra della preziosa
valigetta che conserva il "tesoro". Spider ha
poche certezze: quattro camice indossate una sopra all’altra,
un giro di spago che blocca un pezzo di cartone, le
immancabili sigarette... E poi solo i ricordi. La bellezza e
l’intelligenza della madre, andate sprecate fra le braccia
del padre, il degrado etico di quest’ultimo, la decadenza
morale delle quattro mura domestiche. Fino alla catarsi, al
momento della vendetta che diventa espiazione purificatrice.
L’ambientazione è cupa
e ossessiva, gli interni squallidi e maleodoranti, la luce
diventa accecante solo quando tenta di rendere il delirio
della follia. Si fa spesso uso dei contrasti cromatici, si
utilizzano ad arte le zone di luce ed ombra. Indimenticabile
la prima carrellata in piano sequenza che ci presenta il
protagonista che scende confuso dal treno. Inquietante la
compresenza di Spider adulto alla propria vita infantile.
Splendida Miranda Richardson che ben sa rendere la
duplicità intrinseca al ruolo materno. Irriconoscibile e
sorprendente Ralph Fiennes (protagonista de "Il
paziente inglese"). Chi è, insomma, Spider? Certamente
uno di noi.
Mariella Minna
Ci si sprofonda nella
poltrona fissando lo schermo bianco, poi le luci si
spengono, la realta' sfuma in un bagliore nero e prende il
sopravvento una storia dai confini rettangolari.
Gradualmente i colori, le voci, i suoni formano un tutt'uno
che, pur nell'immobilita' del viaggio, permette allo
spettatore di camminare in un sottile e quanto mai precario
limbo, dove emozioni e pulsioni hanno la possibilita' di
uscire allo scoperto. Il tragitto di "Spider" di
David Cronenberg, pero', non esce dal perimetro dello
schermo. Si e' testimoni di un delirio senza riuscire a
penetrarlo. L'idea di una follia non giustificata in modo
esplicito dal solito mattone in testa in eta' pre-puberale
e' molto interessante, perche' siamo abituati ad un rapporto
causa-effetto in grado di risolvere meccanicamente qualsiasi
alienazione.
Ma un soggetto cosi' complesso avrebbe avuto
bisogno di un approccio molto piu' visionario, in grado di
trasmettere quello che l'oggettivita' dei fatti nasconde.
David Cronenberg sceglie invece una messa in scena
essenziale e cupa ma tutto sommato piatta, conferendo al
racconto una lentezza che non diventa mai comunicativa. Il
vagare di un dolente Ralph Fiennes, tutto occhi sgranati e
biascichii, aggiunge poco ai moti del suo inconscio e l'idea
di rendere il protagonista testimone del suo delirio e',
all'inizio accattivante, poi semplicemente ripetitiva. Come
la tela di ragno entro cui "Spider" si rifugia
coltivando la sua insana follia. Gli unici guizzi sono nei
dettagli, molto cari al regista canadese e ammantati della
consueta morbosita' (una viscida anguilla per cena, i denti
neri della "nuova" madre, lo sperma gettato in
faccia allo spettatore), non sufficienti, pero', ad
approfondire un disagio e a renderlo toccante. Molto brava
la camaleontica Miranda Richardson, meno convincente il
volenteroso Ralph Fiennes: si ha costantemente la sensazione
che l'attore prevalga sul personaggio.
Luca Baroncini
Dennis Clegg dopo essere
stato dimesso da un ospedale psichiatrico sta cercando di
ricostruire la sua vita. Scrivendo un diario cerca di
scoprire la verità sul suo passato misterioso e traumatico
e sulla causa della morte di sua madre…
Come nel film Scanner il
regista David Cronenberg, isola le suo ossessioni sulle
metamorfosi corporali, circoscrivendole all’interno dello
spazio chiuso della mente umana. Il racconto in prima
persona dello schizzofrenico Dennis Clegg è un racconto
multiplo, non unitario. La soggettiva della mente malata del
protagonista offre al regista la possibilità di analizzare
la struttura e le derive del racconto per immagini. Nella
pellicola il prologo diventa l’epilogo e il concetto di
realtà, vera o apparente, è ucciso (come nel pasto nudo
Burroughsiano). Lo psicodramma edipico messo in scena con
elegante freddezza dall’autore canadese, è anche un
agghiacciante viaggio all’interno della mente alla ricerca
della definizione del concetto di realtà. L’alterazione,
l’illusione e l’allucinazione nel racconto sono sullo
stesso piano. La presenza di Clegg adulto, accanto al Clegg
bambino nel ricordo allucinatorio, ha un effetto straniante.
La rimozione catartica dopo la ricostruzione del trauma che
ha generato la follia è impossibile, perché la stessa
ricostruzione/rivisitazione è malata dall’interno.
Il virus cronenberghiano
dopo il corpo ha intaccato la mente, generando tranelli e
buchi neri nel racconto/confessione di Clegg (Cronenbergh).
Quello del regista canadese è quindi un film sulla malattia
della mente e del racconto filmico. Una malattia che ha
sconvolto l’ordine delle cose, annullando ogni concetto
estetico e manicheo, portando l’immagine sull’orlo di
una vertigine ontologica. La fotografia dipinge gli interni
con gli stessi colori degli esterni ricercando una piattezza
cromatica irreale. La bravissima Miranda Richardson
interpreta più personaggi, aiutando con questo espediente
la creazione dei falsi mondi paralleli della scrittura di
McGrath. La tela del ragno, è la metafora della ricerca di
una perfezione impossibile nella realtà.
Complesso e sfaccettato, Spider è un film che nel suo
distacco programmatico e apatico, nella sua esasperante
lentezza narrativa può disturbare lo spettatore.
Lasciatevi avvolgere dalla sua ipnotica rarefazione,
scoverete fra le pieghe una perfetta miscelazione di Becket,
Kafka e Freud. Quasi un diario sulla narrazione letteraria
novecentesca e sul rapporto tra scrittore e scrittura,
personaggio e interprete.
Spider è un opera minimalista, ma non minore all’interno
della filmografia di David Cronenberg.
Paolo Bronzetti
Spider, il ragno, o meglio la mente, nella
cui ragnatela ci intrappola il nuovo film di Cronenberg, un
gelido e asettico viaggio nella distorta mente di uno
psicopatico, interpretato dal bravo Ralph Fiennes. Il
regista canadese ci racconta infatti la storia di Spider,
schizofrenico che, uscito dal manicomio, si reca in una casa
di cura nel paesino in cui è cresciuto. Qui inizia una
sorta di indagine-rievocazione del proprio passato e delle
radici della propria pazzia, fino all’inquietante, edipica
e matricida verità finale. Nei 99 minuti di Spider,
Cronenberg immerge lo spettatore nella storia con una
singolare focalizzazione interna diretta sul personaggio
principale, e costruisce, pertanto, una prospettiva
deformante che si snoda lungo un oscuro flashback "al
presente", una proiezione mentale tutta diegetica che
giustifica anche la presenza "in campo" del
pensante nel pensato. Lungo questa prolungata analessi
Cronenberg dissemina particolari spaesanti, che trasmettono
allo spettatore quella sensazione di "disturbo"
che costituisce proprio l’intento principale del regista e
oggettiva questo viaggio nel labirinto mentale di uno
psicopatico.
Si va, quindi, da volute incongruenze narrative
a visioni, dall’utilizzo della stessa attrice (Mirando
Richardson) per più ruoli a continui salti dal presente ad
un passato pensato nel presente. Il film, pertanto, si snoda
come un intricato e funzionante meccanismo narrativo che
gioca con l’immedesimazione e l’aderenza dello
spettatore, riuscendoci molto bene, ma risultando,
inevitabilmente, limitato. Decisamente presente, infatti, l’impressione
che si tratti semplicemente di un esercizio di bella
calligrafia, un esercizio cinematografico un po’ fine a se
stesso. Questa impressione è accentuata da alcuni momenti
di indecisione stilistica, in cui lo spettatore è lasciato
in bilico tra due modalità di fruizione: da un lato il
congegno elaborato da Cronenberg invita nella mente
labirintica del suo personaggio e colpisce allo stomaco,
dall’altro la rarefazione emotiva e l’asetticità
tipiche del regista canadese costringono ad uscire dal
meccanismo e ad osservarlo freddamente dall’esterno,
trasmettendo un sensazione di parziale incompiutezza. Il
film è tratto dal romanzo omonimo di Patrick McGrath, il
quale ha personalmente curato il trattamento e la
sceneggiatura.
Simone Spoladori
Arrivato in una sorta di laido rifugio per
malati di mente o persone sole, Dennis Clegg –
soprannominato fin da piccolo Spider dalla madre per la sua
capacità di costruire raffinate ragnatele di corda nella
sua stanza/casa – rievoca la sua infanzia vissuta
malamente tra devastanti complessi pseudo-edipici e un padre
ubriacone, donnaiolo e violento. Dall’acclamato romanzo di
Patrick McGrath (che si basò su esperienze e conoscenze
anche autobiografiche: è figlio di uno psichiatra), che
insieme a Cronenberg sceneggia e modifica il suo stesso
testo, un film sulla schizofrenia che non riesce mai a
essere veramente dolente e irrazionale come la sporca e
anonima ambientazione inglese o la recitazione sottotono di
Fiennes: il regista lascia a casa tutte le sue ossessioni e
la sua primaria tematica del corpo per interiorizzare
(troppo) il dramma personale di Spider e concentrarsi più
sul dolore del ricordo che sul protagonista.
Ma tutto, dalla
rappresentazione stereotipata di un padre inesistente e
nocivo alla ripugnanza anche fisica della sosia della madre
fino alla presenza costante ma tutto sommato immotivata di
Spider nelle scene del passato, è vecchio e già visto e il
fondamentale binomio letterario donna angelicata/donna
vampira non regala mai riflessioni né emozioni. Da
Cronenberg è possibile aspettarsi anche forti delusioni, ma
raramente un film piatto e fatuo come questo: praticamente
non sfruttata la metafora delle tele costruite da Spider,
che in realtà è una mosca all’interno di esse e non un
ragno, come simbolo del suo essere prigioniero della sua
mente, vera e unica gabbia del proprio corpo. Musica di
Howard Shore, fotografia "grigio-britannico" di
Peter Suschitzky. DRAMM 98’ * *
Roberto Donati
Spider
è la storia di Dennis, un uomo (da bambino soprannominato Spider da sua madre)
che esce da un manicomio (ma la sua salute mentale è tutt’altro che
ristabilita) e va a vivere in una casa che ospita altre persone che hanno avuto
(e tutto sommato ancora hanno) problemi psichici. In un opprimente clima
kafkiano Spider/Dennis cerca di ricostruire il suo passato e forse si prepara a
completare ciò che non è riuscito a fare da bambino… ma forse è tutta una
sua fantasia malata…
Il nuovo film di Cronenberg non offre appigli sicuri allo spettatore, anzi lo
spiazza su più livelli. In primo luogo il regista canadese fa un film che non
somiglia né al Croneneberg consueto (quello, per intenderci, di Rabid, Brood,
Scanners…), né a quello un po’ più inconsueto (Crash, M.
Butterfly, Il pasto nudo). Spider è infatti diverso, sia
perché rinuncia all’orrore più sanguigno dei primi film, sia alle deviazioni
mentali, ma comunque più corporee degli altri titoli. Questa volta l’horror
risiede solo e soltanto nell’anima, nella mente di Dennis e il film propone
allo spettatore il mondo oscuro così come lo vede-ricorda-immagina o forse
inventa il protagonista. Per questo non è possibile appoggiarsi ad un trama
sicura, perché la storia è un insieme confuso di dati che Spider offre
a noi come ricordi, e questo anche quando è evidente che non può averli
vissuti o visti in prima persona (per esempio l’omicidio della madre: nel
flashback non è presente il piccolo Dennis, eppure l’adulto Dennis lo
ricorda…).
Insomma, il film è un rompicapo, com’è un rompicapo la mente dell’uomo,
disturbata da eventi probabilmente da ricondurre a brutte esperienze negli anni
d’infanzia, ma di fatto difficilmente interpretabili. Negli occhi di Dennis le
persone si confondo e quindi, forse, anche gli eventi, indipendentemente dal
fatto che essi siano in parte veri e in parte no, del tutto reali o
completamente inventati come reazione ad un’altra sconosciuta verità. Tutto
questa confusione rende il film ambiguo, ma, proprio per questo, molto
affascinate. Spider è infatti una lugubre esperienza unica, a cui però
la maggior parte del pubblico non è purtroppo preparata (quanti i mugugni in
sala!).
Chi scrive ama tutto il cinema di Cronenberg, ma predilige soprattutto i corpi
estranei, come questo Spider. Una volta di più David Cronenebrg dimostra
di essere due registi, con due approcci diversi nei confronti della realtà,
dove la visione più interiore (qual è appunto quella di Spider e del
secondo gruppo di film citati all’inizio) non significa il tradimento delle
sue qualità più carnali. Basterebbe vedere il misconosciuto Crimes of the
future (1970) per capire che fin dagli inizi Cronenberg non è mai stato
solo il regista delle "mutazioni", ma anche un autore legato ad
atmosfere più interiori e oniriche. Spider è, appunto, soprattutto
interiore ed onirico, raggelato in un clima da incubo, nel quale le case e le
strade prive di persone sovrastano il protagonista, lo rendono una impotente
apparizione all’interno di un quadro metafisico, un individuo che si trova
circondato (come nel sogno iniziale di Il posto delle fragole di
Bergman, in qualche modo citato da Cronenberg) dalla frastornante materia di cui
sono fatti gli incubi.
Sergio Gatti
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