La visione in Kubrick: come il visivo sovrasta il genere

Dall’horror al film di guerra, dal noir alla fantascienza, dal sociale al film storico, dalla commedia al film psicologico. Beh, Stanley Kubrick ha notevolmente spaziato all’interno dei generi cinematografici, e questo fattore è stato probabilmente la chiave del suo apprezzamento da parte del grande pubblico. Ma un’analisi maggiormente approfondita sul cinema di Kubrick permette di comprendere che questo utilizzo eclettico del genere non è altro che uno strato superficiale che cela strutture filmiche ben più profonde. Elemento principale di suddette strutture è l’approccio al visivo.

Scrive Sandro Bernardi: […]“Lo spettatore rimane sempre consapevole di essere di fronte non a dei fatti, ma a una cangiante rappresentazione che, prima di essere un linguaggio, veicolo di significati, è un’arte della visione, manipolazione di forme e colori”. Kubrick dice esattamente la stessa cosa fornendo una spiegazione relativa alle scene finali di 2001:Odissea nello spazio: “2001 è un'esperienza non verbale. Su due ore e diciannove minuti di film, non ci sono neppure quaranta minuti di dialoghi. Ho cercato di creare un'esperienza visiva che aggira la comprensione e le sue costruzioni verbali, per penetrare direttamente l'inconscio con il suo contenuto emozionale e filosofico... Ho voluto che il film fosse un'esperienza intensamente soggettiva che colpisce lo spettatore a livello profondo della coscienza, proprio come la musica”.

Le strategie visive più accentuate appaiono in Kubrick sin dal suo secondo lungometraggio a colori, 2001:Odissea nello spazio (1968). Immediatamente stroncato dalla critica, viene apprezzato dal pubblico come nuovo fenomeno nel cult della fantascienza, ma non convince appieno: pochissimi i dialoghi, l’opposizione tra uomini e macchine (HAL 9000) sembra una piccolo accento rispetto all’intero film. Insomma: pare che il film voglia dire qualcosa ma non ci riesce. Analizzando il contenuto, effettivamente non ci troviamo di fronte a messaggi del regista di forte carattere politico, sociale, ecc., mentre è da un punto di vista meramente espressivo che possiamo cogliere il vero intento di Kubrick: un’opera estetica in grado di trasmettere allo spettatore immagini, seppur non ricche di significati ben definiti, di straordinaria bellezza cromatica e dinamica. Nel ’71 esce Arancia Meccanica: qui sia espressione sia contenuto sono investiti di precisi significati. Ancora oggi meravigliano le tecniche visive e i virtuosismi utilizzati (numerose carrellate, primi piani in grandangolo, utilizzo innovativo delle musiche), ancora oggi la crudeltà di alcune immagini costituisce un pugno nello stomaco. Ma l’estetica per Kubrick sono anche la pittura e la natura; ecco come in Barry Lyndon la visione è resa sublime dai personaggi e dai paesaggi che vengono catturati dalla macchina da presa e che, partendo dai piccoli particolari, lentamente si allargano grazie allo zoom all’indietro e divengono veri e propri quadri. Shining rappresenta, come 2001, un approccio al visivo decisamente unico: colori e simbolismi si susseguono per tutto il film, la storia lascia il passo alle immagini e ai numerosi contrasti spaziali (dentro/fuori) e cromatici (buio/luce). La fotografia di Full Metal Jacket non si distingue molto dai grandi film di guerra, ciononostante pone ogni elemento in una spazialità del tutto nuova: il Vietnam non è visto come un selva fitta e labirintica, bensì come enormi spiazzi desolati dai quali spuntano radi ammassi quadrati di cemento e palme. Le notti poco affollate ma piene di neon sono la cornice visiva di Eyes Wide Shut: onnipresenti alberi di Natale e illuminazioni rendono la scena quasi fastidiosa, luci troppo calde e accoglienti per essere davvero simboli di festa.
Francesco Flomin

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