Pleasantville
A Pleasantville si fa tutto con
garbo e gentilezza. A Pleasantville si vive in ordine, armonia e tranquillità:
non piove mai e non va a fuoco niente; i vicini salutano cortesi mentre si
prendono cura del giardino; a tavola siedono, sorridenti, famiglie perfette:
mogli e mamme premurose, ragazzi diligenti, mariti affabili e papà comprensivi.
Pleasantville è il sogno americano, e non esiste: è una sit-com
anni ’50 in bianco e nero.
Ma David ci vive, con la mente, e ne conosce ogni storia, ogni nome, ogni
abitudine: accende la TV e cerca lì una dimensione ideale da sostituire al suo
mondo reale, vuoto di una madre assente e infelice e di una sorella frivola
tutta amichette della high-school e sesso con il bulletto di turno.
L’incantesimo accade mentre i due fratelli si
litigano il telecomando e dietro di loro, sullo schermo, i due fratelli del
telefilm si contendono un libro con gli stessi gesti. Il telecomando si rompe e
i ragazzi lo sostituiscono con uno nuovo e strano, dono di un altrettanto strano
antennista piombato provvidenzialmente in salotto: David e Jennifer vengono
risucchiati a Pleasantville.
E’ così che l’oggetto magico,
regalo di un donatore, permette all’eroe e alla sua aiutante – nelle nuove
vesti di Bud e Mary-Sue Parker –
di iniziare la loro avventura verso il ristabilimento dell’ordine.
Perché quello che regna a
Pleasantville è un ordine solo apparente, una quiete perversa, manifestazione
dell’immobilità e della costrizione dei pensieri e delle passioni di ciascuno
dei suoi abitanti: i fidanzati si tengono per mano e non conoscono il sesso; il
matrimonio perfetto è solo un vincolo sociale che esiste senza amore; le pagine
dei libri sono bianche; le strade compiono cerchi perfetti che chiudono la città
e non lasciano spazio alla nozione di ‘fuori’; gli imprevisti non accadono e
nessuno è emotivamente e intellettualmente pronto ad accettarli e superarli;
non esiste la pittura perché non esistono i colori.
I nuovi Bud e Mary-Sue scuotono la
pace di Pleasantville, liberandola dal suo grigiore: man mano che gli abitanti
provano sensazioni nuove e scoprono le loro intime inclinazioni, uscendo come
individui dalla neutralità della vita collettiva, la pellicola perde la sua
copertura bianca e nera. Persone e cose si colorano delle tinte sgargianti in
cui tutto il film è stato girato prima di essere corretto in bianco e nero: i
rossi, i rosa, i verdi e i gialli accesi e senza mezzi toni del mito del
divertimento anni ’50.
Insieme a Pleasantville si svegliano
anche i due gemelli: Jennifer, eroina portatrice di quella sapienza sessuale che
regala il primo rosso alla città, si colora solo quando scopre l’amore per i
libri. David, eroe portatore della cultura e dell’arte, quando tira un pugno
per difendere la signora Parker, vivendo così il piacere della complicità con
la figura materna, che saprà poi ritrovare con la sua vera madre.
Una vera e propria favola magica proppiana quella del viaggio di David e
Jennifer nel mondo di Pleasantville. Gary Ross, che questa favola ha scritto e
diretto, la usa per sorridere – non senza una certa amarezza – del sorriso
finto di cui ama vestirsi la sua società: quella vera e quella che, nelle
sit-coms, la guarda e la descrive dallo schermo.
Decisamente da vedere. Peccato che l’eroe, da buon eroe americano dei film,
abbia meno da imparare che da insegnare. Ludovica Maggi
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