Il Signore degli Anelli
La compagnia dell’anello
di Peter Jackson
Andrea Fornasiero
 
Questa è la storia di qualcosa di perduto e di ritrovato, ma è anche la storia di un mondo che è destinato a cambiare e a perdere la propria magia. L’Unico Anello è il più potente oggetto della terra di mezzo e il suo potere è così grande che corrompe chiunque cerchi di utilizzarlo. L’anello risponde ad un solo signore, un male oscuro e informe, un occhio che tutto vede, che si sta solo ora risvegliando nelle lontane terre di Mordor. Ad un mezzuomo che non è mai uscito dalle campagne della sua amata Contea spetta il peso di portarlo, di resistere alla sua eterna tentazione e di distruggerlo, ai suoi amici il compito di dargli la forza di resistere, ai suoi compagni d’armi quello di proteggerlo e di guidarlo in terre che non conosce. Agli schiavi dell’anello, i Nazgul, i nove cavalieri neri, come nove sono i membri della compagnia, spetta il compito di rubarlo per l’oscuro Signore, mentre agli Uruk-hai e alle altre creature al servizio di Isengard quello di portarlo a Saruman il bianco, stregone rinnegato e ora assetato di potere.
Portare sullo schermo l’intera trilogia di J.R.R. Tolkien e soprattutto il primo dei tre romanzi, è di per sé un’impresa epica, e sulla fedeltà al romanzo vi rimando ad un altro articolo (Dalla pagina allo schermo). Limitandoci al film la prima cosa che colpisce è il grande dispiego di mezzi utilizzato per ricostruire i tanti luoghi della Terra di Mezzo attraversati dalla Compagnia. Specialmente nel primo romanzo infatti il viaggio porterà i protagonisti attraverso paesaggi e incontri con popolazioni molto diversi tra loro. Nonostante i tagli operati da Jackson, per lo più concentrati sulla prima parte del viaggio, ci si trova comunque di fronte ad una carrellata di luoghi, che non solo movimenta le tre ore di visione facendole scorrere lisce come l’olio, ma addirittura corre il rischio di essere troppo veloce e di confondere chi non ha letto il libro, specialmente perché nessuno da una spiegazione del viaggio con una mappa a fronte. A parte questa leggera mancanza di chiarezza la regia del film è assolutamente al servizio della storia e si prende tutto sommato poche libertà di riscrittura. Il montaggio evita di saltare velocemente da una parte all’altra della Terra di Mezzo e i momenti in cui si lascia la compagnia per ammirare Saruman ad Isengard sono assolutamente identificabili come tali.
Il dispiego di mezzi digitali, che pure è evidente, non raggiunge gli eccessi di Episodio I - La minaccia fantasma, ne tantomeno quelli de Il Gladiatore, e alla vastità di città enormi e finte, si è preferito il dettaglio di ambienti ricostruiti dal vero, senza comunque evitare delle brevi visioni d’insieme che introducano le successive sequenze. Anche nelle scene d’azione Jackson ha evitato gli effettacci che tanto vanno di moda di questi giorni (su tutti l’abuso di ralenty e accelerazioni), riuscendo comunque a costruire degli scontri avvincenti.
Il prologo, che Nepoti su Repubblica trova il momento più debole del film, mi pare invece ben fatto sia per la scelta della voce narrante di Galadriel, che più di tutti perderà la sua grandezza a causa della distruzione dell’anello, sia per un’atmosfera rigorosamente mistica come si respirava nelle migliori sequenze dell’Excalibur di Boorman. L’altro momento in cui la regia da un’ottima prova di sé, è una sequenza di (falso) montaggio alternato così convincente da creare una sensazione di minaccia anche in chi ha letto il libro e sa già cosa sta per succedere. Mi riferisco ai Nazgul che come dei sicari cercano di uccidere gli hobbit addormentati, dove il rigoroso alternarsi delle inquadrature fa emergere la forza del linguaggio cinematografico. Per le regole del montaggio alternato infatti siamo portati ad immaginare che le due serie di inquadrature che si alternano giungeranno inevitabilmente a congiungersi, ma così non accade come in illustri precedenti (la sequenza dei sicari del Padrino di Coppola).
Il maggior pregio del film comunque sta nel suo ispirarsi più all’atmosfera dell’horror (da cui arriva Peter Jackson) che non a quella del cinema di avventura. Infatti la presenza malefica di Sauron si avverte per tutto il film e gli orchetti appaiono assai più minacciosi e reali di quanto non fossero, ad esempio, gli asettici soldati dell’impero di Guerre Stellari (unica vera pietra di paragone, molto più di Harry Potter). Nel cinema d’avventura, specialmente negli ultimi tempi, ci sono sì minacce terribili all’orizzonte, ma stranamente si respira l’atmosfera di una gita. Qui se anche la tensione può non sempre catturare lo spettatore, certo gli attori sullo schermo appaiono davvero impauriti da quello che stanno per affrontare, a ciò giova un’accurata e limitata esposizione degli avversari mostruosi che ci sono sempre mostrati solo dopo suoni e grida inquietanti. Ad esempio il Troll delle caverne nella stanza di Moria dove la compagnia si prepara a resistere è attentamente preparato da tamburi e grida, di cui però non vediamo l’origine e ancora più efficace è il Balrog che Jackson non ci mostra fino all’ultimo (e che pur essendo uno degli effetti più spettacolari del film resta nascosto anche nei trailers!).
Il senso della minaccia incombente, della situazione sulla lama del rasoio è davvero presente per tutto il film, come accadeva ad esempio nelle sequenze del Dracula di Coppola dove i protagonisti si avventuravano nel castello o nelle tombe. In questo senso l’atmosfera si farà ancora più opprimente nei film a venire.
Non mancano alcune scene divertenti che spezzano un po’ la tensione, ma il senso del pericolo non viene mai meno: il nano scherza ma gli elfi puntano tre frecce contro di lui, Boromir e i due hobbit ridono, ma uno stormo di uccelli da Isengard li costringe subito a nascondersi, Gandalf cerca a tratti di apparire disinvolto, ma lo fa perché non vuole demolire il morale del gruppo: è la sua saggezza che gli impedisce di scaricare sulle spalle degli altri le sue preoccupazioni.
Un particolare su cui Jackson ha investito molti sforzi è l’anello, quasi un personaggio, con la sua voce diabolica e irresistibile, protagonista di alcuni inquietanti primi piani e ancora più terrificante quando viene indossato da Frodo, o offerto a qualcun altro. Se su questo punto era impossibile superare il romanzo, mi sento di dire che Tolkien è stato eguagliato.
Tra le cose poi meglio riuscite, persino meglio che nel romanzo (e non me ne vogliano i fans di Tolkien, tra cui per altro mi annovero), c’è il rapporto tra Frodo e Sam che emana la sensazione di un’amicizia fortissima, tra due mezzuomini che sembrano due ragazzi, un legame più forte di qualsiasi pericolo, come non se ne vedevano al cinema dai tempi di Stand By Me di Rob Reiner. Film questo a cui si avvicina nei momenti in cui i due sono ancora nella Contea, ma sono anche vicini a lasciarla, sia per la situazione, che per le luci, che per la qualità della recitazione.
Qualità questa della recitazione che è decisamente sopra la media per tutti i personaggi (tranne Gimli e Legolas che non brillano perché i loro momenti devono ancora venire) e regala davvero delle ottime prove (ma d’altronde come avere dei dubbi?) con i tre grandi vecchi McKellen, Holm e Lee, rispettivamente Gandalf, Bilbo e Saruman. La colonna sonora per quanto forse un po’ ripetitiva non mi è parsa invadente, il volume delle musiche non è mai assordante, siamo quindi ben lontani dal gusto per il videoclip che pervade tanto cinema dei nostri giorni.
Il film insomma è (ri)scritto e girato con intelligenza, ha il tono dell’epica senza mai essere tronfio, trasmette il senso dell’avventura senza trasformarla in una gita per luoghi esotici, e se per chi non ha letto il libro potrà sembrare un po’ confuso, sarà anche un ottimo incentivo a leggere Tolkien. L’amore per i personaggi del romanzo è trasmesso con invidiabile sincerità da Jackson, regista tra i più eclettici, che qui ha scelto di controllare il suo talento per metterlo al servizio di una storia che lui, come mezzo mondo, ha amato davvero. Questo film è un omaggio a Tolkien, alla sua memoria ed è un bellissimo regalo per i milioni di lettori che si sono appassionati alla trilogia, e forse lo è ancora di più per quelli che non l’hanno mai letta (ma questo, davvero, sono troppo parziale per dirlo). Peccato dover attendere ancora un anno per Le due Torri e poi un altro ancora per Il ritorno del Re, la conclusione della saga.

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