Andrea Fornasiero
A
dodici mesi esatti di distanza dal primo capitolo della trilogia rieccoci
catapultati nella terra di mezzo, ormai sull’orlo del baratro. La
guerra incombe, entrambe le torri, Isengard di Saruman e Barad-dur
di Sauron, si preparano a sferrare il loro attacco all’umanità mentre
la compagnia si è disciolta e solo le azioni di Frodo e Sam possono
portare alla distruzione dell’anello e alla salvezza della terra di
mezzo.
Il secondo libro della trilogia di Tolkien
era probabilmente quello più adatto ad una trasposizione cinematografica
essendo, nonostante le sue tre diverse vicende, di cui una che non
si intreccia con le altre, più compatto degli altri due. Infatti la
battaglia del fosso di Helm, in cui il popolo di Rohan cerca di resistere
alle forze di Saruman, costituisce un fortissimo nucleo narrativo,
ed è proprio su questo che Jackson si concentra, prendendosi per altro
maggiori libertà rispetto al testo di partenza (si veda Dalla pagina
allo schermo).
Spettacolare l’inizio con le voci tra
i monti e l’epico scontro tra il Balrog e Gandalf, dopo il quale però
il film rallenta cercando di fare un po’ il punto della situazione
e portando più o meno lentamente i vari personaggi verso il culmine
del loro percorso. Rispetto al film precedente dove il protagonista
indiscusso era Frodo, qui Aragorn ottiene almeno lo stesso spazio
e probabilmente anche qualcosa di più. Come già detto è la battaglia
del fosso di Helm il punto centrale del film, e il viaggio di Frodo
risulta meno pregnante, quasi fosse una sotto-trama destinata a compiersi
nel terzo capitolo (cosa che in effetti accadrà).
Se quindi nel primo episodio avevamo
conosciuto gli hobbit, mentre gli altri personaggi erano apparsi un
po’ come delle figurine, qui abbiamo modo di fare maggiore conoscenza
non solo con Aragorn, ma anche con il nano Gimli, vero spirito ironico
del film. Lo scarto maggiore tra le due pellicole è che, nonostante
la catastrofe qui sia ancora più incombente, le battute di Gimli riescono
a rendere il clima più leggero e quindi le tre ore di film sono più
godibili per lo spettatore, soprattutto per quello non tolkieniano.
Il personaggio di Legolas invece rimane tanto spettacolare in battaglia
quanto indecifrabile dal punto di vista umano, d’altronde si tratta
di un elfo e Jackson lo voleva superiore alle passioni di uomini e
nani.
Vengono introdotti nuovi personaggi,
alcuni che resteranno anche nel terzo film e altri invece che hanno
un ruolo solo in questa pellicola. Tra i più duraturi sicuramente
Eowyn, la bella figlia del Re di Rohan, interpretata da Miranda Otto,
e Faramir il fratello di Boromir, interpretato da David Wenham, inoltre
ha un ruolo centrale, ma solo per questo film, anche Barbalbero, un
Ent ossia un pastore di alberi, la più vecchia creatura di tutta la
Terra di Mezzo. Soprattutto però è Gollum, che appariva di sfuggita
nel film precedente, a fare la parte del leone. E’ infatti la sua
doppia personalità, una tenera e remissiva e l’altra infida e traditrice,
a costituire il punto di maggiore interesse nel viaggio di Frodo.
Gollum è una creazione completamente
digitale, sebbene animata sui movimenti dell’attore Andy Serkis che
gli presta anche la voce (nell’originale naturalmente). Egli è stato
il precedente possessore dell’anello e non desidera altro che rientrarne
in possesso, allo stesso tempo però ricorda di essere stato Smeagol,
un hobbit, prima di avere l’anello e instaura una sorta di rapporto
d’amicizia con Frodo (ma non con Sam). E’ nel suo struggersi tra queste
due anime, travaglio sia interiore che fisico, così come nel suo corpo
deforme e viscido eppure spezzato e quasi indifeso, che il bene e
il male si affrontano. Sono i suoi grandi occhi a contenere tutte
le sfumature del dolore e della rabbia, della richiesta di aiuto e
dell’avidità, e questo è tanto più incredibile quanto più si pensa
che Gollum non è un attore, ma un’immagine digitale.
Oltre all’assedio del fosso di Helm e
al pellegrinaggio di Frodo verso Monte Fato, c’è una terza vicenda,
ossia quella dei due hobbit Merry e Pipino, che avevamo lasciati in
balia degli Uruk-Hai. Saranno loro con il proprio semplice buon senso
a mostrare al possente ma lentissimo Barbalbero quanto è urgente la
partecipazione al conflitto.
Ognuna delle tre storie raccontate nel
film ha un tema portante, il Fosso di Helm rappresenta la necessità
di un’unità multi-razziale, la rinnovata alleanza con gli elfi e i
nani, contro il male incombente. Il pellegrinaggio di Frodo ritorna
sulla centralità dell’amicizia e della fiducia, nel rapporto tra Frodo
e Sam, ma affronta anche le difficoltà di superare le proprie divergenze
e la pietà, sempre più urgente della punizione (questi due aspetti
riguardo a cosa fare con Gollum). Infine la vicenda di Merry, Pipino
e Barbalbero ha un contenuto evidentemente ecologico, mettendo in
scena la giusta furia della natura contro gli scempi dell’industria
(espressamente nominata come tale almeno in una occasione) di Saruman.
Il film comunque non risulta mai didascalico,
perché i personaggi hanno un’anima e danno il cuore nelle loro (belle)
parole, sia per fermare Saruman, le sue distruzioni e le sue armate,
sia per affermare la propria assoluta fedeltà e amicizia. L’amore
ha un suo posto nella tormentata storia tra Aragorn e Arwen, tanto
delicata in quanto vissuta solo in un ricordo, perché forse non è
stata che un sogno. Eppure è un sogno che rifiuta di morire e riporta
persino alla vita.
Gandalf, quasi reincarnato dopo il terribile
scontro con il Balrog, è ancora più sovrumano di prima ma non manca
di sorridere al ricordo di chi è stato e di gioire delle piccole conquiste
e vittorie dei suoi compagni. Sebbene bianco e potente non è terribile
quanto magnifico nel suo rappresentare il perdurare della speranza,
anche nel momento più buio.
Detto questo, anche più in dettaglio
di quanto non sono solito fare, dovrebbe apparire ridicola la classificazione
del film come "allegra scampagnata alla guerra", ossia la
lettura di alcuni giornali americani che vedrebbero nel film una sorta
di sostegno all’operato del presidente Bush in Iraq. Sebbene a Gimli
sfugga qualche battuta su quanto ami combattere gli Uruk-Hai, il clima
generale è tutt’altro che allegro e soprattutto il nemico non è umano.
La battaglia che si combatte è l’ultima possibilità per la sopravvivenza.
L’unico parallelismo possibile potrebbe essere con il nazismo (anche
perché il libro è degli anni '50), ma anche in questo caso solo fino
ad un certo punto.
Il film oltre a contenere messaggi di
pietà verso i deboli, anche quelli capaci di fare del male come Gollum,
ribadisce che nessuno ha il diritto di possedere l’anello, ossia un
potere troppo grande per l’uomo, ed è quindi in aperto contrasto con
chi oggi possiede il più grande arsenale di armi di distruzioni di
massa del mondo e punta il dito su paesi ridotti alla fame (spesso
da quello stesso paese o dal sistema internazionale che sostiene).
Concludendo: il film è come il precedente
realizzato in modo magnifico, sia dal punto di vista artigianale che
digitale, la fotografia da risalto a paesaggi belli e terribili e
la colonna sonora porta avanti con discrezione i leit-motif del primo
episodio. La regia è fluida e segue il filo del racconto, con la camera
spessissimo in movimento, ma non mancano stacchi improvvisi ed incisivi
a puntellare la struttura del film, così come le citazioni dal cinema
del meraviglioso del passato (la scena del passaggio degli olifanti)
agli orrori della propaganda (Il trionfo della volontà). Il
cast infine è straordinario: da McKellen che con due sorrisi rivela
tutto lo spessore di Gandalf, a Viggo Mortensen che con Aragorn passa
dallo spirito del guerriero a quello dell’innamorato, a John Rhys-Davis
che con Gimli porta alla luce tutta una sua vena comica, a Elijah
Wood che è costretto ad un lavoro molto più duro per il peso che l’anello
ha sul suo personaggio, fino a Sean Astin un Sam buono e pacioso ma
anche iracondo con tutto quello che minaccia il suo compagno e malinconico
al pensiero dell’orrore a venire e della distanza dalla Contea.