Il signore degli anelli:
Le due torri
di Peter Jackson
Andrea Fornasiero
 
A dodici mesi esatti di distanza dal primo capitolo della trilogia rieccoci catapultati nella terra di mezzo, ormai sull’orlo del baratro. La guerra incombe, entrambe le torri, Isengard di Saruman e Barad-dur di Sauron, si preparano a sferrare il loro attacco all’umanità mentre la compagnia si è disciolta e solo le azioni di Frodo e Sam possono portare alla distruzione dell’anello e alla salvezza della terra di mezzo.
Il secondo libro della trilogia di Tolkien era probabilmente quello più adatto ad una trasposizione cinematografica essendo, nonostante le sue tre diverse vicende, di cui una che non si intreccia con le altre, più compatto degli altri due. Infatti la battaglia del fosso di Helm, in cui il popolo di Rohan cerca di resistere alle forze di Saruman, costituisce un fortissimo nucleo narrativo, ed è proprio su questo che Jackson si concentra, prendendosi per altro maggiori libertà rispetto al testo di partenza (si veda Dalla pagina allo schermo).
Spettacolare l’inizio con le voci tra i monti e l’epico scontro tra il Balrog e Gandalf, dopo il quale però il film rallenta cercando di fare un po’ il punto della situazione e portando più o meno lentamente i vari personaggi verso il culmine del loro percorso. Rispetto al film precedente dove il protagonista indiscusso era Frodo, qui Aragorn ottiene almeno lo stesso spazio e probabilmente anche qualcosa di più. Come già detto è la battaglia del fosso di Helm il punto centrale del film, e il viaggio di Frodo risulta meno pregnante, quasi fosse una sotto-trama destinata a compiersi nel terzo capitolo (cosa che in effetti accadrà).
Se quindi nel primo episodio avevamo conosciuto gli hobbit, mentre gli altri personaggi erano apparsi un po’ come delle figurine, qui abbiamo modo di fare maggiore conoscenza non solo con Aragorn, ma anche con il nano Gimli, vero spirito ironico del film. Lo scarto maggiore tra le due pellicole è che, nonostante la catastrofe qui sia ancora più incombente, le battute di Gimli riescono a rendere il clima più leggero e quindi le tre ore di film sono più godibili per lo spettatore, soprattutto per quello non tolkieniano. Il personaggio di Legolas invece rimane tanto spettacolare in battaglia quanto indecifrabile dal punto di vista umano, d’altronde si tratta di un elfo e Jackson lo voleva superiore alle passioni di uomini e nani.
Vengono introdotti nuovi personaggi, alcuni che resteranno anche nel terzo film e altri invece che hanno un ruolo solo in questa pellicola. Tra i più duraturi sicuramente Eowyn, la bella figlia del Re di Rohan, interpretata da Miranda Otto, e Faramir il fratello di Boromir, interpretato da David Wenham, inoltre ha un ruolo centrale, ma solo per questo film, anche Barbalbero, un Ent ossia un pastore di alberi, la più vecchia creatura di tutta la Terra di Mezzo. Soprattutto però è Gollum, che appariva di sfuggita nel film precedente, a fare la parte del leone. E’ infatti la sua doppia personalità, una tenera e remissiva e l’altra infida e traditrice, a costituire il punto di maggiore interesse nel viaggio di Frodo.
Gollum è una creazione completamente digitale, sebbene animata sui movimenti dell’attore Andy Serkis che gli presta anche la voce (nell’originale naturalmente). Egli è stato il precedente possessore dell’anello e non desidera altro che rientrarne in possesso, allo stesso tempo però ricorda di essere stato Smeagol, un hobbit, prima di avere l’anello e instaura una sorta di rapporto d’amicizia con Frodo (ma non con Sam). E’ nel suo struggersi tra queste due anime, travaglio sia interiore che fisico, così come nel suo corpo deforme e viscido eppure spezzato e quasi indifeso, che il bene e il male si affrontano. Sono i suoi grandi occhi a contenere tutte le sfumature del dolore e della rabbia, della richiesta di aiuto e dell’avidità, e questo è tanto più incredibile quanto più si pensa che Gollum non è un attore, ma un’immagine digitale.
Oltre all’assedio del fosso di Helm e al pellegrinaggio di Frodo verso Monte Fato, c’è una terza vicenda, ossia quella dei due hobbit Merry e Pipino, che avevamo lasciati in balia degli Uruk-Hai. Saranno loro con il proprio semplice buon senso a mostrare al possente ma lentissimo Barbalbero quanto è urgente la partecipazione al conflitto.
Ognuna delle tre storie raccontate nel film ha un tema portante, il Fosso di Helm rappresenta la necessità di un’unità multi-razziale, la rinnovata alleanza con gli elfi e i nani, contro il male incombente. Il pellegrinaggio di Frodo ritorna sulla centralità dell’amicizia e della fiducia, nel rapporto tra Frodo e Sam, ma affronta anche le difficoltà di superare le proprie divergenze e la pietà, sempre più urgente della punizione (questi due aspetti riguardo a cosa fare con Gollum). Infine la vicenda di Merry, Pipino e Barbalbero ha un contenuto evidentemente ecologico, mettendo in scena la giusta furia della natura contro gli scempi dell’industria (espressamente nominata come tale almeno in una occasione) di Saruman.
Il film comunque non risulta mai didascalico, perché i personaggi hanno un’anima e danno il cuore nelle loro (belle) parole, sia per fermare Saruman, le sue distruzioni e le sue armate, sia per affermare la propria assoluta fedeltà e amicizia. L’amore ha un suo posto nella tormentata storia tra Aragorn e Arwen, tanto delicata in quanto vissuta solo in un ricordo, perché forse non è stata che un sogno. Eppure è un sogno che rifiuta di morire e riporta persino alla vita.
Gandalf, quasi reincarnato dopo il terribile scontro con il Balrog, è ancora più sovrumano di prima ma non manca di sorridere al ricordo di chi è stato e di gioire delle piccole conquiste e vittorie dei suoi compagni. Sebbene bianco e potente non è terribile quanto magnifico nel suo rappresentare il perdurare della speranza, anche nel momento più buio.
Detto questo, anche più in dettaglio di quanto non sono solito fare, dovrebbe apparire ridicola la classificazione del film come "allegra scampagnata alla guerra", ossia la lettura di alcuni giornali americani che vedrebbero nel film una sorta di sostegno all’operato del presidente Bush in Iraq. Sebbene a Gimli sfugga qualche battuta su quanto ami combattere gli Uruk-Hai, il clima generale è tutt’altro che allegro e soprattutto il nemico non è umano. La battaglia che si combatte è l’ultima possibilità per la sopravvivenza. L’unico parallelismo possibile potrebbe essere con il nazismo (anche perché il libro è degli anni '50), ma anche in questo caso solo fino ad un certo punto.
Il film oltre a contenere messaggi di pietà verso i deboli, anche quelli capaci di fare del male come Gollum, ribadisce che nessuno ha il diritto di possedere l’anello, ossia un potere troppo grande per l’uomo, ed è quindi in aperto contrasto con chi oggi possiede il più grande arsenale di armi di distruzioni di massa del mondo e punta il dito su paesi ridotti alla fame (spesso da quello stesso paese o dal sistema internazionale che sostiene).
Concludendo: il film è come il precedente realizzato in modo magnifico, sia dal punto di vista artigianale che digitale, la fotografia da risalto a paesaggi belli e terribili e la colonna sonora porta avanti con discrezione i leit-motif del primo episodio. La regia è fluida e segue il filo del racconto, con la camera spessissimo in movimento, ma non mancano stacchi improvvisi ed incisivi a puntellare la struttura del film, così come le citazioni dal cinema del meraviglioso del passato (la scena del passaggio degli olifanti) agli orrori della propaganda (Il trionfo della volontà). Il cast infine è straordinario: da McKellen che con due sorrisi rivela tutto lo spessore di Gandalf, a Viggo Mortensen che con Aragorn passa dallo spirito del guerriero a quello dell’innamorato, a John Rhys-Davis che con Gimli porta alla luce tutta una sua vena comica, a Elijah Wood che è costretto ad un lavoro molto più duro per il peso che l’anello ha sul suo personaggio, fino a Sean Astin un Sam buono e pacioso ma anche iracondo con tutto quello che minaccia il suo compagno e malinconico al pensiero dell’orrore a venire e della distanza dalla Contea.

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